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Virgilio Sieni

Cantico


Photo © Piero Tauro

Ispirato dalla lettura del Cantico dei cantici di Salomone, in particolare nella traduzione e commento di Guido Cernetti del 1975, Virgilio Sieni crea una coreografia in cui la danza sembra decodificazione e ricodificazione, tramite il linguaggio del corpo, della poesia dalla quale mutua gli elementi costitutivi, dal valore fondante del suono, alla costruzione del senso attraverso il ritmo e le pause. In Cantico, il coreografo elabora un linguaggio personale nel quale la ricerca di una gestualità cristallina, asciutta, ha le sue radici nella religione, nella letteratura, nelle arti figurative. Partendo dal testo di Salomone, Sieni racconta il rapporto fra sacro e profano, misticismo ed erotismo, spiritualità e sensualità, realizzando una coreografia astratta suddivisa in un prismatico quattro tempi.
Sul palcoscenico circondato da pannelli mobili di tela bianca, i danzatori si muovono, secondo un disegno quasi metafisico, attraverso sezioni geometriche di luce – quadrati, cerchi, rettangoli -, tracciando così una trama di azioni mistica quanto pura: l’esaltazione del corpo, asciugato dalle caratteristiche terrigine, immerso in un’aura sacrale, ma non privo di una grande sensualità.
Cantico ha ricevuto nel 1995 il premio “Danza e Danza” come miglior spettacolo dell’anno.

Compagnia Virgilio Sieni Danza
Coreografia Virgilio Sieni
Interpreti Leone Barilli, Monica Baroni, Fabrizio Favale, Marina Giovannini, Virgilio Sieni, Sarah Siliani
Musica Alexander Balanescu, Gavin Bryars, John Cage, György Ligeti
Scenografia Tiziana Draghi
Costumi Gabriella Ciacci
Disegno luci Paolo Rodighiero
Luci Marco Comuzzi
Foto Piero Tauro
Segreteria Angela Catalano
Amministrazione Roberto Nozzoli
Organizzazione e ufficio stampa Stefania Donnini
Si ringrazia Piergiorgio Rauzzi

 

DRAMMA IN MOVIMENTO
di Giorgio Battistelli

Tutte le volte che ho assistito a un balletto con coreografie di Virgilio Sieni sono rimasto affascinato dalla capacità di seduzione di quei corpi in movimento. Una danza onnivora di gesti, movimenti, sguardi, sospiri. Corpi ricolmi di memoria che ci fanno scoprire nuove relazioni con lo spazio. Sieni, per questioni anagrafiche, nasce sulla grande onda danzante degli anni ’70, periodo in cui proliferano numerose compagnie di danza che hanno inondato i teatri di tradizione e quelli alternativi. Sieni non si lascia trascinare dall’onda della moda, che tende verso una perdita di orientamento di senso, anzi, raccoglie le energie che spontaneamente gli nascono e si immerge in una ricerca in cui il movimento diviene codice e strumento per tradurre il mondo. La danza di Sieni ha una struttura coreografica che tende all’astrazione, un’astrazione intesa in senso hegeliano, cioè come realizzazione, rappresentazione dell’intelletto. Una danza in cui ritroviamo la classicità del pensiero dell’avanguardia artistica, un pensiero che ha sempre privilegiato un atteggiamento di osservazione oggettiva della materia permutata e organizzata in complesse strutturazioni. È in quest’operazione del circoscrivere pezzi di infinito che Sieni ci presenta uno spazio inteso come un ready made di gesti simbolici in cui viene organizzata e disorganizzata in continuazione una materia che non è solo gelido e ipnotico cristallo, ma esperienza intesa come massa di affetti e ricordi che vengono affidati all’espressione di danzatori dai corpi androgini. Movimenti di geometrie arcaiche che ci spingono all’interno di spazi scenici moderni dai perimetri sempre ben delimitati. Uno degli elementi di fascinazione della danza di Sieni è individuabile nel ritrovamento di un’aura che avvolge una drammaturgia di forme libere, di intrecci fra l’eterno e l’artificiale. Alla fine del balletto, quando Sieni e i suoi danzatori escono di scena, si ha l’impressione che sia stata operata una astrazione di quei corpi virtuosi, lasciando sul tappeto l’espressione artistica, il Bello.

