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Cerimonie e Concerti Sufi dall’Iran


La presenza della musica accanto ed in relazione alla poesia ed ai rituali sufi, corrente spirituale dell’Islam, è accertata a partire dal IX secolo, e la sua tradizione si è potuta mantenere intatta grazie alle varie confraternite che, riunite attorno a un “maestro”, hanno fatto da custodi a quei canti nati per innalzare l’anima verso Dio. Pur seguendo delle regole e dei codici precisi, la musica sufi conserva un margine di improvvisazione che lascia all’esecutore la possibilità di attingere al repertorio classico di poeti quali Hafez, Sa’di e Rumi adattandone i testi alla melodia.
La serata offre un viaggio attraverso la cultura iraniana nella sua interezza, affiancando tradizione e modernità, e lasciando emergere l’affascinante, magica e sensuale anima di un paese ancora troppo poco conosciuto: accanto a Shâhrâm Nâzeri, al califfo Mirzâ Aghe Ghowsi (dal Kurdistan iraniano), ed a Rasulbakhsh Zangeshâhi (dell’etnia dei baluci, divisa tra Iran, Pakistan e Afghanistan), cantori sufi e maestri venerati che regalano momenti di toccante spiritualità, si avvicendano nel programma il dj set di Namito, che crea un impasto sonoro risultato di fusione tra techno e musica tradizionale ed una serie di pellicole, in bilico tra documentario e fiction, sulla vita e la cultura in Iran al giorno d’oggi. Alla fine di questo percorso, emerge un quadro denso ed evocativo, affascinante ponte per avvicinarsi a questa magnifica terra, zona di guerra e di dolore, ma anche di straordinaria bellezza e cultura millenaria.

CERIMONIE E CONCERTI SUFI DALL’IRAN
di Alberto Negri

Furono inni e marce militari la colonna sonora degli iraniani negli anni della rivoluzione del’Imam Khomeini e della guerra contro l’Irak. Ma fu anche in quel periodo, quando molti dei cantanti pop scelsero la via dell’esilio, che cominciò la riscoperta della musica tradizionale iraniana. Bandita la musica più commerciale, giudicata decadente e di stampo troppo occidentale, trovarono spazio, soprattutto dopo che Mohammed Khatami diventò Ministro della Cultura, gli interpreti della musica classica e folkloristica, una tradizione in molti casi legata alla poesia e alla mistica del sufismo. Questa corrente spirituale dell’Islam che percorre da secoli la vita religiosa del mondo musulmano privilegia la sfera spirituale su quella materiale, l’esercizio dell’ascetismo e altre forme di autodisciplina (oltre a quelle richieste a tutti i musulmani) come mezzi per l’avvicinamento a Dio. Incerta è l’origine del nome: dal greco “sophia” (saggezza), da “soffe”, la pietra posta fuori dalla Medina dove i compagni di Maometto si riunivano a meditare, da “suf”, il nome della veste indossata dagli asceti. I praticanti del sufismo vengono indicati con vari nomi, a seconda dell’epoca e del luogo: da “zahed”, gli asceti, a “darwish”, gli uomini poveri.
Il sufismo si manifesta in un’ampia gamma di espressioni culturali. Da secoli nelle “kanegah”, i centri sufi che sono scuole, ostelli per i viandanti, punti di riferimento sociale, si svolge la cerimonia della “sama”, che comprende l’ascolto della musica, la danza, espressioni ritenute importanti per intensificare lo stato mistico.
Nell’Islam sciita, che trae origine da Alì, cugino e genero di Maometto, e dal martirio di Hussein nella battaglia di Kerbala del 680 contro le truppe del califfo di Damasco Yazid, il sufismo ha mantenuto vive le sue tradizioni religiose e culturali nell’area del Kurdistan iraniano. Mirzâ Aghe Ghowsi, califfo di un’importante confraternita, è ritenuto uno degli esponenti più prestigiosi della tradizione musicale sufì e persiana che evoca con forza e magnetismo al ritmo incessante dei tamburi “daf”.
Esortazioni, suppliche amorose, professioni di fede, i canti di Mirza Agha Gowshi non hanno soltanto un valore artistico ma rappresentano la sintesi religiosa e morale, dell’universo sufi del Kurdistan iraniano.
Anzi, si può dire che questa musica trova la sua ragione più profonda nel suo essere eseguita, quasi costantemente, “reinventata”, che nel suo essere ascoltata, perché suonarla equivale a entrare in uno stato di “sublimazione ascetica” o di intensa concentrazione meditativa.
Un ruolo centrale nella pratica sufí è svolto dalla recitazione della poesia accompagnata dalla musica o cantata adattando i versi alla melodia. I musicisti persiani, in genere, improvvisano all’interno dei parametri delle 12 scale previste dalla “radif”, il canone classico che a sua volta si suddivide in sottoscale e melodie (gushe).
Gli strumenti sono il tar, il liuto a manico corto, dall’armonia dolce e scura, il kamancheh, la viola che sfiorata con l’archetto produce note malinconiche e potentemente evocative, il daf, il tamburo a sonagliera, il setar, le percussioni dello zarb. Le liriche in genere provengono dal repertorio classico di Hafez, Sa’di e Rumi: i poemi non vengono di norma riprodotti integralmente ma sono scelte alcune strofe, talvolta selezionate insieme a quelle di altri poeti che parlano dello stesso tema.

