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Orchestra Sinfonica del Teatro Nazionale dell'Opera di Budapest

Concerto su musica di Franz Liszt e Béla Bartók


CONCERTO IN MI BEMOLLE MAGGIORE
Musica
Franz Liszt
Interpreti Gergelz Bogányi (pianoforte)

PRELUDI
Musica
Franz Liszt
Ensemble Orchestra Sinfonica del Teatro Nazionale dell’Opera di Budapest
Direzione Héja Domonkos

CASTELLO DEL PRINCIPE BARBABLÙ
Musica
Béla Bartók
Libretto Béla Balázs
Ensemble Orchestra Sinfonica del Teatro Nazionale dell’Opera di Budapest
Direzione Héja Domonkos
Interpreti (solisti) Ildikó Komlósi (mezzosoprano), István Rácz (basso)

Nell’ambito della stagione della cultura ungherese in Italia, il Romaeuropa Festival ospita l’Orchestra Sinfonica del Teatro Nazionale dell’Opera di Budapest, per rendere omaggio a due compositori del calibro di Béla Bartók e Franz Liszt. Nella prima parte del concerto, Gergely Bogányi, uno dei più giovani pianisti emergenti, esegue il Concerto in mi bemolle maggiore di Franz Liszt – autore di cui Bartók tanto ammirava l’uso timbrico percussivo del pianoforte – a cui fa seguito l’interpretazione per intera orchestra de I preludi, componimenti sinfonici dello stesso Liszt nati come introduzione ad un gruppo di odi corali e quindi rielaborati come poema autonomo, con un titolo ispirato alle Méditatìons Poétiques di Lamartine.
Il Castello di Barbablù di Bartók, unica incursione del compositore nel teatro, è invece protagonista assoluto della seconda parte della serata: composta nel 1911 su libretto di Béla Balázs, teorico del cinema ungherese e sceneggiatore per Pabst, l’opera raggiunge una perfetta sintesi musicale tra ricerca e tradizione popolare, aprendosi a un’indagine sulla condizione umana profondamente suggestiva. Le voci che fanno rivivere la celebre favola nera sono quelle di Ildikó Komlósi e István Rácz, dirette, insieme all’intera orchestra, dal maestro Héja Domonkos.

 

IL CASTELLO DEL PRINCIPE BARBABLÙ
Opera in un atto di Béla Bartók su libretto di Béla Balázs
Prima rappresentazione a Budapest, 24 maggio 1918

È il 1910 quando Béla Balázs, scrittore di talento ma soprattutto geniale teorico di cinema, sottopone all’attenzione di Béla Bartók e Zoltán Kodály un suo breve dramma ispirato al fiabesco personaggio di Barbablù. Bartók decide di comporre la drammaturgia musicale e l’opera segna la sua unica incursione nel teatro.

Al levarsi del sipario entrano in scena il principe Barbablú e Judit. Una quasi totale oscurità raccoglie il loro dialogo cieco. Judit non ha esitato a lasciare tutto quello che le era caro per seguire Barbablù, ma le gelide tenebre del castello, privo di finestre, e l’acqua che continuamente traspira dalle mura, quasi un pianto, la riempiono di sgomento. Altrettanto misteriose e sinistre le paiono le sette porte chiuse che si affacciano sulla sala principale: vorrebbe aprirle per accedere a quelle stanze celate alla sua vista, e portare così luce e calore ovunque. Barbablù tenta di dissuaderla, ma Judit insiste fino ad ottenere la chiave della prima porta: quella che si apre davanti a lei è la camera della tortura. Il sangue cola dalle pareti. Il marito le chiede di non andare oltre, ma la donna riesce a farsi dare la chiave della stanza successiva: una sala d’armi. Anche sui lugubri ferri Judit intravede delle chiazze di sangue, e a nulla vale la viva resistenza di Barbablù, che è costretto a porgerle la terza chiave. Si spalanca la sala del tesoro, ricca di sfavillanti gioielli, ma non privi, anch’essi, di tracce di sangue; sangue che macchia anche i fiori e le magnifiche piante del giardino del duca: e siamo dietro la quarta porta. La quinta porta rivela il vasto reame del protagonista, visione abbagliante, in cui tuttavia nubi rossastre incombono sul magnifico paesaggio. Un lungo gemito si ode quando la sesta porta viene aperta. Invano Barbablù tenta con sempre maggiore determinazione di impedire che la moglie entri. All’apertura si vede un lago bianco alimentato da lacrime: sono le lacrime di Judit, spiega il principe.