 

NUOVA DANZA, NUOVA COREOGRAFIA, DANZA D’AUTORE
di Elisa Vaccarino

Le definizioni, che nascono per individuare qualcosa di diverso da ciò che l’ha preceduto, qualcosa di non catalogabile negli schemi esistenti, finiscono per diventare strette, persino soffocanti, e per dare fuoco alle polveri delle contrapposizioni forzate, degli equivoci o semplicemente dei malintesi.
Nuova danza, si disse negli anni Ottanta, e si alludeva ad un fenomeno, ad un’emergenza generazionale, che la faceva identificare tout court con “giovane”: un’etichetta che è rimasta, anche quando i coreografi di allora hanno ampiamente raggiunto la maturità anagrafica e artistica.
Cosa voleva dire veramente quell’aggettivo “nuovo”, applicato alla danza e alla coreografia, e cosa si intendeva per autore?
Nuovo era semplicemente qualcosa che non derivava dal vecchio, né dal modern – anche se molti coreografi del “movimento nuovista” provenivano da studi di modern dance – né dal classico/moderno, che pure alcuni avevano frequentato.
Gli “autori” – e vengono subito in mente i nomi di punta, Enzo Cosimi, Fabrizio Monteverde, Virgilio Sieni, Sosta Palmizi, Massimo Moricone – erano tali per via delle loro opere, un mix di codici e di stili, di materiali e di temi, di immagini e di testi, del tutto inedito; non sempre necessariamente perfetto né riuscito, ma di sicuro interessante, di più, necessario in un panorama che non è ardito né irriverente definire paludoso, marginale, “di bottega”.
Il merito dei ragazzi e delle ragazze degli anni Ottanta è stato quello di uscire dagli “orti chiusi” della danza vocazionalmente minoritaria per trovare affinità e fratellanze con il “nuovo” teatro e con la “nuova” musica, con il video e con la “nuova” spettacolarità espansa.
Oggi quei coreografi, più agguerriti, più esperti, più consapevoli di se e del loro lavoro, sono più che mai essenziali al ricambio creativo che la danza italiana deve darsi per acquisire uno standard europeo, per partecipare a pieno titolo al network internazionale delle proposte sicuramente innovative.

Romaeuropa, alla metà degli anni Novanta, ospita una serie di spettacoli di pregio, che raccolgono l’eco di quella fase di rottura, mostrandone l’oggi, ricco e variato, e che aprono anche gli orizzonti su una, per così dire, seconda generazione in pieno sviluppo.
Virgilio Sieni, con Cantico, Enrica Palmieri con Attrito e moto, Giorgio Rossi e Raffaella Giordano di Sosta Palmizi con Danze sono infatti tra i capofila di quella che è stata la pattuglia di testa dello scorso decennio, mentre Corte Sconta, gruppo nato nel 1990, con Il guardiano dei coccodrilli porta con se un’esperienza diversa, tra scena e schermo, subito proiettata su importanti residenze produttive in Francia.

