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Béla Bartók


Nasce nel 1881, in Ungheria. La sua prima educazione avvenne in un ambiente familiare dominato dall’amore per la musica. Fu la madre ad insegnargli i rudimenti del pianoforte; poi, nel 1893, Bartók intraprese a Bratislava, con Erkel, gli studi di composizione, che completò (1899 – 1903) all’Accademia musicale di Budapest. Negli anni successivi, mentre dava inizio alla sua attività di pianista, cominciò a coltivare un appassionato interesse per il canto popolare ungherese e balcanico, dedicandosi con Kodály alla raccolta e allo studio dei suoi documenti. Insegnante di pianoforte all’Accademia di Budapest dal 1907, proseguì con grande successo la carriera concertistica in patria e all’estero, esibendosi spesso insieme alla moglie, pianista e al violinista Szigeti. Contemporaneamente Bartók veniva precisando la sua personalità di compositore. Nel 1913, il suo interesse per le manifestazioni della musica etnica lo condusse sino all’oasi di Bistra nell’Africa del Nord, dove studiò la musica popolare araba. Nel 1919 fece parte, nella Repubblica dei Consigli stabilita in Ungheria da Bèla Kun, del direttorio musicale, dando un contributo prezioso alla riforma democratica della vita e dell’educazione musicali ungheresi. La sua produzione si diffondeva intanto in Europa e in America, imponendo il suo nome come quello del maggiore compositore ungherese del suo tempo. Nel 1934 lasciò l’insegnamento per dedicarsi interamente allo studio del folklore. Nel 1940, con l’avvicinamento politico dell’Ungheria alla Germania, lasciò il paese natale e si trasferì negli stati uniti. Qui, nonostante una sporadica attività di pianista, conferenziere e docente di etnomusicologia, visse quasi dimenticato, ai limiti dell’indigenza, fino alla morte.
Le origini della formazione di Bartók vanno ricercate nella musica del tardo romanticismo centroeuropeo, soprattutto in Brahms, Wagner e Richard Strass per il quale nutrì una sorta di venerazione. Ben presto si avvicinò – attraverso Liszt – al folclore musicale del proprio paese. Da quel momento la sua personalità venne gradatamente qualificandosi come quella di un autentico musicista nazionale. A partire dal 1906 – 1907 circa, approfondì metodicamente e scientificamente lo studio della musica popolare, ricavandone insegnamenti decisivi anche per la definizione stilistica della sua attività di compositore. Ciò non gli impedì tuttavia di studiare e assimilare, nello stesso tempo, i più importanti fenomeni della musica contemporanea europea, dall’impressionismo all’espressionismo e alle innovazioni armoniche e ritmiche di Stravinskij. Tra le prime composizioni che accompagnano la maturazione creativa di Bartók sono da ricordare l’opera in un atto Il castello del Principe Barbablù (1911) e L’allegro Barbaro (1911) per pianoforte, in cui l’autore compie una prima geniale sintesi tra le varie componenti della sua educazione. I due primi quartetti per archi (1908 e 1915-17), la Suite per pianoforte op. 14 (1916), il balletto Il mandarino meraviglioso (1918-19), le Sette danze popolari rumene per orchestra (1917) sono ulteriori e importantissime tappe di questo periodo della sua evoluzione, caratterizzato da una energia ritmica quasi ossessionante, da una armonia estremamente ardita, ai limiti dell’atonalità, da una ricerca timbrica inesauribilmente feconda, da un modo affatto inventivo di adattare a peculiari fini espressivi le strutture caratteristiche del canto popolare senza mai ricorrere, per altro, alla tecnica della citazione letterale. Dopo un silenzio durato qualche anno, comincia nel 1926 una nuova serie di opere, non meno rilevanti ed incisive di quelle del decennio precedente. Se i Quartetti nn. 3 e 4 (1927 e 1928), il Concerto n.1 (1926), il monolitico Concerto per pianoforte e orchestra n. 2 (1930-31) e la Sonata per pianoforte (1926) appaiono ancora legati all’immagine di tumultuosa vitalità espressa dalle composizioni giovanili, altri lavori, come il Quartetto per archi n.5 (1934), la Musica per archi, percussione e celesta (1936), la Sonata per due pianoforti e percussione (1937), il Concerto per violino e orchestra (1938) e il Divertimento per archi (1939) tendono a un diverso equilibrio – di misura – delle varie componenti dell’ispirazione bartokiana: equilibrio che appare compiutamente raggiunto, sia pure, talora, con una minore intensità interiore, nelle opere dell’ultima maturità, quali il Quartetto per archi n.6 (1939), il Concerto per orchestra (1943), il Concerto per pianoforte e orchestra n.3 (1945), il Concerto per viola e orchestra (1945), la Sonata per violino solo (1944).
L’opera di Bartók è una delle più solenni e compatte produzioni musicali del Novecento. Forse nessun musicista a lui contemporaneo ha saputo essere fedele con tale coerenza a istanze, anche etiche e sociali, apparentemente diverse: un senso autentico e profondo di un radicale rinnovamento delle forme, l’amore per le tradizioni del mondo popolare e contadino. Poiché dall’elemento popolare parte per una profonda esplorazione della condizione umana contemporanea. Come la musica contadina, da lui rivelata, appare non subordinata all’istituzione colta, così la sua musica sembra spesso esprimere una realtà quasi “vegetale”, autonoma e autosufficiente, staccata dal soggetto.
Bartók muore nel 1945.

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