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L'Orchestra di Santa Cecilia

Turangalîla


Rimane sicuramente uno dei momenti culminanti di questa edizione del 1986 del Festival, l’incontro fra una delle sinfonie più significative del nostro secolo, l’Orchestra di Santa Cecilia e Kent Nagano, uno dei maggiori direttori d’orchestra; al concerto era presente lo stesso Olivier Messiaen che, durante l’esecuzione, ha sfogliato con diligenza la propria partitura, Turangalîla – Sinfonia, scritta tra il 1946 e il 1948 appositamente per la Boston Symphony Orchestra e destinata a consacrare internazionalmente il suo autore come uno dei più sensibili ed influenti compositori contemporanei.
La parola “Turangalîla” deriva dal sanscrito e combina i vocaboli “Lîla”, cioè gioco (ma anche amore) e “Turanga”, ossia tempo, movimento, ritmo: il risultato è quello che il suo stesso autore definisce un canto d’amore, un inno alla gioia di grande complessità, diviso musicalmente in dieci movimenti e articolato in quattro temi ciclici che ne percorrono l’intera scrittura.
Sperimentatore tra i più assidui della cosiddetta musica seriale, Messiaen utilizza nella sinfonia due procedimenti (i “ritmi non-retrogradabili” ed i “personaggi ritmici”) che furono fortemente innovativi all’epoca della prima esecuzione e che contribuiscono ad arricchire un’opera fluviale, di vastissimo respiro, la cui architettura conferma la forte ascendenza barocca del suo compositore e la pone perfettamente in sintonia con i temi di questa edizione del festival.
Affidata alla sensibilità dell’Orchestra di Santa Cecilia, l’esecuzione richiede un grande virtuosismo solistico per il pianoforte e l’onde martenot: quest’ultimo, strumento elettronico a tastiera basato sulla rielaborazione delle differenze di frequenza emesse da due generatori, detiene un’importanza tale nel percorso dell’opera che da quasi quarant’anni è affidato alle sole mani di Jeanne Loriod.

Rassegna stampa

“L’Europa è a terra, ma lui la lascia lì, come forse merita, e si rivolge all’India e all’America (che affiora a volte tra slanci di jazz e turbolenze foniche, care a Charles Ives). Innalza grandi montagne di suono e fa precipitare a valle grandi valanghe che lasciano scoperti nuovi spazi, puliti, nei quali Messiaen si inoltra con suoni inediti: orchestrali (la ricerca sui timbri è “diabolica”) e pianistici. Un pianoforte incombe, dall’inizio alla fine, in tutti i dieci movimenti della composizione (un’ora e un quarto) ed è a un passo da quello di Boulez, non per nulla allievo di Messiaen, maestro di tutta una generazione di compositori. Al suono del pianoforte si aggiunge quello delle Onde Martenot, che spesso si pone in testa alla spavalderia ritmico-timbrica, come il fischietto di un gigante (o di un uomo nuovo), che si trascina dietro il fischio, il canto, il richiamo di uccelli”.
(Erasmo Valente, Messiaen, il suo Olimpo è l’Himalaya, l ‘unità, 22 giugno 1986)

“La radice del comporre resta per Messiaen legata al modo, che è cosa profondamente diversa dalla serie: il modo è una traccia da seguire, la serie una griglia cui obbedire. Attraverso l’uso di modi, nelle altezze, e quindi nei contrappunti, nella formazione di accordi, Messiaen sembra non abbandonare del tutto il sistema Tonale: ma è un’impressione fallace, prodotta dal fatto che la tonalità è uno dei modi possibili. Tutto ciò sarà stato perfettamente colto con estrema chiarezza dal pubblico accorso all’Auditorio Pio per ascoltare Turangalîla […]. L’effetto di questa immensa sinfonia in dieci tempi può risultare anche sconcertante, rammentare in certi commenti sonori film hollywoodiani tipo antica Roma o amori felici nelle isole del sud, ma lo sconcerto è ingiustificato, perché in realtà quegli effetti sono ottenuti con calcolatissimi procedimenti razionali”.
(Dino Villatico, Una sinfonia in dieci tempi, la Repubblica, 22 giugno 1986)

Crediti

Musica Olivier Messiaen
Ensemble Orchestra Sinfonica di Santa Cecilia
Direzione Kent Nagano
Solisti Yvonne Loriod (pianoforte), Jeanne Loriod (onde Martenot)

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