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Muzsikás

Festa Ungherese


 

Nell’ambito delle manifestazioni per la Stagione della cultura ungherese in Italia, il Romaeuropa Festival inaugura l’edizione del 2002 con una festa dedicata a quelle musiche magiare tradizionali che tanto hanno influenzato il repertorio di artisti come Béla Bartók o Zoltán Kodály. Ad aprire il programma è il gruppo Muzsikás, dal cuore di Budapest, i cui suoni ancestrali si arricchiscono della voce cristallina di Márta Sebestyén, ospite fissa della formazione, come anche delle danze di Beáta Dobos e Béla Ónodi, che con i loro passi restituiscono in pieno l’esperienza della musica popolare ungherese e la sua capacità di coinvolgimento. Stesso obiettivo ha la formazione degli Hegedós, il cui invito a ballare rivolto al pubblico mira a far rivivere l’atmosfera delle “Tanchaz”, le case della danza di Budapest in cui si riuniscono giovani e anziani, tradizione e modernità: il risultato è un concerto che non richiede un semplice ascolto, ma la riscoperta di un più profondo piacere del gioco e dell’incontro.

 

Interpreti Mihály Sipós (violino, zither), Péter Éri (viola, mandolino, flauto, chitarra), Dániel Hamar (contrabasso, saltiero, gardon ), László Porteleki (violino, koboz), Márta Sebestyén (voce, tilinkó), Beáta Dobos (danza), Béla Ónodi (danza)

Ensemble Hegedós
Interpreti Ágnes Herczku (voce), Gergely Agócs (voce, tárogató, clarinetto, flauto, cornamusa, fujara), Tamás Gombai (violino), Gábor Szabó (violino, tambura), Sándor Tóth (secondo violino, viola, gardon, tamburo, zither), Zsolt Kürtösi (contrabbasso, fisarmonica), Balázs Unger (cimbalon)

 

Rassegna stampa

“Splendida Festa Ungherese nel giardino di Villa Medici, tra le ultime luci del tramonto e i tre quarti di luna, per l’inaugurazione del Romaeuropa Festival. […] Il giardino cinquecentesco dell’Accademia di Francia, diretta da Richard Peduzzi, si è trasformato spontaneamente in un anfiteatro naturale: gli invitati, esaurite le sedie, si sono seduti per terra a semicerchio attorno al palcoscenico. Il quartetto musicale di due violini, viola e contrabbasso, che ha suonato anche strumenti tradizionali, lo zither, il cupo gardon, il piccolo flauto tilinkò, ha dato il via a ritmi dionisiaci e ad armonie straordinarie cui il nostro orecchio non è avvezzo, basate su scala pentatonica e generate dai contatti del mondo popolare magiaro con quello turco, ucraino, rumeno.
Più che nei brani ispirati alla musica di Bartók e Kodály, proprio nelle antiche canzoni d’amore della Moldavia, dei Carpazi, della Transilvania, l’anima popolare ungherese è affiorata, dapprima nella tristezza di melodie affidate alla irresistibile voce dei violini, poi nello sfrenato dinamismo della czarda e di danze spinte sino alla frenesia. Ballavano tutti, anche i bambini […]”.
(Paola Pariset, Suggestioni dal folklore magiaro, Il Tempo, 19 settembre 2002)

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