Compagnia Virgilio Sieni – Cantico
Virgilio Sieni ha alle spalle un percorso, che verrebbe voglia di qualificare come tipico di un danzatore-coreografo postmoderno – ma anche questa è da prendere come etichetta di comodo – zigzagando tra lezioni di Belle Arti, danza (classica e moderna, con Traut Streiff allieva di Mary Wigman e Harald Kreutzberg) e teatro nella sua città, Firenze, quando Firenze significava in primo luogo Magazzini (allora ancora Crimnali, in onore di Artaud), studiando con Steve Paxton in Olanda, con Merce Cunningham a New York, praticando Shintaido a Tokyo.
Da queste esperienze nacque la Compagnia Parco Butterfly nel 1983, con un carnet di spettacoli già storici, da Momenti d’ozio a Cristallo di rocca a Shangai neri, tutti multistrato, fitti di riferimenti colti e complessi, rituali come il teatro d’Oriente, contaminati come la scena occidentale di fine secolo. Poi sono venuti Fratello maggiore, Inno al rapace, Mysterioso, Quartetto, La via della seta, 23 Tao Dances, L’Eclisse, Re Lear, danza della tempesta, Amleto/Ofelia-Elogio del deserto rosso e Cantico l’anno scorso (1993, n.d.r.). Shakespeare, Paradjanov, Piero della Francesca, Joseph Beuys, sono adesso i suoi compagni di viaggio ideali, mentre le musiche di questi viaggi della mente vanno dal jazz di Steve Lacy agli archi di Alexander Balanescu, da Gavin Bryars a Giorgio Battistelli. Intanto la compagnia, dal 1992, si intitola ormai semplicemente Virgilio Sieni Danza, e Sieni è spesso chiamato a comporre coreografie nei teatri d’opera, dalla Scala (Nove danze per Michelangelo Antonioni e Feroce silenzio), al Comunale di Firenze (Jeaux), senza trascurare i suoi importanti remake – un filone di lavoro portante degli anni recenti -: Apollon Musagéte e Pulcinella per il Balletto di Toscana.
Cantico inneggia all’erotismo e alla bellezza più classici nella forma più pura e sacrale, più autenticamente biblica, con audacia formale, con eleganza tagliente, con grafismi allusivi di intensa risonanza intellettuale, con ritmi ammalianti. È un punto di arrivo nella instancabile ricerca di una metafisica della danza, che nella sua limpidezza, traspare ad ogni momento nella fitta, sensuale, trama di movimenti, che Sieni ha disegnato, ispirandosi al testo di Ceronetti, guida illuminante a una lettura corporea sapienziale del Cantico dei Cantici.

Compagnia Enrica Palmieri – Attrito e Moto. Esplosione e fuoco
Enrica Palmieri, romana, inizia il suo percorso imboccando la via della danza moderna con Jean Cebron (a lungo partner di Pina Bausch) e Patrizia Cerroni. Inevitabile anche per lei, come per molti colleghi e compagni, un soggiorno a New York, dove studia alle scuole di Hanya Holm, Alwin Nikolais e di Murray Louis. Neppure Enrica resiste ai richiami di un teatro nuovo e diverso, seguendo in California corsi con maestri grotowskiani. Al ritorno in Italia, la Palmieri danza nelle compagnie e negli spettacoli che contano, dall’83 all’86: Bene mobile e Bagni acerbi di Fabrizio Monteverde, La fabbrica tenebrosa del corpo e Acque di Enzo Cosimi, investita in pieno dalla febbre creativa potente di quel periodo colmo di grandi fermenti.
Ma è l'”a solo” il genere di performance che più l’attrae: un laboratorio in cui la ricerca su spazio, tempo, energia, pesantezza e leggerezza, plasticità ed elasticità del corpo dominano occupando i suoi pensieri di coreografa-interprete.
Ed ecco tutta una serie di composizioni, Massa spugnosa, Lo spazio nel cuore, Velluti di marmo con pezzi suoi e di altri autori, tra cui l’americano Tere O’Connor.
Vengono poi sperimentazioni multiartistiche, sul suono graffiante dei metalli, con Tracce di peso nell’anima e Colori, da cui Italo Pesce Delfino ricava un video intriso di magia e possessione.
Oggi, con Attrito e moto, sottotitolo Esplosione e fuoco, Enrica Palmieri continua caparbiamente, con rigore assoluto, il suo approfondimento del rapporto tra danza e musica elettronica dal vivo, con le chitarre gitane e le lastre di alluminio, i saxofoni e il rombo dei motori e dei tamburi.

