fbpx

Eco

Light

Eco

Light

Torna su
Cerca ovunque |
Escludi l'Archivio |
Cerca in Archivio

Peter Sellars

Children of Herakles


Photo © Piero Tauro

Sellars è fra i grandi artisti politici del nostro tempo, uno dei pochi che abbia il coraggio e la capacità di riportare l’epico in scena. Per capire come egli sappia rileggere i classici con occhi contemporanei, è sufficiente guardare Gli Eraclidi, in cui il regista ha deciso di trasformare la perseguitata stirpe di Eracle in quella dei rifugiati, affidando il coro ad un gruppo di bambini immigrati: “Euripide ha scritto un testo sui rifugiati talmente attuale”, puntualizza Sellars, “che avrebbe potuto essere stato scritto questa mattina. Il loro destino è il problema più urgente del nostro tempo”. Benché non siano previsti tagli né modifiche sostanziali al testo originario, l’ambientazione viene stravolta grazie alla scelta di far accompagnare l’azione dai canti tradizionali del Khazakistan, interpretati dalla voce gutturale e potente di Uljan Baibussynova. Non è certo la prima volta che Sellars traspone i grandi miti in realtà contemporanee (lo ha fatto con Don Giovanni, con Le nozze di Figaro, con Il mercante di Venezia, con I Persiani), ma stavolta l’operazione è più esplicita, considerando che ogni replica dello spettacolo è introdotta da un incontro con profughi reali, moderato da personaggi impegnati sulla debattuta questione del diritto d’asilo e finalizzato a sensibilizzare il pubblico in sala nel modo più diretto possibile. Interverranno a proposito Christopher Hein (Direttore del CIR – Consiglio Italiano per i Rifugiati), Laura Boldrini (portavoce dell’UNHCR – Alto Commissariato per i Rifugiati delle Nazioni Unite), Jean Leonard Touadi (giornalista), Paola Boncompagni (giornalista) e il Prof. Giovanni B. Conso (Presidente del CIR e Presidente della Fondazione Internazionale Don Luigi Di Liegro).

Testo Euripide (Gli Eraclidi: traduzione inglese di Ralph Gladstone, tratta da The complete greek tragedies, Grene & Lattimore, eds., pubblicato da The University of Chicago Press. Prodotto con l’autorizzazione dell’editore)
Regia Peter Sellars
Disegno costumi Brooke Stanton
Disegno luci James F. Ingalls
Suono Shahrokh Yadegari
Cast Bernard Telsey Casting

Interpreti Jan Triska (Iolaus, vecchio uomo amico di Herakles), Elaine Tse (Copreus, inviato speciale di Eurystheus), Brenda Wehle (Demophon, figlia di Theseus e Presidente di Atene), Julyana Soelistyo (Macaria, figlia di Herakles e Alcmene, madre di Herakles), Albert S. (Servitore), Cornel Gabara (Eurystheus, Presidente di Argo e Micene), Luca Barbareschi (moderatore), Coro degli immigranti e Children of Herakles (Alina Mutesi, Sara Ibrahimi, Natasa Tunguz, Bojana Tunguz,Lazar Perovic, Fernet Torres Tabares, Veronica Torres Tabares, Shayan Bozorgian, Celeste Sene, Msiangana Nkueno, Camilo Galindo, Michel Rukundu)
Interpreti (musicisti) Ulzhan Baibussynova

Produzione Ruhr Triennale
Produttore Diane J. Malecki
Direttore tecnico Nancy Harrington
Direttore di compagnia Julia Carnahan
Direttore di palcoscenico Julie Baldauff
Assistente del direttore Robert Castro
Responsabile costumi Christopher W. Bamonte
Traduttore durante le prove per Ulzhan Baibussynova Alya Svecharnik

