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L'Orchestra della Rai

Concerto su musica di Debussy, Honegger, Stravinskij – Orchestra e Coro della Rai di Roma


In occasione dei mondiali di calcio, ospitati quest’anno dall’Italia, è stato presentato al pubblico un concerto dedicato ai rapporti tra musica e sport, scegliendo anche una collocazione inusuale per l’Orchestra della Rai, il Villaggio vip del Foro Italico.
Il programma, che ha il merito di dare spazio ad alcuni capolavori del Novecento raramente eseguiti, è legato a filo doppio con il mondo dello sport: il poema danzato Jeux, scritto da Debussy nel 1913 per i Ballets Russes di Diaghilev, è costruito sulla esile ma divertita storia di un tennista che, intento a recuperare una pallina, finisce con l’essere distratto dall’arrivo di due avvenenti ragazze; Rugby (1928) di Honegger, è invece il risultato non casuale della passione del musicista per le attività agonistiche che lo resero, oltre che giocatore di calcio e rugby, spericolato pilota di aerei ed automobili; infine Les noces di Stravinskij, resta la scelta più audace in cartellone, poiché il suo legame con lo sport è rinvenibile essenzialmente nell’inesausto vitalismo musicale che anima la storia di un matrimonio nella Russia contadina.
A dirigere l’Orchestra e Coro della Rai, Michel Tabachnik, bacchetta che sa muoversi attraverso le composizioni tradizionali quanto quelle più estrosamente contemporanee.

JEUX DI CLAUDE DEBUSSY
di Renato Bossa

Jeux, poema danzato, andò in scena il 15 maggio 1913, nella serata inaugurale della stagione dei Ballets Russes di Diaghilev al Théâtre des Champs-Elysées appena inaugurato. La coreografia fu di Nijinskij, che lo interpretò anche, insieme alla Karsavina e a Ludmilla Scholler. L’occasione, di grande rilievo mondano, non impedì che allo spettacolo non arridesse il successo, e, quel che è peggio, nemmeno la feroce, polemica accoglienza che sarebbe stata riservata, due settimane dopo, alla celeberrima prima del Sacre stravinskiano. Se il pubblico avesse compreso che la ricercatezza timbrica del venerato Debussy celava meccanismi altrettanto rivoluzionari delle sonorità violente del giovane russo, anche la prima di Jeux sarebbe stata ben movimentata. Il balletto pose termine alla tormentata collaborazione di Debussy con Diaghilev, iniziata nel 1909 con un progetto, poi abbandonato, di mettere in scena Masques et Bergamasques, e proseguita con la contestata versione di Nijinskij (alla sua prima esperienza coreografica) de L’après-midi d’un faune. Jeux fu dunque il primo balletto esplicitamente scritto da Debussy (e con grande rapidità, in circa tre settimane dell’agosto 1912) per i Ballets Russes. La realizzazione coreografica di Nijinskij comunque non gli piacque affatto: “Quest’uomo – scriveva a Roberto Godet poco dopo aver visto lo spettacolo – somma le biscrome ai suoi piedi, prova con le braccia, poi, come improvvisamente paralizzato, resta a guardare, con occhio malevolo, la musica che segue”.
La vicenda, volutamente a-drammatica del balletto, un pas de trois, rappresenta un giovane che cerca in un giardino una palla da tennis. È distratto dalla comparsa di due avvenenti fanciulle, e presto il gioco amoroso si confonde con una partita a tennis. “Jeux – scriverà Debussy – è il decoroso titolo per gli “orrori” compiuti da quelle tre persone”.
Alla “prima” del 15 maggio assisteva anche Stravinskij, il quale ricorda nelle sue Cronache: “Quanto al balletto Jeux di Debussy, ricordo perfettamente di averlo sentito, non so più se alla prova generale o alla prima. Questa musica mi piaceva molto. Debussy me l’aveva fatta precedentemente sentire al pianoforte. Come suonava bene quell’uomo! Lo slancio e il brio di questa partitura meritavano da parte del pubblico un’accoglienza più calorosa di quel che non si ebbe in realtà. La coreografia di questo balletto mi si è del tutto cancellata dalla memoria”.
La musica di Debussy viene considerata uno dei suoi capolavori e una pietra miliare della musica moderna. Basti pensare all’inizio, di corni e arpe in pianissimo, timbricamente inedito, sospeso, con i bicordi densi di fascino, sulle note tenute dei violini. Pierre Boulez, il musicista francese artefice di una rilettura che sottrae Debussy dalle atmosfere flou dell’Impressionismo e ne fa uno dei maestri della Nuova Musica, scrive che in Jeux “l’orchestrazione come veste scompare, a beneficio di un’orchestrazione inventiva; l’immaginazione del compositore non si limita, successivamente, a comporre il testo musicale e poi ad agghindarlo del prestigio strumentale…”. E, a proposito del tempo che scorre nella partitura: “la struttura [di Jeux], dalla complessità fluttuante, instaura una forma di pensiero di una duttilità estrema, fondata sulla nozione di un tempo irreversibile; per intenderla, basta sottomettersi al suo sviluppo”.