Giorgio Rossi e Raffaella Giordano – Danze
Raffaella Giordano e Giorgio Rossi, lei torinese, già con Pina Bausch a Wuppertal, poi danzatrice nel gruppo francese L’Esquisse, lui lombardo, con studi di mimo e danza con Decroux, Marceau, Lindsay Kemp, Larrio Ekson e Murray Louis e con un buon assaggio di teatro, scegliendo quello entusiasmante dell’Odin; entrambi sono scelti da Carolyn Carlson per il suo Teatro e Danza La Fenice e imparano dalla maestra – interpretano per lei Undici onde e Underwood; solo Raffaella è anche nel cast di Chalkwork – ad ascoltarsi, a lasciar affiorare ricordi, immagini, suggestioni.
Chiusa la stagione veneziana, con Roberto Castello, Roberto Cocconi, Michele Abbondanza e Francesca Bertolli, anche loro carlsoniani, danno vita al gruppo Sosta Palmizi, di cui restano memorabili i lavori collettivi Cortile, Tufo e il trio Perduti una notte, con Castello, Rossi e Giordano.
Dopo di che ciascuno sceglie di continuare da solo a coltivare la sua arte. Alla svolta degli anni Novanta Giorgio Rossi coreografa Rapsodia per una stalla e Balocco; Raffaella Giordano I forestieri e L’azzurro necessario.
Danze, come sfogliando le pagine di un libro, è una serata a quattro mani, dove ognuno porta il suo personale e generoso contributo. Cosa motiva l’approccio intimistico e poetico di Giorgio e Raffaella al lavoro coreografico e interpretativo? Il desiderio di continuare a ricercare intorno a un linguaggio astratto, che però possa anche raccontare, suggerire, insinuarsi nella fantasia propria e del pubblico, passando per la porta dei sogni, del vissuto, della quotidianità, nella sua doppia faccia di realtà solare e mistero notturno. Queste nuovissime Danze sono tappe, episodi di un percorso interiore, ciascuna legata a un quadro, a una lirica, a un brano musicale, a un pensiero, da manipolare e rielaborare, piegandolo ai propri impulsi espressivi.
Danze abbina Shostakovich e gli abiti della festa della cultura mediterranea, la luce dei dipinti del periodo rosa di Picasso, Zavattini e le Poesie disperse di Ungaretti, per parlare con il corpo della fragilità e della magnificenza di vivere, cioè di se stessi e della propria esistenza, fuori dalle facili sicurezze di facciata, scandagliando la propria anima ansiosa, delicata e leggera.

Corte Sconta – Il Guardiano dei coccodrilli
Un’esperienza fresca e recente infine, è quella di Laura Balis Giambrocono e Cinzia Romiti, il cui gruppo Corte Sconta, cortile nascosto in dialetto veneziano (quello di Hugo Pratt e di Corto Maltese nel racconto omonimo), debutta nel 1990 al teatro dell’Elfo di Milano con Tuffo nell’acqua e tonfi del cuore, il video ricavato dallo spettacolo vince l’anno successivo il premio Il coreografo elettronico/NapoliDanza. Ed ecco la seconda produzione quell’anno stesso, Sette tavole (cioè quelle dei T.A.T., Thematic Apperception Text), accompagnata nuovamente da un altro bel video, che convince Gerard Paquet, direttore del Théâtre National de la Danse et de l’Image a invitare la giovane compagnia in residenza per una nuova creazione.
Nascono Le gardien de crocodiles e, ancora, un video che viene segnalato al Grand Prix Video Danse di Parigi nel 1993.
C’è uno stile specifico, riconoscibile, nel trittico di produzioni di Corte Sconta? Usare la formula “teatrodanza” può sembrare banale, oscuro, confuso. Eppure, di questo si tratta, in una vocazione a narrare per episodi, orizzontalmente, mettendo in primo piano le emozioni, i sentimenti.
Per Il guardiano dei coccodrilli vale la pena dire soltanto che si tratta di un uccellino che, in Egitto, mangia abitualmente dalla bocca del temibile rettile; nient’altro che uno spunto, per giocare sulla forza evocativa di un dettaglio, capace di impregnare la danza delle luci e dei colori giusti; in questo caso coraggio, slancio, imprudenza, tenerezza.
Quanti cuori battono, a fine secolo, nella coreografia italiana? Tanti e divergenti: formalismo, ricerca, poesia, emozione.
Non più nuova danza, dunque. Ma danza e basta, tra astrazione e racconto, tra classicità e sperimentalismo. Tornando da capo, però, è probabile che, in tanta varietà di segni e di linguaggi, sia ancora presto per abbandonare quel concetto di “danza d’autore” che ha seminato tanto scandalo una decina di anni fa.
È soltanto nel fuoco dei contrasti che può nascere il vero “nuovo”.