I FIGLI DI ERACLE, OVVERO LA TRAGEDIA DEGLI ESULI
di Maria Grazia Bonanno

Negli Eraclidi di Euripide, tragedia datata intorno al 430 a. C., i figli di Eracle (gli Eraclidi appunto), morto dopo la dodicesima “fatica” impostagli dal re Euristeo, fuggono dalla propria città, Argo, assieme alla nonna Alcmena e al vecchio sodale del padre, Iolao, nel tentativo di evitare la persecuzione da parte dello stesso Euristeo e rifugiarsi in territorio ateniese sotto la protezione di Demofonte, figlio di Teseo. Il re Demofonte difende i profughi radunati a Maratona presso l’altare di Zeus – il dio hikesios per eccellenza, benigno cioè verso i supplici che spesso si identificano negli esuli – e con incrollabile fermezza, malgrado i perfidi “avvertimenti” nonché le esplicite minacce di Copreo, l’araldo di Euristeo, si dispone allo scontro armato. L’oracolo chiede però il sacrificio di una nobile vergine per il conseguimento della vittoria: Demofonte, a questo punto, vacilla, ma una delle figlie di Eracle, l’ancora adolescente Macaria, offre la propria vita in cambio della salvezza di tutti i fratelli. Così la battaglia è vinta, mentre Euristeo viene catturato, incatenato e così condotto ad Atene, dove la vecchia madre di Eracle, Alcmena, esige che l’aguzzino del figlio sia immediatamente punito con la morte. Gli ateniesi si oppongono a tale esecuzione sommaria ed Euristeo, pur consapevole di dover comunque morire, rivela ai civilissimi cittadini di Atene che il proprio corpo, qualora venga sepolto presso il santuario di Atena Pallene, sarà, secondo l’oracolo, garanzia di eterna protezione per la città.

Questo, in sintesi, il plot del dramma, che, così come ci è pervenuto (1055 versi, circa 500 in meno rispetto alla media delle altre superstiti tragedie euripidee, per cui già Wilamowitz nutrì il fondato sospetto che la versione in nostro possesso sia riduzione di un’opera più estesa) pone non pochi problemi agli studiosi circa l’originale entità e la coerenza interna di questo mythos, costruito da Euripide attorno alla sorte di un gruppo etnico, oltre che familiare, ramingo e in cerca di asilo fuori dalla propria terra.

Al di là di ogni questione filologica, il tema resta, senza ombra di dubbio, quello della “tragedia degli esuli”, per noi moderni occidentali una tragedia più che mai attuale: conseguenza di molte e differenti guerre, sia effettivamente guerreggiate, sia subdolamente camuffate da “giuste” invasioni di paesi magari dominati da un vero tiranno, però abitati da un popolo tanto innocente quanto impotente. Euripide ha insomma rappresentato, a suo tempo, la sorte di chi è costretto a lasciare il proprio oikos (detto in altra lingua, la propria Heimat) e vagare di terra in terra alla ricerca di un luogo, come oggi si usa dire, d’accoglienza – non stupiamoci, dunque, se alla giustizia di Zeus si sostituisce addirittura quella di Allah, mentre ad Argo regna un Presidente.

Ora l’antica fabula è di nuovo raccontata come “attuale” da Peter Sellars , la cui comprovata perizia, se non genialità, d’interprete e metteur en scène si avvale della traduzione e dell’adattamento di Ralph Gladstone: un testo che rispetta, se non sempre la lettera, certamente lo spirito di quello euripideo, non solo commuovendo l’animo, ma pure convincendo la mente. Nel momento in cui, dentro di noi, si risveglia la memoria mitica dei figli di Eracle, profughi e in cerca d’aiuto presso uno stato “civile”, non può non assalirci il ricordo ben più recente – di ieri o ieri l’altro, senza contare la quotidiana visione “in diretta” (ma quanto glaciale e inflazionato, e dunque anestetizzante, è il medium TV!) – di una moltitudine innumerevole di uomini, più spesso di donne vecchi bambini, in fuga dalla propria terra natale e “vitale”.