Resta allora da svelare l’ultimo mistero. Barbablù rifiuta con sempre maggiore fermezza, ma cede dinanzi alla certezza con cui Judit dichiara di sapere quel che vedrà: i corpi senza vita delle precedenti mogli, come vogliono le dicerie udite nel villaggio. Di fronte a quest’accusa Barbablù consegna la settima chiave: un grande stupore coglie la donna quando vede sfilare davanti a sé tre donne riccamente vestite. Sono le mogli del mattino, del mezzogiorno e della sera – spiega l’uomo – e Judit, che egli ha incontrato di notte, sarà la donna della notte. Inutilmente allora invoca pietà: il suo destino è segnato. Barbablù la ricopre di gioielli meravigliosi e la avvolge in un manto stellato. Judit segue le tre compagne e la porta si chiude alle sue spalle. Il principe s’allontana, mentre le tenebre tornano ad invadere il castello facendo sprofondare Barbablù in una eterna solitudine.

 

BARTÓK, KODÁLY E LA SCOPERTA DELLA MUSICA POPOLARE
di Michele Dall’Ongaro

Immaginate: due ragazzi, sui vent’anni, in cammino per sentieri, strade sterrate e vicoli di sperduti paesini della campagna ungherese. La natura, i costumi, gli odori e i colori dei campi e delle povere case che visitano stridono vistosamente con i loro abiti borghesi e con lo strano e ingombrante attrezzo che si trascinano dietro. E uno dei primi modelli della clamorosa invenzione di Edison che permette ai nostri eroi, per la prima volta nella Storia, di registrare sul campo le voci, i canti i suoni di una cultura viva ma sepolta. Sono Béla Bartók e Zoltán Kodály che regalano al Novecento l’emozione della scoperta di un tesoro: quel canto contadino autenticamente popolare fino ad allora disprezzato e misconosciuto.
Dal momento in cui abbiamo scattato questa straordinaria immagine ad oggi è passato giusto un secolo. L’Ungheria, grazie a Kodály, è diventato uno dei paesi musicalmente più istruiti; il mondo grazie a Bartók, si è arricchito di capolavori, cultura, idee e di nuove modalità di ricerca.

L’influenza diretta della lezione di Bartók si è manifestata, nel tempo, più lentamente di altre. Si è capito ben presto, però, che la sua capacità di vedere attraverso la lente dell’avventura etnomusicologica i riflessi della tradizione colta (segnatamente Bach, Beethoven, Strauss, Debussy) ha risultati ben diversi dalle paginette pseudofolcloristiche di moda allora come ora. Impossibile immaginare opere di autori come Ligeti o Kurtág senza i precedenti di quella lezione. Difficile fare a meno di quel rispetto, ormai diffuso, verso le culture altre che quell’esperienza ci ha insegnato. Problematico, inoltre, ignorare l’esempio etico che l’impeccabile condotta personale e il rigore artistico di Bartók ci ha lasciato. Anche in questo, Maestro. A tutto ciò, e ad altro, dobbiamo la ricchezza di voci, la polifonia che la musica d’oggi offre. Le tensioni, i conflitti, le tendenze che allora ci sembravano contrapposte oggi – anche se non sempre pacificamente – si rivelano complementari. Un lungo sguardo che abbraccia anche autori apparentemente distanti da quell’esperienza come, ad esempio Donatoni. Non a caso, da ragazzo, lo chiamavano Donatók.

(in Catalogo Romaeuropa Festival 2002)

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