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LLOYED NEWSON

The cost of living


Photo © Piero Tauro

Prima nazionale

The cost of living s’interroga sul “costo della vita” e sul “costo del vivere”, sugli ideali e sull’ipocrisia, sul comune senso del pregiudizio che circonda e corrode la vita personale di ogni uomo.
Il lavoro di Lloyd Newson e del DV8 Physical Theatre non critica soltanto la società, ma si propone di cambiarla, in un certo senso. In The cost of living il corpo diventa uno strumento per raccontare storie, quotidiane ma non comuni, di persone costrette ad affrontare il proprio allontanamento dal mondo: lo sguardo affonda dentro figure autentiche e fragili, scacciate ai margini per le loro differenze.
Una diversità che Newson trasmette come ricchezza, nei movimenti di performers differenti, fra loro, per età, dimensioni ed abilità fisica: ci sono due donne, alle quali viene chiesto di lasciare il Royal Ballet di Londra, una perché sta diventando troppo alta e l’altra perché ha problemi di peso; c’è un uomo di 150 chili e una settantaquattrenne che si muovono meravigliosamente; perfino un uomo che non ha più le gambe.
Come sempre nei suoi lavori, Newson lascia che emergano le verità più crudemente quotidiane, ovvero le normali e giornaliere costrizioni: ciò che siamo e quello che ci impongono di essere, pena l’esilio dal mondo. Lo spettacolo si trasforma così in un elogio dell’imperfezione, reale ed unico squarcio fra le omologazioni del mondo quotidiano, quelle che l’occhio dell’abitudine rende ormai impercettibili. C’è una verità fisica nel movimento, necessaria e provocatoria perché capace di destare, e Newson la cerca nell’umanità di chi non è più in grado di nascondere le proprie debolezze e di coloro che si ribellano al conformismo, e, come già era avvenuto in Enter Achilles, straordinario racconto sulla sessualità, non c’è posto qui per la facile comprensione o per il sentimento qualunquista.

Regia Lloyd Newson
Scene Lloyd Newson e Liam Steel
Suono e musiche Paul Charlier
Adattamento vocale Melanie Pappenheim
Suoni Gareth Fry
Luci Jack Thompson
Costumi Katy McPhee
Performers Jose Maria Alves, Robin Dingemans, Irene Hardy, Tom Hodgson, Eddie Kay, Eric Languet, Matthew Morris, Eddie Nixon, Kareena Oates, Talia Paz, Rowan Thorpe, David Toole, Vivien Wood, Arnon Zlotnik
Co-produzione DV8, Théâtre de la Ville and the Festival d’Automne; Romaeuropa Festival 2003; Julidans Festival / Stadsschouwburg Amsterdam; PACT Zollverein / Choreographisches Zentrum NRW; Hebbel-Theater Berlin.

Originariamente commissionato dal Sydney 2000 Olympic Arts Festival, e co-prodotto da DV8 e Royal Festival Hall, in associazione con Dance Umbrella.
Un progetto associato Artsadmin, realizzato a Roma in collaborazione con il British Council.

LE MIE DEVIAZIONI TRA DANZA E TEATRO. INTERVISTA A LLOYD NEWSON
di Cristina Piccino

Eccoci allora a The cost of living, una ragazza troppo alta per danzare, una troppo grassa, un danzatore senza gambe… tutto quanto rompe spudoratamente regole e convenzioni dell’apparire, bellezza, successo, denaro, sex-appeal. Newson lo incontriamo il mattino prima del suo debutto. Gentile, ironico, molto diretto.

La danza. Si può dire che The cost of living parta da questo universo? Le figure in scena sono danzatori impossibili?
Ho studiato danza moltissimi anni, tecniche e scuole molto diverse. Così anche dalle persone con cui lavoro voglio una preparazione tecnica il più ampia e curata possibile. Il punto per me non è criticare o detestare la danza di per sé. Però mi chiedo: perché fare un arabesque? Che cosa significa? Il problema deve essere il soggetto che li fa. Cerco così di arrivare a un linguaggio in cui il movimento parta da chi lo compie e non da una definizione precostituita all’esterno.