Naturalmente, la tragedia greca osserva i propri luoghi comuni, artistici non meno che esistenziali: la dramatis persona Macaria (“felice” soltanto nel nome, antifrastico, dato il destino che l’attende) è simile a quella, più famosa, di Polissena, che nell’Ecuba, sempre euripidea, preferisce la morte al futuro di schiava che l’aspetta per il resto della vita. Tuttavia, la nostra Macaria – nient’affatto più scialba figura, come a taluno è sembrata – si sacrifica per altri, anche se consanguinei: una Ifigenia, per così dire, non riluttante, ma solo per forza maggiore disaffezionata alla vita. Una Alcesti molto più giovane e non ancora sposa, che offre la propria vita in cambio di quella non unica (di un marito come appunto Admeto) ma moltiplicata per il numero dei fratelli, anzi dell’intera famiglia superstite, in realtà di una vera e propria etnia. Un’eroina alquanto dimenticata, la piccola Macaria, se paragoniamo la sua fortuna letteraria e teatrale a quella dei personaggi femminili già menzionati, per non parlare di Antigone (e di altre protagoniste, più inquietanti, quali Medea, Clitemnestra, etc.).

Ritornando al tema dell’esilio – oggi diremmo della fuga di massa, nelle condizioni proibitive e dolorose che non possiamo più concederci di ignorare – Peter Sellars trova felicemente in Euripide un modo di rappresentare il dolore persino “con positività e con amore”, specialmente quando il poeta “fa sentire gli ateniesi fieri di essere ateniesi” dicendo loro – capaci come sono di superare ogni paura, nonostante le intimidazioni del luciferino messaggero di Euristeo, e pronti ad aprire le frontiere per i profughi privi di mezzi e di futuro – che stanno facendo “cose mirabili” non “violando i diritti umani”. Così gli stessi ateniesi “abbassano le difese, si rilassano e creano un’apertura”. E, a teatro, “così fa il pubblico”. Già, il pubblico: secondo quanto abbiamo avuto modo di apprendere da una lunga ed eloquente intervista a Sellars, uscita su un giornale italiano, il pubblico potrebbe partecipare, costituendo il coro, avendo a disposizione mezz’ora di prove prima dello spettacolo. Per il corifeo va benissimo una voce – quella della coscienza ateniese – che parla (un po’ come Antonio Banderas nel film-musical Evita) in tono magari “suadente” e però chiaro: come chiara ma forte deve suonare la voce di Demofonte.

Nell’adattamento di Gladstone i canti corali originari sono sostituiti da canti tradizionali del Khazakistan che ascolteremo intonati “a solo” e dal vivo: gli intermezzi (embólima) anche monodici facevano parte della tradizione drammatica greca post-classica, ma già euripidea appunto. È un modo, anche questo, di esprimere l’attualità e motivare l’attualizzazione degli Eraclidi. Il caso vuole che, nel canto d’inizio (the beginning song), la lingua vivente (the living tongue) di Iolao che deve parlare a difesa del popolo e (canto n°4) la lingua parlante – che compensa, in attesa della luce “nell’altro mondo”, perfino la mancanza degli occhi per vedere – non possono non rinviare alla lingua e alla parola di memoria euripidea, nella temperie della stessa cultura attica (non solo) del quinto secolo a. C., avvezza alla dialettica e alla ragione detta con le parole. L’accorato richiamo all’unità d’intenti e d’azione (canto n°2) per la salvezza collettiva, nonché l’esortazione al senso e al valore della misura (canto n°3) hanno la stessa e antica antifona greca: così pure l’insistenza sulla lingua (canto n°5) capace di infinite e incessanti parole che fluiscono “come il mare”, ma anche l’ammonimento che soltanto la morte potrà interromperle poiché con la morte tutto e tutti finiscono (sia ricchi sia poveri). Brillante il canto biblico e cristiano, che comincia da Adamo ed Eva e arriva fino a Cristo, fattosi uomo per salvare tutti i suoi fratelli (cioè l’umanità intera) sacrificandosi come la precoce donna Macaria secondo il mito euripideo. Che cosa infatti colpisce dell’architettura di San Pietro a Roma? Prima della stessa basilica è conforto per gli occhi e per l’anima l’abbraccio cristiano del colonnato che accoglie i supplici tutti, senza distinzione di razze e (perché no?) anche di religioni. Infine s’intona l’inno alla vita (canto n° 6, l’ultimo!), dedicato al giovane che sembra ignorare che c’è la morte e deve invece sapere in che (facile) modo “una freccia mortale” può trapassare pure il suo cuore: “che tu sia giovane o vecchio, cessi di esistere” e, una volta morto, “tu abbracci la nera terra”. Soltanto il ricordo sopravvivrà, grazie alla “parola” e alla “voce” che l’ha pronunziata, la pronunzia e ancora la pronunzierà, giorno dopo giorno, per “coloro che capiscono” e sanno ascoltare la bella memoria, ovvero il kleos degli uomini, come appunto pensavano e dicevano i greci non solo al tempo di Euripide: degli uomini però degni di essere ricordati “finché”, così recita il canto di un poeta italiano di madre greca, “il Sole risplenderà sulle sciagure umane”.