È interessante sottolineare che la rinascita della musica tradizionale ha influenzato anche la musica persiana più recente. Dopo gli anni delle “restrizioni” si sono moltiplicati i gruppi musicali ascoltati dalle giovani generazioni che si ricollegano nei testi alla poesia classica persiana o a poeti contemporanei su basi melodiche.
Non solo: si è registrato un autentico boom per le iscrizioni alle scuole musicali e ai conservatori.

Di origine curda, nato a Kermanshah, nell’Iran occidentale è anche Shâhrâm Nâzeri. Qualche anno fa nella recensione di un concerto a Fez, in Marocco, il Cristian Science Monitor, lo definì il Pavarotti iraniano (11 giugno ’97), volendone forse sintetizzare le doti artistiche, l’importanza dei ruolo sulla scena musicale iraniana e l’attenzione che le sue performance suscitano da tempo anche in Occidente tra i fan della world music. Nazeri dichiara di ritenere la sua voce al servizio di una tradizione che ricollega la musica classica persiana al sufísmo e a Jalal al-Din Rumi, il grande mistico e poeta dei XIII secolo.
“Un maestro del pensiero”, sottolinea Nazerí, “che osò uscire sulla strada per mettersi a danzare: una rivoluzione passata attraverso un solo uomo”. Rumi, fondatore di una cultura dell’estasi e dei movimento – si ritengono suoi discendenti i membri della confraternita dei dervisci – è un maestro spirituale non solo dagli adepti dei sufismo ma anche dai seguaci contemporanei della New Age, al punto che il grande persiano è entrato ormai nella cultura popolare americana, se è vero, come dicono i sondaggi che è stato uno dei poeti più venduti negli anni Novanta.

Rasulbakhsh Zangeshâhi rappresenta un terzo filone nella musica tradizionale iraniana. Erede della casta degli “ostad”, maestri che hanno tramandato strumenti come la viella “sorud”, Rasulbakhsh rappresenta la musica tradizionale dei baluci, l’etnia oggi divisa tra Iran, Pakistan e Afghanistan che in origine occupava il Kerman, il centro dell’altopiano iranico. Caratterizzati dalla stessa lingua ma dispersi sul territorio dalla pratica dei nomadismo e dalla separazione in clan e tribù, i baluci hanno nella musica e nella poesia un territorio comune che con il tempo è diventato un importante fattore per ispirare un sentimento di unità e appartenenza. Trascurata a lungo dalle istituzioni, in realtà la musica di Rasulbakhsh, che ravviva la tradizione “shervandi” dei bardi e dei cantori, ha radici antichissime che rinvia alla tradizione epica persiana degli aedi. Una traccia forte, al di là delle condizioni storiche e politiche, ha reso comunque possibile la rinascita della musica tradizionale persiana suscitando un interesse internazionale: questi artisti parlano un linguaggio comune a tutti, la lingua dell’anima.

MISTICO INCANTATORE
di Laura Putti

Nella civiltà occidentale un uomo che canta la poesia religiosa è a sua volta un religioso. Lei ha invece l’aspetto di chi non rinunci alle passioni terrene.
Dio lo cerco dentro me stesso, senza manifestazioni esteriori. C’è però da dire che nella tradizione sufi ci sono molte cose umane, terrene.

Il vostro repertorio poetico è immenso. Con quali criteri sceglie le poesie da cantare?
Scelgo poemi che parlano dell’unità tra gli uomini. So quanto è importante il messaggio che trasmetto durante i concerti.

In che modo la rivoluzione islamica ha toccato il suo lavoro?
C’è un segreto per continuare ad essere creativo e artista: rimanere indipendente da ogni ideologia. La musica è al di sopra della politica. Questo è il mio segreto. Io lavoro per conto mio, con i miei sentimenti, da solo.