Da cosa nasce il titolo dello spettacolo The cost of living?
Intanto dal rapporto con l’economia, il costo della vita, penso a Londra che è ormai una città impossibile, gli affitti specialmente. Poi c’è un aspetto personale, intimo, cioè il valore che ognuno dà alla propria vita, insomma il mercato finanziario e quello umano. Che però finiscono per intrecciarsi, tutto ha un prezzo, tutto si paga. Ci sono delle indicazioni sul palco che mostrano quanto può essere comprato o quanto costa una scelta. C’è un prezzo da pagare però puoi decidere anche tu.

Torniamo alla danza. Dici che il punto non è criticare o detestare. Dov’è allora il rapporto e la frattura del “physical theatre”?
Quando parlavo degli arabesque o delle piroette, si fa lo stesso da decenni, era così che so? Sessant’anni fa. Ci sono possibilità molto limitate, una danzatrice non può avere un seno abbondante, un danzatore non può essere calvo, devono essere giovani, rispondere fisicamente a certe caratteristiche etc… Ti racconto una cosa. Nel 1981 mi sono rasato il cranio. Cominciavo a essere calvo, così ho deciso di eliminare tutti i capelli. Allora non andava ancora di moda, i soli a rasarsi erano gli skinheads, e la gente mi guardava con imbarazzo e disgusto. In metropolitana sbirciavano il mio cranio rasato da dietro il giornale. Così ho fatto uno spettacolo in cui mi rompevo sulla testa dei gusci d’uovo, c’erano molte battute, giochi, provocazioni. Non posso dire che fosse solo una critica ai canoni della danza, sarebbe riduttivo. C’era anche una poetica di humour e di bellezza.

Quindi il teatro fisico è un movimento in relazione alla realtà?
Diciamo che è un insieme di investigazione e riflessione, ripeto sarebbe troppo superficiale parlare di critica. Preferisco definirlo una giustapposizione di conflitti, all’interno della quale convivono fantasie e considerazioni diverse.

Qualche mese fa avete realizzato un’istallazione nella nuova Tate Gallery;
Avevamo a disposizione l’intero edificio, l’idea di partenza era il confronto tra la cultura alta e cultura bassa, distribuita così nei diversi piani. Il circo: perché si dice che non sia arte mentre il balletto lo è? Cioè cosa rende certe forme arte?

(Cristina Piccino, Le mie deviazioni tra danza e teatro, il manifesto, 17 ottobre 2003)

Rassegna stampa

“Mettiamoci una maschera e andiamo a lavoro. Infiliamoci in un costume ed entriamo sulla scena della vita. C’è chi l’osserverà da lontano, chi da vicino e chi seduto davanti a una bottiglia di champagne. Se sei invitato al ballo devi osservarne le regole, ma le differenze esisteranno anche nell’omologazione. […] Proprio perché non racconta una storia, proprio perché non ha scene né costumi, Lloyd Newson ha scelto atmosfere. Le luci disegnano stati d’animo. C’è la proiezione di un passaggio di nuvole che diventa un incubo e ci sono situazioni umane poco rassicuranti. Nel suo studio delle differenze The cost of living svela i nostri segreti. C’è la ballerina quasi cinquantenne alla quale ormai impediscono di fare il suo lavoro, ma che si permette di rifiutare un giovanotto aitante. C’è una signora di più di 70 anni che appare quasi nuda e confessa di avere avuto tre amanti che avevano meno di 30 anni. C’è un ballerino di 150 chili e uno in tutù che sembra uscito dal Lago dei cigni. Ma non viene in mente a nessuno il freak, l’emarginato”.
(Laura Putti, Danzando la complessità della vita, la Repubblica, 18 settembre 2003)

“L’uomo su cui converge l’attenzione spaesata e senza più canoni estetici (ma anche senza nulla di patetico o di irrispettoso) di tutta la gente in sala è il 39enne inglese David Toole, un performer totalmente privo di gambe dalla nascita, già attivo nel mondo della danza dal 1992 con la compagnia Cando-Co. Usando disinvoltamente gli arti superiori come arti inferiori, calpestando l’ampio declivio verde-erboso della scena con prensilità di mani paragonabile a quella dei piedi, Toole si sposta con la maestria di un agile ragno munito di tronco umano, esegue passi, giravolte e movimenti lievi disegnando per terra le spirali di un’esistenza umanissima. Più tardi guiderà per poco una massa ritmica di colleghi. E più avanti, in disparte, quasi sullo sfondo, darà vita con Tanja Lieddtke a una scena d’amore che resterà indelebile nella memoria, una sequenza di lievi contatti, poi di carezze, di strette, di posizioni inaudite per cinesi ed equilibri, un rapporto che con infinita dignità dice la bellezza, lo strazio e l’effimero di ogni avventura tra i sessi. Davvero, e pur sempre con discrezione, un evento nell’evento, questa sua presenza”.
(Rodolfo Di Giammarco, La danza dei corpi parlanti del DV8 Physical Theatre, la Repubblica, 18 ottobre 2003)

