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Felix Ruckert

Hautnah


Photo © Piero Tauro

Ruckert e Hautnah
Concezione, coreografia, scenografia Felix Ruckert
Danzatori Antonio Andronico, Laura Boucaya, Susanne rian, Antoine Effroy, Silvia Freund, Laura Frigato, Arthur Kuggeleyn, Marika Rizzi, Pierre Rubio, Anne Rudelbach

Hautnah si potrebbe tradurre “vicino alla pelle”: tanto si trovano i ballerini di Felick Ruckert ai loro spettatori. In un bar sono esposti 10 quadri che rappresentano 10 assolo. A ciascun assolo può assistere un solo spettatore, il quale sceglie il pezzo che desidera vedere e prende il passi corrispondente appeso al quadro. Una volta munito del passi, lo spettatore si reca nel’anticamera. Gli si presenta il danzatore, il quale riconosce la sua carta e gli propone il prezzo da pagare per vedere il suo lavoro. Il pagamento viene fatto direttamente all’artista.
La danza diventa spunto per un dialogo creativo, con l’obiettivo di abbattere la posizione voyeuristica dello spettatore tradizionale e di aumentare le possibilità dell’improvvisazione fino a renderla uno strumento adattabile ad ogni singolo individuo.
Hautnah tocca l’ambito della Kunst der Zwischenräume, l'”Arte degli interspazi”, una tendenza del Giovane Teatro Tedesco che è alla ricerca di un diverso equilibrio nel rapporto fra spazio, danzatori e spettatori: “Da Pina Bausch ho imparato”, dice Ruckert, “che tutto ciò che funziona nella danza è il dettaglio, la sfumatura. Ma come arrivare al cuore dello spettatore? Colpirne, violarne l’interiorità? Aggredendolo, confondendolo”.

Ruckert e Hautnah
RUCKERT E HAUTNAH
di Carmela Piccione

Ha rivoluzionato i rapporti tra danzatore e spettatore immettendolo in una realtà nuova, sconvolgente, ha costruito spettacoli che la stampa internazionale ha definito “pericolosi, scandalosi, irritanti. Singolari esperienze che proiettano pulsioni e desideri voyeuristici. Audaci, compromettenti, segreti”. Ma Felix Ruckert, trentasettenne danzatore e coreografo tedesco, proveniente da una famiglia di musicisti, ex bassista rock, interprete di punta nelle compagnie di Jean-François Duroure, Charles Cré-Ange, Mathilde Monnier, Pina Bausch, si è sempre difeso rimettendosi in discussione. “Adoro la danza, ciò che le infinite possibilità del corpo umano possono offrire alla scena, detesto però la passività dello spettatore costretto ad assistere, impotente, agli spettacoli. Manca la comunicazione, la sorpresa, l’evento medianico che possa creare quel senso di abbandono e di mistero, di straniamento, di sottile complicità tra pubblico ed interprete”.

Nel 1991 nasce a Parigi Cut (i danzatori sollecitavano, spingevano gli astanti a commentare, a riflettere sullo spettacolo provocando smarrimento, curiosità, sconcerto), nel 1995 a Berlino crea Hautnah (letteralmente “a stretto contatto”) e Felix Ruckert vince la scommessa. “Da Pina Bausch ho imparato che tutto ciò che funziona nella danza è il dettaglio, la sfumatura. Ma come arrivare al cuore dello spettatore? Colpirne, violarne l’interiorità? Aggredendolo, confondendolo”. E Hautnah è tutto questo e molto di più. Una rappresentazione molto intima tra un danzatore ed un incauto spettatore che sceglie la propria “vittima” dinanzi a dieci quadri astratti con biografie appena accennate. Ma deve pagare un prezzo prima di ogni performance ritrovandosi solo, smarrito senza specchi, senza filtri, all’interno di una segreta delimitata da garze bianchissime che si affacciano su pareti rosso fiammeggiante. Qualche candela per illuminare la sala, luci fioche accompagnate da sospiri, rumori, brevi frasi smorzate, soffocate dalle parole. Pochi oggetti in scena, un tavolo, alcuni abiti che gli artisti consigliano di abbandonare. Per molti diventa un viaggio iniziatico alla scoperta di emozioni, di passioni, di universi magici, surreali, onirici. Non senza qualche timore o pudore inconfessato. “E ogni rappresentazione”, spiega Ruckert, “sarà diversa. Perché diversi sono i rapporti che si instaurano tra due persone sconosciute, distanti, straniere tra meccanismi che oserei definire inconsci, incontrollabili. Ci sono spettatori che si lasciano guidare, sorpresi, altri che reagiscono, furiosamente, intrappolati in un gioco di contatti, di emozioni fisiche e mentali. Ipnotiche, devastanti”. E tra le righe di Hautnah, come tra le pagine di un romanzo, si possono leggere riferimenti alle atmosfere inquietanti di una seduta psicanalitica o rimandi al mondo della prostituzione soffusa di erotismo e poesia, di apparente ritrosia, di innegabile curiosità.