In Iran dicono che lei abbia rinnovato la musica, avvicinando i giovani. È così?
Non posso dire quello che dicono gli altri. Io mi sento una sorta di ponte gettato tra la musica tradizionale e il mondo moderno.

Negli stati Uniti avrà avuto modo di ascoltare le fusioni tra le musiche popolari e nuovi linguaggi. Pensa che il suo canto arriverà a unirsi a musiche occidentali?
La musica è un’arte dinamica che si adatta ai tempi. La fusione è una necessità. In molti mi hanno chiesto di cantare con loro, ma finora non ho accettato. In futuro potrebbe accadere.

Il repertorio popolare iraniano è sostanzialmente orale. Non temete che con il passare degli anni vada perduto?
L’insegnamento è orale, ma la conoscenza, l’approfondimento, è teorico. L’insegnamento orale permette una maggiore creatività. La teoria e lo studio espandono invece la conoscenza e l’esperienza musicale. Io alterno i metodi: le canzoni curde che cantava mia madre quando ero bambino, la metrica della poesia di Rumi e anche il solfeggio.

CERIMONIE E CONCERTI SUFI DALL’IRAN
Teatro Nazionale, 6, 7, 8 ottobre 2000 PROGRAMMA

letteratura
SCRITTORIMONDO
Incontro sulla cultura iraniana.
Interventi Paolo Conti, Sandra Petrignani, Shâhrâm Nâzeri
A cura di Jolanda Bufalini
Casa delle Letterature, 6 ottobre 2000

musica
SHÂHRÂM NÂZERI E L’ENSEMBLE DASTAN
Interpreti Shâhrâm Nâzeri (canto), Hamid Motabassem (tar e setar), Hossein Behroozinia (barbat – oud), Pejman Hadadi (daf e zarb), Ardeshir Kamkar (kamenche), Massoud Shaeari (setar)
Teatro Nazionale, 6 ottobre 2000

cinema
SHERHAZAD E LE ALTRE – LE DONNE DEL CINEMA IRANIANO
Regia Ata Hayati
Produzione Kenzi – RaiSat 1999
Teatro Nazionale, 6 ottobre 2000

musica
CANTI E MUSICHE SUFI DAL KURDISTAN IRANIANO
Interpreti Mirzâ Aghe Ghowsi (canto), Abdolrahman Ghossi, Alireza Ghosy (canto e daf), Hossein Fachiri (tas e daf), Geramipavar Mohammadaziz, Rahimi Kamal, Behjouri Tofigh, Abdollah Pazhouhandeh, Yasini Seyedtofigh (zekr), Kambiz Meamar (canto)
Teatro Nazionale, 7 ottobre 2000

cinema
AAB, BAAD, KHAAK (WATER, WIND, DUST) (Iran, 1989)
Regia Amir Naderi
Teatro Nazionale, 7 ottobre 2000

musica
TECHNOMUSIC – TRANCE
Dj set
Dj Namito
Chill out dj del Brancaphonic & Marco Boccitto
Produzione Brancaleone (si ringrazia Riccardo Petitti, Andrea Lai e Marco Boccitto)
Brancaleone, 7 ottobre 2000

musica
MUSICHE RITUALI DAL BELUCISTAN IRANIANO
Interpreti
Rasulbakhsh Zangeshâhi (sorud), Zangishahi Bankhsok (sarod), Shanbeh Zadeh Saeid, Meftahboushehri Habib (neyanban)
Teatro Nazionale, 8 ottobre 2000

cinema
TA’ZIEH (Francia, 1989)
Regia Jean Baronnet
Produzione Arte
Teatro Nazionale, 8 ottobre 2000

Rassegna stampa

“Shâhrâm Nâzeri […] è un cantastorie dalla vocalità coinvolgente. I suoi cinque virtuosi sono strumentisti d’alto bordo. Un solista al setar, il piccolo liuto a manico lungo. Un suonatore di tar, il più nobile strumento della musica colta persiana. Un solo arco. Un piccolo arco a forma di cipolla. Un arco dal timbro malinconico. Infine due percussionisti. Le dita dei percussionisti volavano sulla superficie liscia delle casse armoniche, tanto che a vederle sembravano tastiere. Dita espressive, agilissime. Benché la poesia iraniana di Rumi fosse incomprensibile, il canto di Nâzeri le conferiva senso, la rendeva persuasiva e coinvolgente. No, ripeto, la cerimonia non aveva niente del manierismo folclorico, ma era tutto oro colato”.
(Mya Tannenbaum, Il cantastorie iraniano Shâhrâm Nâzeri fa rivivere l’ascetica voce dei poeti Sufi, Corriere della Sera, 8 ottobre 2000)

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