LES NOCES DI IGOR STRAVINSKIJ
di Renato Bossa

Le date di inizio e fine del lavoro compositivo su Les Noces occupano un lungo periodo di tempo: dal 1914 al 1923, anno in cui si ebbe la prima rappresentazione, il 13 giugno, al Théâtre de la Gaîté Lyrique di Parigi. Dunque queste “scene coreografiche russe con canto e musica”, vengono ideate da Stravinskij immediatamente a ridosso di lavori quali Le sacre du printemps (1913) e Le Rossignol (1914) per essere poi completate dopo Pulcinella (1920) o Mavra (1922), per non citare che alcuni, più vistosi poli di questo itinerario. Non si trattò tuttavia di un lavoro continuativo, ma, data l’enorme, rivoluzionaria importanza di questo capolavoro, c’è da credere che anche dopo il loro parziale completamento Les noces continuarono ad essere ben presenti nella mente del loro compositore.
Nel 1914, alla vigilia dell’attentato di Sarajevo che avrebbe fatto precipitare l’Europa nella prima guerra mondiale, il musicista si recò a Kiev per reperire una raccolta di poesie popolari russe, pubblicate da Kireevskij. Nei suoi Colloqui con Robert Craft, Stravinskij ricorda che quella fu per lui l’ultima occasione di vedere la Russia, e aggiunge anche un’osservazione relativa al testo di Noces. Quando Kireevskij, per il suo lavoro di raccolta, aveva chiesto a Puskin di inviargli la sua collezione di versi popolari, il poeta gliela spedì con un biglietto: “Alcuni di questi versi sono miei; riesce a distinguerli dagli altri?”. Kireevskij non vi riuscì e così Stravinskij nota, con una punta di orgoglio, che qualche verso del maggiore poeta russo potrebbe essere capitato in Noces.
La stesura del lavoro, ma non l’orchestrazione, che costituirà un fondamentale problema, venne completata a Morges il 4 aprile 1917 e presentata a Diaghilev che se ne mostrò entusiasta. In prima istanza Stravinskij decise di orchestrare la partitura per un organico di 150 esecutori, ma interruppe il lavoro alla sessantottesima battuta: i tempi stavano cambiando e presto il compositore si sarebbe rivolto a organici di dimensioni ridotte. Nello stesso anno 1917 si ebbe poi una seconda versione, con mezzi ancora considerevoli e con un’accentuata prevalenza delle percussioni. In seguito Stravinsky iniziò “una partitura che comportava interi blocchi polifonici: pianoforte meccanico e armonium azionati elettricamente, un complesso di percussionisti e due cembali ungheresi”. Ma la difficoltà di sincronizzare, in fase di esecuzione, le parti di strumenti e cantanti con quelle degli strumenti meccanici, rese inattuabile il progetto. Per circa quatto anni Les noces non vennero più toccate, anche perché Diaghilev ne rimandava di anno in anno l’esecuzione. Il compositore decise dunque di ritornare sul tema dell’orchestrazione, quando questa si fosse resa necessaria nell’imminenza della realizzazione scenica del lavoro. Considerato che Les noces contenevano un elemento “soffiato” (soufflé) in contrapposizione a uno “percosso” (frappé), Stravinskij decise di contrapporre all’insieme vocale (solisti e coro), quattro pianoforti e un complesso di percussioni, sia a suono indeterminato che determinato. “Questa strumentazione – scrive Boucourechliev – conserva un’originalità assoluta, ineguagliata e assolutamente adeguata al suo oggetto”.
Les noces sono divise in quattro quadri, senza soluzione di continuità, dei quali l’ultimo equivale per durata ai primi tre. Nella prima scena (La treccia) è rappresentato l’universo femminile: la sposa si lamenta, consolata dalle amiche, ma al suo dolore si aggiunge quello della madre. Il secondo quadro si svolge in casa dello sposo, dove sono i genitori a lamentare la partenza del figlio, sopraffatti dalla filastrocca degli amici di lui. Nel terzo quadro la comitiva va a prendere la sposa e invoca i santi Cosma e Damiano, popolarissimi in Russia. Nella quarta scena (La bella tavola o La tavola rossa) si scatena l’allegria, frammista di calembours e scherzi volgari, del banchetto di nozze. Solo in quest’ultimo quadro compare un canto autenticamente “popolare” (peraltro una canzone non contadina, ma di fabbrica), tutte le restanti melodie essendo creazione di Stravinskij. Egli intese l’opera come “un grande divertimento o meglio una cantata che celebri le nozze contadine”. È estraneo al lavoro qualunque intento rappresentativo, nel senso tradizionale del teatro: prova ne sia il fatto che il timbro vocale non corrisponde ai personaggi (la Madre della Sposa è, nel primo quadro, un tenore; il Promesso Sposo è sia un tenore che un basso): “nelle Noces non esistono ruoli individuali, ma solamente voci solistiche, che impersonano ora un tipo di personaggio ora un altro”. In tal modo l’oggetto del lavoro non è una festa di nozze, ma la celebrazione della festa di nozze, nella quale Stravinskij fa rivivere i propri ricordi di bambino.

