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Epopée pour jamais ou le Paradis perdu


Photo © Piero Tauro

Epifania d’una utopia
Una prefazione
Coreografia Joel Borges
Compagnia Ixkizit Compagnie Joel Borges
Interpreti Tamar Shelef, Anne Mousselet, Liz Young, Roger Nilsson, Marc Oriol
Scenografia Stéphane Marcault e Claire-Jeanne Jézéquel
Luci Jacques Chatelet
Musica Jean-Marc Simonnet
Creazione immagine Annie Luciani
Costumi Philippe Binot

Prima italiana

La carriera di Joel Borges come danzatore e coreografo è cominciata per caso, mentre studiava ingegneria, grazie ad un incontro importante e suggestivo: ma quella passione per l’urbanistica – e quindi per la relazione fra molte espressioni artistiche che si fondono poi in una unica costruzione e forma organica – restata costante nel corso degli anni, ha alimentato la sua idea di danza. Gli spettacoli di Borges, nati dalla stretta collaborazione con artisti provenienti da ambiti diversi, sono delle vere e proprie architetture – e non solo nel senso plastico – che propongono un viaggio, letteralmente, allo spettatore, ma anche al danzatore che si trova ad interagire ed a vivere negli ambienti più variegati. Épopée pour jamais ou le Paradis perdu, lo spettacolo di questa sera, nasce proprio da questo principio. Ispirato dai giardini di Villa Medici e dalla città di Roma, Borges ha creato, su una partitura originale di Jean-Marc Simonnet, uno spettacolo itinerante dove ballerini, luoghi, video installazioni, e sculture si fondono in un paesaggio irreale al di fuori di ogni tempo. In Paradis, Borges evoca lo scontro tra ordine e caos, l’anelito verso un Paradiso ormai perduto e l’aggressività continua della civiltà moderna sulla natura umana: i danzatori si muovono ora con leggerezza, ora con grande asperità, le cadute, continue ed improvvise, riflettono l’impossibile corsa verso il Paradiso, in uno scenario di lindore e fragilità di forme – dato da membrane scenografiche trasparenti e fragili -, mentre l’unico istante di reale quiete è raggiunto nell’immersione in una cupola-bolla trasparente, simbolo del grembo materno.
Borges è un maestro nel creare luoghi sottratti al tempo ed allo spazio quotidiano, dove la memoria del presente (e del futuro) cerca altre ed inedite forme di espressione, fuori da un’ordinaria omologazione – e forse è per questo che i suoi danzatori “nudi”, lì nello spazio, non destano imbarazzo e non provocano, ma si lasciano guardare senza suscitare istintivi desideri.

Cartellone 1999

ÉPOPÉE POUR JAMAIS OU
LE PARADIS PERDU
Accademia di Francia, 3, 4 luglio 1999
Evento
Rassegna stampa

Epifania d’una utopia
Una prefazione
EPIFANIA D’UNA UTOPIA
di Olivier Kaeppelin

“Queste sono le anime spinte dal fato a vestirsi di corpi novelli…”
Virgilio, VI libro dell’Eneide

Capita che, molto coscientemente, e qualunque sia la passione che possa avere per il suo tempo, un artista decida di riprendere le storie dell’inizio.
A credere troppo che la creazione sia un atto determinato da un insieme di sistemi, quelli del consumo o della comunicazione, l’unica possibilità che rimane al creatore sono questi leggeri scarti di grammatica oppure una disposizione manierata di infime deviazioni.

Riformulare quella che è l’essenza della creazione, cioè la finzione o il reale di un primo atto, è più promettente di un’ennesima glossa sull’ipotetica realtà che l’iconografia ci impone come solo scenario.
Bisogna ricordare allora il modo in cui il poeta americano William Carlos William ha scelto di reintrodurre l’elemento epico nell’esistenza quotidiana, per non essere più l’ostaggio d’una banalità riduttiva, o come lo scrittore James Agee ci fa provare la dimensione epica e avventurosa dei mezzadri poveri dell’Alabama o ancora come Jim Jarmush e Jean-Luc Godard introducono di nuovo la questione dell’eternità, in un tempo misurato e limitato, per comprendere il coreografo brasiliano Joel Borges.

Borges è di quelli che liberano gli esseri dai loro orpelli effimeri per far loro attraversare la scena, dove, mediante la spoliazione e la nudità, ciascuno cerca il suo paradiso.
Con lui, noi siamo ben all’alba dell’anno duemila, cioè esattamente oggi, ma qualche cosa fa silenzio – come in certe opere primitive – perché emerga il mistero ed il volto reale del desiderio, dell’incontro e di quello strano bisogno che spingono a staccarsi dalle terre ereditate per, tutte illusioni nascoste, formare gli strumenti fantasiosi e singolari dell’esplorazione.

Con la nostra stessa sostanza, Joel Borges prova a trovare i mezzi della nostra metamorfosi, fatta di cadute e di elevazioni, di posti abbandonati per luoghi nuovi e di nuove pelli.
I danzatori, gli artisti con cui Joel lavora, come Stéphane Marcault o Claire-Jeanne Jézéquel, costruiscono quest’area dove la morte, la sessualità, il piacere, la proiezione lenta dei gesti che sono loro legati, contribuiscono all’esperienza di una trasformazione e alla costruzione d’una utopia concreta. Tutti hanno questo modo d’annullare le ore, di sciogliere le scale delle dimensioni, per portarci in uno spazio aperto dove la memoria, il presente, la ricerca di un paese – non voglio dire d’un corpo a venire – congedano il tempo e le apparenze, impedendo di vivere l’epifania d’una presenza, eminentemente più contemporanea di tutte le ragionevoli storie realiste.
Senza dubbio, essendo tornati da tutte le Americhe, la cosa più preziosa, oggi, come ci suggerisce Joel Borges, è di divenire attori che reinventano le fragili imbarcazioni – niente d’altro se non noi stessi – lanciate verso non so quali Indie intuite, occupate dalla passione della loro nascita.

