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Virpi Pahkinen

The residue, Isisar, Cobra Acephale


Musica Akemi Ishijima

In 45 minuti, con una combinazione di musica minimalista – frutto della provata collaborazione col compositore giapponese Akemi Ishijima -, interpretazione e illuminazione, il corpo della finlandese (ma trapiantata in Svezia) Virpi Pahkinen crea una sorta di calligrafia personale, che si estende nello spazio e nel tempo. Con influenze che vanno dal Butoh allo yoga, mette in scena tre soli che evocano forme e movimenti astratti, umani, animali e perfino vegetali: un cobra pronto allo scatto, un pesce che si slancia verso la superficie marina, la ricerca del sole da parte della salamandra. Tuttavia non è gioco di emulazione zoomorfa, né un teatro delle figure, infatti la danzatrice e coreografa, attraverso i movimenti lenti e ieratici, crea un’atmosfera rituale, sospesa: l’assolo di danza si trasforma in un breve e folgarente verso poetico, scritto con il corpo. Pahkinen si muove con una originale vena trascendentale, in cui la trasfigurazione del corpo in altra forma diventa metafora sottile e vibrante dei sentimenti umani. Con percorso circolare, il corpo di Pahkinen diventa altro da sé per poi, non più umano, antropomorfizzare il movimento di ciò che è divenuto per restituire, trasfigurate in altra forma, emozioni condivisibili
Archivio Romaeuropa Festival
1998 – SOLOS

Rassegna stampa

“Per la Svezia si è proposta la danzatrice Virpi Pahkinen che ha presentato gli assoli The residue, Isisar, Cobra Acephale da lei composti e che mettono in risalto l’eccellente flessuosità, fino ai limiti del possibile, del suo fisico dai tendini particolarmente elastici e dalla muscolatura d’acciaio. Su sonorità orientali, ben armonizzate con le luci bianche o colorate circoscritte in geometrici tasselli, la giovane Virpi con la testa rasata tranne un codino ha reso il suo corpo una scultura vivente e mutevole. In un’attenta ricerca tecnica risolta spostando il centro di gravità verso il basso e attraverso movimenti lenti, a volte esasperati tramite contorsione degli arti, si è mirabilmente modellata in inquietanti animali terrestri o marini oppure è divenuta entità enigmatica e misteriofisica”.
(M.C.B., Al Festival Nordico…, Italia Sera, 1 dicembre 1998)

“Tre singolari assolo per poco più di tre quarti d’ora di spettacolo, che disegnano atmosfere rarefatte, iperreali, poetiche, fantastiche. Nelle lente evoluzioni della trentaduenne danzatrice, che si presenta con la testa completamente rasata e con un codino all’orientale, il tempo sembra fermarsi, le dimensioni si dilatano a dismisura. Sia il senso di sgomento del Cobra acefalo in attesa di uno scatto mortale, sia la tensione di un anemone marino che vorrebbe spingersi verso la superficie dell’acqua, sia la circospezione di un guardiano sopravvissuto all’universo o l’anelito al sole di una salamandra dorata, vivono di un calligrafismo fortemente immaginativo. I pensieri si traducono in movimenti cangianti, chiaroscurati, iridescenti alternandosi a silenzi significativi. Nel sapore iniziatico ed ascetico delle sue danze forti si rivelano le ascendenze yoga, della danza Butoh e comunque più in generale del teatro orientale opportunamente riletto però alla luce di esperienze stilistiche del contemporaneo occidentale”.
(Lorenzo Tozzi, Assolo sensuale e divertito, Il Tempo, 26 novembre 1998)

“Sappiamo che dalla Svezia, sin dagli anni Venti (i famosi Balletti svedesi di Rolf de Maré) continuano a soffiare venti gelidi ma permeati del calore della ricerca, dell’invenzione più spregiudicata. Ed ecco una finlandese, Virpi Pahkinen, con le carte in piena regola, un corpo lavoratissimo, esprimere attraverso tre assoli (Cobra Acephale, Isisar, The Residue) con frequenti richiami all’Oriente, al Butoh, conscia e rispettosa di un passato, come sempre dovrebbe essere nella danza contemporanea, di quei movimenti che hanno arricchito agli inizi la danza libera o moderna. Spesso accovacciata o di profilo, asessuata, come un idolo egizio, aggraziata come una statuetta Tanagnna, musicalissima anche nel silenzio su musiche minimaliste appositamente composte (di Akemi Ishijima), trafitta o avvolta da luci magiche, la Pahkinen ha offerto un saggio meraviglioso di ispirazione concentrata, di spirito sacrale, di calcolo infinitesimale di posizioni in un rituale che aveva pochi spettatori a fruirne, che valevano per i molti, troppi ingiustamente assenti”.
(Alberto Testa, Pochi spettatori per una splendida Virpi Pahkinen, la Repubblica, 25 novembre 1998)