RUGBY DI ARTHUR HONEGGER
di Renato Bossa

Nato da genitori svizzeri e formatosi musicalmente a Parigi, Arthur Honegger rimase sostanzialmente legato, nella sua produzione, sia al filone tedesco (da Bach a Reger, a Strauss) che alla presenza francese, soprattutto dei suoi contemporanei. Con alcuni di costoro diede anzi vita, negli anni Dieci del Novecento, al gruppo dei “Sei”: ne fecero parte anche Darius Milhaud, Georges Auric, Francis Poulenc, Louis Durey e Germaine Tailleferre. Su di loro aleggiava lo spirito di Eric Satie, mentre guida artistica fu Jean Cocteau: sua era l’avversione per le “musiche viscerali”, il “misticismo teatrale”, la “musica che si ascolta con la testa tra le mani”.
Se però molti fra i “Sei” s’ispirarono per le loro composizioni all’arte del cabaret e a una musica spoglia fatta di “melodie e accompagnamento” tout court, Honegger (come del resto Milhaud, che nei decisivi anni 1917-19 visse in Brasile, lontano da quei fermenti) si staccò presto dalle idee del gruppo, alla ricerca di un linguaggio più articolato. Un primo “movimento sinfonico”, scritto nel 1923, Pacifìc 231, e ispirato alla corsa di una locomotiva, nasceva sotto il segno di un attivo vitalismo: Honegger praticava molto sport, era pilota d’aereo, guidava spericolatamente una Bugatti e giocava a calcio e a rugby. Per quanto riguarda poi il soggetto ferroviario si potrà ricordare che esso non era nuovo alla musica francese: nel 1850 Berlioz aveva composto uno Chant pour le chemin de fer. Alla stessa passione per il movimento e la corsa (oltre che a una delle attività agonistiche predilette da Honegger) è intitolato il secondo “movimento sinfonico”, Rugby, del 1928; un terzo e ultimo, senza titolo, seguirà nel 1933.
Così come accade in Pacifìc 231, non vi è in Rugby un intento meramente descrittivo, ma la costruzione di un pezzo ispirato a un’immagine di movimento e risolto però in termini strettamente musicali: sicché anche la definizione di “movimento sinfonico” gioca sul duplice significato di movimento, come tempo di una composizione, e come moto di un oggetto. In Pacifìc 231 la forma era quella del corale figurato, in Rugby siamo in presenza di un libero rondò in due episodi. In essi Honegger intende esprimere, per usare le sue parole, “gli attacchi e le difese della partita, il ritmo e il colore di un match allo stadio Colombes”.