“Uno spettacolo in cui tutto ha concorso all’alta qualità artistica: la scrittura coreografica di grande nitore, la scena ideata dallo stesso Newson con due muraglie grigie da incubo, dalla cui fenditura uscivano i lemuri, gli imperfetti; la delicata e sommessa musica di Paul Charlier affidata specie alla fisarmonica e al carillon; le impressionanti luci, anzi controluce di Jack Thompson; la straordinaria bravura dei ballerini e non-ballerini; il ruolo protagonistico dell’uomo senza gambe, che si spostava con velocità da acrobata sulle braccia dondolando i brevi moncherini, come nella dolcissima scena in cui si muoveva a ritmo con due fanciulle, o quella in cui quattro ballerini danzavano a terra la sua danza dondolante, massima e sacrale espressione della volontà di integrazione del diverso. […] Ma il senso di straniamento e di emarginazione di questa umanità dilagavano sulla scena davvero dantesca dell’androgino dalla voce bianca, quando il budello scivoloso tra le due muraglie si è riempito di nebbia grigia, informe come la natura del giovane, che infine dopo un breve e bellissimo brano danzato sprofondava lentamente, con il suo compagno, nella melma grigia e fredda, nell’esclusione dal mondo”.
(Paola Pariset, Le diversità di Newson conquistano il pubblico, Il Tempo, 18 ottobre 2003)

“Quando una voce fuoricampo suggerisce: be normal, be prowd, be one of the crowd, ironico elogio alla diversità, l’atmosfera adolescenziale, creata dal gruppo con palloncini colorati e danze giovanilistiche, a suon di canzonette e valzerini da boulevard francese, s’è già incupita. Si precipita nella scena dantesca del tossico-femminiello che danza con un compagno che gli sputa sul petto, e ancor più giù fino al suicidio. Tutto acquista maggior spessore ma siamo lontani dalle prove doc dei DV8 (Strange fish, Dead Dreams in monocrome men, Enter Achilles): entertainment rannuvolato da cattivi presagi, The cost of living non esplora un modo diverso dal teatrodanza cui siamo abituati (Bausch, Platel, persino Fabre) per mettere in scena il disagio e la durezza esistenziale. Ci sono tonfi (la svendita di movimenti di balletto a 5 euro, la stessa gara tra il pubblico), ma anche autentiche perle: danze pop, fatte di gesti ossessivi, passi e salti folk a duetto col classico, in cui esplode un’irresistibile invenzione sostenuta dalla freschezza degli interpreti”.
(Marinella Guatterini, Ballare nonostante l’handicap, Il Sole 24 Ore, 19 ottobre 2003)

“L’inferno sono gli altri, pare dire il coreografo inglese che si serve della danza come della canzone e del monologo teatrale, del dialogo, per toccare proprio questi altri, per raggiungerli con uno spettacolo lieve e angosciante capace di cambiare di continuo le carte in tavola: un tale è inerte e arreso davanti alle urla della moglie e non si accorge di lei neppure quando lei si porta la mano di lui sotto le mutande, e poi lui bacia un uomo con passione rivelandosi nell’angolo del peccato, un uomo che perderà, e quando i freak scendono tra il pubblico e gli prendono gli oggetti personali (un calzino piuttosto che la carta di credito o un gioiello), per un gioco paratelevisivo, non sono niente di diverso, ma, quando si tratta di concludere il gioco con la scelta del “tipo di classe” tra i normali, loro sulla scena sono in slip rossi e vicino ai “tipi di classe” la differenza si vede; e alla fine nessuno vince. Né i freak né i “tipi di classe”. Non c’è vittoria nell’inferno, e non c’è classe, ma soltanto la possibilità di provare pietà come pietas, condivisione del dolore altrui”.
(Sabrina Stella, Il prezzo della diversità nel teatro fisico del DV8, Avanti!, 21 ottobre 2003)

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