(Maria Grazia Bonanno è grecista nell’Università di Roma “Tor Vergata” e componente del Comitato scientifico della fondazione INDA, Istituto Nazionale del Dramma Antico)

THE CHILDREN OF HERAKLES
di Gioia Costa

“Detesto l’immaginazione. Preferisco andare verso le cose che si possono guardare e le cose che si possono sentire direttamente; raccontare le cose che sono davvero con noi ora”. Così Peter Sellars riassume il cuore della propria poetica. Infatti, non è l’immaginazione ciò che lo guida nelle riletture dei classici che così spesso lo hanno interessato, ma la possibilità di un immediato confronto sociale e culturale con gli avvenimenti che oggi come ieri sconvolgono l’umanità.
The Children of Herakles, rilettura de Gli Eraclidi di Euripide, è una ulteriore occasione per scoprire quanto Peter Sellars sappia ricreare la dimensione epica della tragedia antica. Il tema del testo, la ricerca di una terra per i figli di Eracle scacciati dalla loro patria, è per Sellars l’equivalente del dramma che oggi vivono i profughi, coloro che a causa delle guerre o della storia sono costretti a vagare nella difficile ricerca di un posto dove fermarsi.

Per accentuare la dimensione universale del testo, Peter Sellars ha chiesto a Uljana Baïbussinova, una delle rare donne che in Kazakhistan ricopre il ruolo di cantore jyrau, tradizionalmente riservato agli uomini, di esaltare con la sua voce gutturale e potente, la suggestione del testo di Euripide. Non è la prima volta che Peter Sellars traspone un tema classico nei nostri giorni: è già avvenuto con il Don Giovanni, con Le nozze di Figaro, con Il mercante di Venezia, con Aiace di Sofocle e con I Persiani di Eschilo. Nella sua rilettura, Sellars vuole disorientare il pubblico costringendolo a ripensare i testi sotto una luce inattesa: in questo spettacolo, gli attori e gli spettatori dovranno considerare sotto un nuovo aspetto il dramma umano dei profughi e, attraverso la loro esperienza, riflettere sulla difficile bellezza e sulla fragilità della democrazia.

“Dopo la morte del loro padre, i figli di Eracle sono esiliati da un regime ostile”, racconta Sellars. “Vagano di terra in terra trovando ogni frontiera a loro sbarrata. Alla fine arrivano alle porte di Atene, l’illuminata e generosa democrazia. Duemilaquattrocento anni fa Euripide ha scritto una tragedia sui profughi che avrebbe potuto essere stata scritta questa mattina. All’inizio del ventunesimo secolo ci sono più profughi di quanti la storia ne abbia mai conosciuti. Il destino delle persone senza terra è il problema più urgente del nostro tempo.Gli Eraclidi è un testo coraggioso, umano e di impegno politico. Al suo interno ci sono impressionanti rovesciamenti, miracolose trasformazioni ed una vena di spaventoso umorismo. Le potenti parole e i potenti gesti di Euripide arrivano a noi da un’epoca nella quale il teatro serviva a formare la società, e l’idealismo aiutava a formare un popolo”.