Rassegna stampa

“Finalmente è apparsa, nel verde e nel bianco delle nuove costruzioni (uffici, boutiques, caffè, ristoranti), l’oasi musicale, che aveva al centro una invogliante piscina. Al di là c’era l’orchestra sormontata da un cielo di riflettori variopinti, al di qua era sistemato il pubblico. Magico l’effetto ottico, per cui orchestra e pubblico si sono visti reciprocamente riflessi in acqua, a testa sotto. […] Il concerto era dedicato allo sport, ed è sembrata una buona idea far rientrare nello sport anche la cerimonia nuziale, evocata da Stravinskij con le sue Noces: un capolavoro per coro, quattro solisti di canto, quattro pianoforti e percussioni. Qui si è stati attenti ad evitare nozze, non con i fichi secchi, ma addirittura con acqua liscia. Un po’ di fasto è venuto da una amplificazione del suono, che ha dato rilievo alla compattezza del blocco vocale e strumentale, sovrastato dallo splendore del canto di Elisabeth Norberg-Schulz, pungente, fresco, nitido. Notevole l’impianto pianistico realizzato da Mario Caporaloni, Antonio Palcic, Andrea Padova e Franco Trinca. Tantissimi gli applausi condivisi da Tabachnik con il Coro e gli eccellenti percussionisti”.
(Erasmo Valente, Una piscina tra il pubblico e l’orchestra, l’Unità, 7 luglio 1990)

“La musica scelta per questo concerto aveva tutta, in modi diversi, una connotazione sportiva. Nel balletto Jeux di Claude Debussy, andato inscena per la prima volta il 15 maggio 1913 al Théâtre des Champs-Elysées, la sportività è quella pretestuosa e sorniona del soggetto. Un giovane alla ricerca di una pallina da tennis s’imbatte in due leggiadre fanciulle e la partita a tennis si confonde presto con ben altro.
Più genuina e partecipata, almeno negli intenti, la provenienza sportiva del secondo brano, Rugby, movimento sinfonico n. 2 di Arthur Honegger, del 1928. Raro esempio di “vita spericolata” nel campo della musica classica, Honegger oltre a pilotare l’aereo e a correre con una Bugatti, praticava anche il rugby. Ma nel proposito di descrivere “gli attacchi e le difese della partita, il ritmo e il colore di un match allo stadio Colombes” – così spiegò l’autore – la composizione diventa troppo spesso un semplice repertorio di effetti. Le sonorità orchestrali di entrambi i brani hanno in parte sofferto dell’esecuzione all’aperto, nonostante fossero corroborate anche dall’amplificazione elettrica. Una scelta indovinatissima invece è stata quella di eseguire Les noces di Igor Stravinskij, all’aperto molto più udibile e compatta. Qui la sportività del brano, più che nell’intreccio (che descrive un matrimonio nella Russia contadina) risiede nell’esplosiva vitalità che lo permea. Ottima la prova degli interpreti […]”.
(Luca Conti, Giocando con la musica, Il Messaggero, 8 luglio 1990)

Crediti

Direttore Michel Tabachnik
Ensemble Orchestra e Coro della Rai di Roma
Musica Claude Debussy (Jeux), Arthur Honegger (Rugby, movimento sinfonico n. 2), Igor Stravinskij (Les noces)
Solisti Elisabeth Norberg-Schulz (soprano), Katia Litting (mezzosoprano), James O’ Neal (tenore), Alfred Dohmen (basso), Mario Caporaloni (pianoforte), Antonio Palcic (pianoforte), Andrea Padova (pianoforte), Franco Trinca (pianoforte), Claudia Romano (percussioni), Michele Vinci (percussioni), Massimiliano Ticchioni (percussioni), Alessandro Tomassetti (percussioni), Antonio Caggiano (percussioni), Carlo Bordini (percussioni), Paolo di Nisio (percussioni)