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Emma Dante

Cani di bancata


Photo © Piero Tauro

Una vestizione degli ignudi, scandita dal rumore schioccante delle vesti, lumi che si accendono, sacre immagini che bruciano, e su tutto l’odore di cenere che invade violento l’aria: Emma Dante colpisce i sensi con i rituali grotteschi del potere mafioso, della “sacra famiglia” che si spartisce e divora l’Italia a morsi.
Cani di bancata, l’ultima prova della regista siciliana, scava nei legami tribali delle cosche mafiose e mette in luce le contraddizioni di un ordine capace di sopraffare restando nell’ombra, in un recinto intimo, dove col sangue si creano legami, si sanciscono affiliazioni. “Entro col sangue e uscirò col sangue”. Una donna, una Madre-cagna, è il capo di questa oscura famiglia: lei cresce i suoi figli, il suo branco, e li benedice; attraverso lei si acquisisce l’onore; lei è protezione e speranza di un’ascesa nei banchi più alti della mensa del potere. E’ intorno alla sua veste divenuta candida, che si apre un banchetto, una sorta di ultima cena: lei dall’alto la domina, potente e calda madre. Spicca violentemente questo contrasto tra l’amorevolezza dei rapporti della Famiglia e la materia stessa di questa, la violenza, la barbara essenza che si fa viva nell’abbuffata animalesca del pane, del “corpo” della cagna. I “cani di bancata” hanno gli occhi coperti da cappelli da donna a falda larga, coprono lo sguardo e si celano nell’anonimato, sono un “nessuno”, che afferma il suo essere solo attraverso il potere violento eppur regolato, che trova la sua legittimazione in un codice d’onore e in alcuni riti, consumati nel nome del “Padre, del Figlio, della Madre, dello Spirito Santo”. E tra giuramenti e baci, tra giochi di morte e rivalse, si consuma il segreto orrore di questa società che padroneggia su un’ Italia capovolta, dove la verità non viene più celata, è semplicemente delegittimata.

E’ un teatro che ammicca ad Artaud, alla rappresentazione catartica di una violenza che ci riguarda, questo in scena con Cani di bancata. Ti prende, ti cattura e alla fine ti colpisce come un pugno nello stomaco. Tra elementi primordiali, sputi e briciole trangugiate, atmosfere ora tormentate ora, ossimoricamente, vibranti di gioia, come nella preparazione della tavola, con la vestizione della Madre santissima sulle note gioiose di un bel valzer, ci si sente smarriti e turbati. E’ un viaggio nelle viscere di una terra e di un mondo fatto di gesti e muti assensi, di danze fatali, in cui i corpi si stringono minacciandosi con le pistole, e gli attori, straordinari, in questo viaggio ti conducono con veemenza e con forza. Nella perfetta organizzazione iconografica di questa mensa piramidale, il vertice, lei, la Madre, strega con il suo fare da attarantata. Manuela Lo Sicco è perfetta nel modulare la voce roca, amorosa e bestiale. E’ uno shock. E’ una strada che si percorre in un solo verso, non se ne torna indietro. E’ la contraddizione di ogni vita che viene rappresentata dall’energia dei corpi che vibrano, tremano, sudano e con il loro dimenarsi invocano la morte e l’orrore.

@ Valentina Casadei

@ Foto Piero Tauro

Crediti

Testo e regia Emma Dante

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