(in Catalogo Romaeuropa Festival 1999)

Cartellone 1999

ÉPOPÉE POUR JAMAIS OU
LE PARADIS PERDU
Accademia di Francia, 3, 4 luglio 1999
Evento
Rassegna stampa

Epifania d’una utopia
Una prefazione
EPOPEE POUR JAMAIS OU LE PARADIS PERDU: UNA PREFAZIONE
di Joel Borges.

Il lavoro che sviluppo è il risultato di collaborazioni strette con diversi artisti: ballerini, artisti plastici, scenografo, compositore, creatore-luce, ingegnere-ricercatore in nuove tecnologie: un’alchimia di parecchi linguaggi, ai confini di scritture molteplici: coreografica, plastica, musicale.
Queste associazioni regolari sono altrettante conversazioni sceniche che si costruiscono e si arricchiscono opera dopo opera.
Niente di preesistente tranne la memoria delle coreografie precedenti: memoria del corpo del ballerino, memoria del dialogo tra questi diversi universi. Una danza “in progress” che riprende ad ogni nuova creazione, la conversazione iniziata in quella precedente. Con, nel mezzo di ogni pezzo, le stesse interrogazioni: l’inserimento del corpo che balla in un universo plastico, estetico e musicale e la stessa preoccupazione: mettere in risonanza paesaggio mentale e realtà fisica grazie ad un’articolazione dinamica tra la coreografia e un dispositivo scenico.
In che misura le nostre emozioni (e la loro memoria cosciente o incosciente) possono trasparire nei nostri gesti? In quale momento il gesto cambia, tra quello che dà la vita e quello che uccide? Sono queste interrogazioni che pongo al centro della danza, al centro del mio lavoro con i ballerini.

(in Catalogo Romaeuropa Festival 1999)

Cartellone 1999

ÉPOPÉE POUR JAMAIS OU
LE PARADIS PERDU
Accademia di Francia, 3, 4 luglio 1999
Evento
Rassegna stampa

Epifania d’una utopia
Una prefazione
Rassegna stampa

“Assoli, duetti, gruppi d’insieme che si muovono all’interno degli spazi di verzura o su immensi palcoscenici delimitati da oggetti scenici. Ampolle stracolme d’acqua… simili a lacrime giganti. Épopée pour jamais ou le Paradis perdu rievoca immagini di memorie lontane, contraddittorie, condizionamenti. Come la storia di Villa Medici. O legate semplicemente al vissuto di ogni danzatore. Che il movimento viola, sfiora, percuote per diventare metafora di una realtà dominata da dialettiche contrastanti, l’ordine e il caos, la barbarie e il progresso che la coreografia trasfigura con immagini forti, violente. Cadute improvvise, equilibri precari confusi con il respiro affannoso dell’immensa cupola che si erge al centro del bosco di Villa Medici. La sua membrana, trasparente, cresce nel corso dello spettacolo a dismisura, si dilata come un ventre materno. Emblema di un “Paradiso perduto”, per sempre, segno di una quotidianità inafferrabile, che l’uomo tenta, inutilmente, di soggiogare”.
(Carmela Piccione, Il “Paradiso perduto” di Borges, Il Tempo, 5 luglio 1999)

“I cinque ballerini, tre donne e due uomini, vestiti di lucidi bikini di plastica color carne, apparivano nudi ma casti e solitari. Il rito della seduzione era esercitato, a tratti, dalle donne. Le mani risultavano inerti, il che stava ad indicare, secondo Borges , la nostra incapacità – o impossibilità – di reagire al fato. Si sa che a questo mondo c’è chi si arrampica sugli specchi. I ballerini di Borges si arrampicano invece sulla cupola di plastica. Oppure si muovono all’interno della medesima (smarriti come in una misteriosa placenta). La musica, ripetitiva, non accennava a progredire. Era una sorta di immobilismo audiovisivo interrotto verso la fine dello spettacolo, da una voce recitante: “Et après?””.”.
(Mya Tannenbaum, Ballando dentro un’erotica cupola, Corriere della Sera, 5 luglio 1999)

“L’ambiente è favoloso, un po’ solenne e un po’ sconvolto dagli scavi archeologici ancora in atto e in via di definizione. La notte calma, accarezzata da una brezza leggera favorisce l’incontro esclusivo con un pubblico da “soirée” elegante e tutto in nero. I ballerini sono trasparenti, candidi e bellissimi, forme levigate, senza muscolature importanti. Abbiamo già visto questo tipo di teatro: facile il richiamo agli esperimenti anni Dieci-Venti del Futurismo, un po’ “dada”, molto dei Momix, con moderazione, per esempio: le esercitazioni nella cupola di plastica, una miscela che funziona. […] Grazie al concorso di vari materiali, lo spettacolo si associa alle arti visive, a una body art, definizione appropriata per un’altra manifestazione di curiosità regalataci da Romaeuropa “.
(Alberto Testa, Poco dada, molto Momix così la danza degli Ixkizit, la Repubblica, 6 luglio 1999)