(in Catalogo Romaeuropa Festival 2002)

LE MUSICHE DI ULJAN BAÏBUSSYNOVA
di Gioia Costa

Gli jyrau sono poeti, cantori, musici cui è affidata la memoria della tradizione del Kazakhistan. Nei secoli, il compito di trasmettere i canti epici era sempre stato affidato agli uomini.
Uljan Baïbussynova è una delle rare donne jyrau del suo paese: quando cerca nella memoria, fra i ricordi del passato, ha vivo il quadro delle serate nella casa dei suoi genitori, quando i jyrau cantavano e raccontavano fino all’alba le avventure degli eroi e le leggende del popolo kazakho. Nella sua famiglia la tradizione del canto è sempre stata presente, e la voce di Uljan Baïbussynova, dal timbro grave e profondo, ha deciso il suo destino. Questa magnifica cantante dà la sua voce alle antiche epopee, e le interpreta accompagnandosi con il dombre, liuto a due corde tipico della tradizione musicale dell’Asia centrale. Peter Sellars ha affidato a lei le musiche dello spettacolo, e con la sua voce la distanza fra l’est e l’ovest assumerà corpo in scena, mostrando quanto poco conosciamo la storia e la cultura di un popolo geograficamente a noi vicino, che possiede una tradizioni musicali e letterarie antichissime. E forse nascerà il desiderio di conoscerle.

UNO SGUARDO VERSO L’ALTRO

In occasione della presentazione dello spettacolo di Euripide The Children of Herakles, testo di grande attualità, la Fondazione Romaeuropa e Peter Sellars hanno creduto necessario creare degli spazi di dibattito con il pubblico e di incontro con le personalità, le istituzioni e le organizzazioni non governative impegnate sulle questioni relative ai problemi dell’immigrazione in generale, e dei rifugiati in particolare. Questi dibattiti, che un’artista quale Peter Sellars ha scelto di portare per molti mesi nelle università americane, hanno permesso anche a Roma di avere, seppure per un arco di tempo troppo breve rispetto a quello che sarebbe stato necessario, un approccio culturale e più sensibile verso una delle piaghe più vive della società contemporanea.

Villa Piccolomini, 6 novembre 2002
LE ARTI E LE CULTURE DELL’ACCOGLIENZA
Arte, religioni e culture condividono e promuovono qualcosa che va aldilà del materiale: emozioni e interiorità che sono una base comune da cui si impara ad accogliere l’altro.
in collaborazione con il Centro Dyonisia

Sala della Protomoteca in Campidoglio, 7 novembre 2002
SCONFIGGERE LA POVERTÀ: UNA SFIDA PER IL TERZO MILLENNIO
Per un confronto su vecchie e nuove povertà con particolare attenzione ai paesi in via di sviluppo, alle influenze sui paesi di recente immigrazione, alle conseguenze sull’ambiente e sulla salute.
In collaborazione con il Sindaco di Roma e l’Ufficio per le Politiche della Multietnicità

Università di Roma Tre, 8 novembre 2002
L’INTEGRAZIONE DEI RIFUGIATI: PROSPETTIVE DELLE SOCIETÀ MULTICULTURALI E DELLE SOCIETÀ DI RESPONSABILITÀ
Gli aspetti culturali dell’esilio e delle società di accoglienza. Integrazione a quale prezzo e per chi?
In collaborazione con l’Università di Roma Tre