Si serve di elementi scenografici e coreografici, come lo sguardo, l’espressione del corpo, la parola, ma anche il tempo, che il giovane Felix Ruckert annulla, parzialmente, riorchestrandolo secondo il suo particolare modo di concepire la drammaturgia teatrale. “Il tempo è tiranno, sogno di distruggerlo, di annientarlo per potermi perdere in un infinito dai confini mutevoli”. Ed è quello che accade nei quindici minuti di spettacolo di Hautnah. Lo spettatore ascolta il battito del proprio tempo interiore. Può generare claustrofobia, eccitamento, indifferenza, attesa, ma anche sofferenza. Perché all’improvviso ci si ritrova senza barriere, senza alcuna protezione. Protagonisti di una messa in scena di cui si è inconsciamente interpreti, dalla quale affiorano sensazioni, ricordi. Ludici, frammentati, instabili. Esperienze tra il sacro e il profano, esistenze che si scoprono, estreme, concitate, dirompenti. Che ogni danzatore spiega, giustifica.

E alla fine della serata, dopo aver infranto barriere e pregiudizi, coscienze e oscuri intellettualismi, l’anonimato di tête à tête voluti desiderati, inopportuni, restano poche righe scritte su una pergamena: “Merci pour ce moment partagé avec nous. De l’émotion tout simplement”. Grazie per i momenti che avete condiviso con noi. Si trattava solo di pura emozione. Ritorna la chiave sotto il quadro. L’avventura può ricominciare. Per coloro che avranno il coraggio di osare, di rischiare. Con euforico candore o inarrendevole curiosità.

Rassegna stampa

“È un teatro del corpo, della sua fisiologia e delle sue sensazioni, che solo per la forma più esteriore ricorda similari e recenti esperienze di coinvolgimento corporale, dagli Oracoli di Vargas alle performance sempre solitarie dei Lemming di Rovigo che citano i miti della classicità. Qui lo spettatore può rimanere impassibile e limitarsi ad osservare la fanciulla che accenna passi di danza, si bagna le labbra di zucchero e bacia il polso dello spettatore, prima di mordicchiarlo a sorpresa. Per poi leggere il monologo di Ofelia secondo Heiner Müller e indicargli il cielo a ricordo del proprio viso. Oppure il giovanotto scattante che atteggia la faccia a diavolo, tenta una spremuta del proprio sesso dentro un’arancia, mostra il sedere, e arriva a porgere al pacifico interlocutore un grosso coltello, prima di scoprire un disperato e imbarazzante bisogno di amore e tenerezza. Altri scoprono i peli e tutte le recondite posture, altri si limitano a giochi più innocenti, o a ginnastiche più dolci e terapeutiche”.
(Gianfranco Capitta, Spettatori o voyeur? “Hautnah” di Felix Ruckert, Il Manifesto, 31 ottobre 1998)

“I segni misteriosi quasi dipinti dal movimento delle mani nello spazio, la tensione dei muscoli soggetta ad improvvisi cedimenti, la concentrazione dei movimenti tutta interiore che tende a sommesse esplosioni colma la parte iniziale per poi tendere a far spazio ad un rigore meno assoluto, più soggetto alla disponibilità e alle inibizioni dello spettatore. Il quale deve fare i conti con l’intensità e la bellezza dei corpi, con la loro parcellizzazione per troppa vicinanza, con un effettivo turbamento che, inevitabilmente, colpisce i sensi. Per Felix Ruckert “l’improvvisazione deve trovare posto all’interno di una struttura. Deve emergere da una giusta fusione di tecnica ed emozione. La vera arte è la riuscita armonizzazione di forme e sentimenti””.
(Nicola Viesti, La danza, turbamento dei sensi, Nuovo Corriere Bari Sera, 6 novembre 1998)

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