 

Rassegna stampa

“[…] In Cantico, l’opera sinora certamente più matura del coreografo toscano, il risultato che conta è dato dall’atmosfera rarefatta che sa creare in scena, una coltre magica, sovrannaturale, immateriale e intangibile, poetica appunto, cui contribuiscono tutti i diversi ingredienti costitutivi dello spettacolo (ad esempio le musiche “metafisiche” di Cage e Ligeti). Il suo tentativo di circoscrivere momentaneamente l’infinito entro le pareti della scatola scenica, di sprigionare con le energie dei danzatori quasi brandelli di memorie può quindi ben dirsi riuscito”.
(Lorenzo Tozzi, Tra luci ed ombre rarefatte la danza di Virgilio Sieni, Il Tempo, 12 luglio 1994)

“[…] Ma proprio la struttura a sezioni, con la sua facilità nella giusta posizione di singole danze di vario formato, è una trappola per chi come Sieni ha un’analoga facilità nel creare. Così egli oltrepassa la misura perfetta e appesantisce l’andamento drammaturgico dello spettacolo. Forse, un lavoro di “edizione”, con le forbici in mano, potrebbe trasformare questo spettacolo in una vera carta vincente. Ma, diciamo la verità: che bellezza, per Sieni, peccare per eccesso di idee e di emozioni e non per difetto come tanti altri, in Italia e ovunque.[…]”.
(Vittoria Ottolenghi, Quel Cantico esuberante e ricco di idee, L’Informazione, 11 luglio 1994)

“[…] Potremmo dire che Sieni ha sentito il poema biblico sciogliendo un inno all’erotismo senza descriverlo e alla bellezza dei corpi senza materializzarli ma spiritualizzandoli in forme che appartengono al sacro. Certamente una metafisica della danza, un qualcosa che va oltre la natura dei corpi che, a sua volta, è il massimo ottenibile in un teatro siffatto. […]”.
(Alberto Testa, Il “Cantico” di Sieni, la Repubblica, 9 luglio 1994)

 

VIVA LA DANZA ITALIANA
di Monique Veaute

La danza italiana attraversa una fase importante della sua esistenza. Decine di coreografi giovani e meno giovani hanno confermato la loro creatività e la loro volontà di esistere nel panorama culturale europeo. La loro difficoltà ad affermare questa volontà a livello istituzionale è proporzionale alla loro riuscita. Qualche anno fa presentare a Romaeuropa Lucia Latour, Enzo Cosimi, Sosta Palmizi, Laura Corradi è stato un rischio. Non perchè le loro opere fossero deboli da un punto di vista creativo, ma perchè i mezzi di cui disponevano non permettevano loro di competere con i colleghi europei tanto che rimaneva talvolta, in quei lavori, qualcosa di “incompiuto”. Anche se oggi, sul piano istituzionale, la situazione della danza italiana non è cambiata affatto, si può intravedere una certa evoluzione: gli anni, le tournées all’estero, la rabbia di vincere contro una struttura pubblica poco attenta, hanno fatto sì che si formasse un gruppo forte costituito da una decina di coreografi il cui lavoro può oggi rivendicare un posto importante nel panorama europeo e di cui le compagnie presenti a Romaeuropa costituiscono un valido esempio.
A quando un Centro Nazionale della Danza Contemporanea a Roma? A quando una “Vetrina della Danza Italiana” come ne esistono in tutte le capitali europee, un festival che mostri un panorama esauriente delle compagnie classiche e contemporanee presenti oggi nel nostro paese non solo al pubblico, ma soprattutto ai professionisti internazionali del settore e alla stampa specializzata?
Non si tratterebbe di un “ripiegamento” dell’Italia su se stessa, ma di una rivendicazione: la valorizzazione di un’esperienza culturale analoga a quella compiuta da tedeschi, francesi, inglesi per il piacere di tutti.

(in Catalogo Romaeuropa Festival 1994)