Auditorium di Mecenate, 9 novembre 2002
LE DONNE RIFUGIATE: LE VITTIME
L’ottanta per cento dei 20 milioni di rifugiati del mondo è costituito da donne e bambini.
I loro diritti umani vengono violati quotidianamente: fame, analfabetismo, malattia e violenza sessuale nei campi profughi, sono i temi di questo incontro. In collaborazione con il CIR

Sono stati invitati ad intervenire
Peter Sellars (regista), Walter Veltroni (Sindaco di Roma), Magdi Allam (mediorientalista), Marco Ansaldo (giornalista), Massimo Livi Bacci (demografo), Rachid Benhady (regista), Laura Boldrini (UNHCR), Christian Boltanski (artista), Paola Boncompagni (scrittrice), Lucio Caracciolo (Limes), Giulietto Chiesa (giornalista), Franca Eckert Coen (Comune di Roma), Rabbino Capo Riccardo Di Segni (comunità ebraica di Roma), Francesco De Luccia (Centro Astalli), Umberto Di Giorgi (economista), Michele Manca Di Nissa (ACNUR), Guido Fabiani (Rettore Università di Roma Tre), Agostino Ferrente (regista – Associazione Apollo11), Nicoletta Gaida (Associazione Dyonisia), Pino Gulia (Caritas italiana), Christopher Hein (CIR), Maria Immacolata Macioti (Università la Sapienza), Raffaella Milano (Comune di Roma), Alessandra Napolitano (CIR), Lequjen Ngo Dinh (Caritas di Roma), Giovanni Pieraccini (Fondazione Romaeuropa), Abdellah Redonane (Centro Islamico – Comunità di Roma), Giulio Russo (Casa dei diritti sociali), Amartya Sen (Premio Nobel di Economia), Peppe Servillo (cantante Avion Travel), Tommaso Padoa Schioppa (economista), Cècile Sportis (PAM), Mario Tronco (Orchestra Interculturale di Piazza Vittorio), Pietro Veronese (africanista), Don Matteo Zuppi (Comunità di Sant’Egidio), Marie Heuze (ONU), e i responsabili di organismi internazionali (UNDP, World Bank) e di organizzazioni non governative impegnate sul campo.

Rassegna stampa

“A lasciare perplessi è la brutale ingenuità della realizzazione: si parte con una sorta di interrogatorio a due profughi stranieri in Italia, condotto da una persona che si occupa dei loro problemi; si procede invitando gli spettatori a un tè servito alla loro poltrona per fraternizzare; e si fanno infine seguire quasi due ore di maldestra mise en éspace della tragedia, detta con imbarazzanti toni ufficiali da una serie di attori in varie lingue, con tredici ragazzi di varie provenienze etniche addossati a un altare alle loro spalle. Intanto Luca Barbareschi interviene dalla platea come imprevedibile ospite d’onore, recitando brani di un coro pieno di buonsenso, e da un palco Nonna Alcmena grida la sua disapprovazione al mancato rispetto del diritto di asilo che minaccia la vita dei nipoti. […] Dobbiamo però ringraziare Sellars per averci regalato una perla che si stacca dal grigiore del contesto: l’arte e il mistero di Ulzhan Baïbussynova, che nel suo costume del Kazakhistan, carezzando il suo liuto a due corde o facendosene un’arma, canta in cima all’altare l’epopea del suo paese lontano. Una magia che ci ammalia, ma che non aveva bisogno del pretenzioso e ripetitivo montaggio che si svolge ai suoi piedi”.
(Franco Quadri, Sellars contro Euripide, la tragedia all’ora del tè, la Repubblica, 11 novembre 2002)

“Il pasticcio è grande ma, a me personalmente, non ha recato alcun disturbo. Mi è piaciuto proprio il modo disinvolto, fino alla neutralità espressiva, con cui gli attori recitano la tragedia. Perché mai in una tragedia dovrebbero rullare i tamburi? Perfino in Ronconi accade questo fenomeno di sovrabbondanza e qui sembra invece che la lingua inglese possa di per sé costituire un approccio, ben oltre i vari costumi moderni e allusivi, ad una nuova significazione epico-romanzesca. Un’opportunità che Sellars sfrutta da eccellente bricoleur, senza lasciarsi prendere la mano dal pathos, se non, com’è giusto, nella scena del sacrificio di Macaria, la giovinetta che offre la sua perché sia salva quella dei compagni di sventura. Il Coro, infine, è interpretato da Luca Barbareschi: che recitando come se non recitasse, scavalca in estremismo lo stesso Sellars e produce il Coro più feriale che si sia mai sentito”.
(Franco Cordelli, “Eraclidi” di Euripide come profughi afghani: tragedia made in Usa, Corriere della Sera)

“Storia trasferita in scena – sulla base di una traduzione quanto mai incisiva – con somma linearità, senza enfasi né ricercatezze formali. Con il linguaggio limpido, semmai, di un evento importante perché vitale e vero: teatrale nella misura in cui il teatro è partecipazione collettiva, presa di coscienza comune, denuncia sociale. Senza nulla togliere, però, alla poesia. E non è un caso che i momenti più toccanti d a pièce siano accarezzati da splendidi brani usicali “rubati” alla tradizione del Kazakhistan ed eseguiti dal vivo dall’incantevole Ulzhan Baibussynova. Brani dove l’universalità dei temi trattati con lucidità e chiarezza nel testo si fa volo lirico, immagine folgorante e commuovente. Come è commuovente, d’altronde, il sacrificio della piccola e coraggiosa Macaria (la brava Julyana Soelistyo) e come sono commuoventi i saluti finali di questi giovani “figli di Eracle” strappati per sempre alla loro terra d’origine: occhi e sorrisi che impongono, oggi più che mai, di smuovere quella “memoria pubblica” e quel “qualcosa di profondo dentro di noi” necessari per (ri)collocare il teatro tra i riti fondamentali di una società e di una cultura”.
(Laura Novelli, I dolori della Storia trovano pace sul palcoscenico, Il Giornale, 8 novembre 2002)

“In quell’effetto-babele di assoluta austerità visiva, lo spettacolo vero e proprio rischia di essere ben poca cosa rispetto all’enormità del dramma di cui si parla. Sellars, prima ancora che regista, è un grande organizzatore culturale, di rara e esplicita sensibilità. Altre volte, anche senza bisogno di tutte queste spiegazioni e didascalie, è riuscito a colpire in profondità lo spettatore, come nel classico Mercante di Venezia disseminato di monitor (in scena e in platea) su cui andavano i tumulti losangelini, ma anche nel molto contemporaneo La morte di Klinghoffer (qui peraltro evocato da una sedia a rotelle) sul dramma della Achille Lauro sequestrata dai terroristi. In questo caso, non è possibile non abbracciare la causa dei rifugiati, ma tocca a ciascun spettatore poi inventarsi un modo originale e non banale per perseguirla”.
(Gianfranco Capitta, Figli di Ercole senza asilo, il manifesto, 8 novembre 2002)

“Lo zelo terzomondista del regista è sincero, ma non esente da contraddizioni, anche perché il convulso finale euripideo rischia di trasformarsi in un’ambigua presa di distanza dalle vittime. L’intento di usare lo spettacolo per far discutere e riflettere è indubbiamente encomiabile, ma gestito con ingenuità, e i piccoli extraumanitari che scendono in platea a stringere la mano agli spettatori non mancano di spalmervi sopra una buona dose di retorica. E poi, certo, Sellars è di Pittsburgh, non si può pretendere che conosca Oliviero Toscani, ma a noi vedere quei ragazzini neri, bianchi, gialli, con le magliette variopinte, fa scattare un irresistibile effetto united colors. Se al tutto si aggiunge la presenza di Luca Barbareschi a far da coro e da intrattenitore, il risultato è piuttosto sconcertante”.
(Renato Palazzi, Euripide e i rifugiati politici, Il Sole 24 Ore, 10 novembre 2002)