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Akram Khan / Israel Galván

Kaash


 

È con l’artista Anish Kapoor e le musiche del compositore Nitin Sawhney, che la compagnia di Akram Khan torna al Romaeuropa Festival presentando Kaash, che in Indi significa “Se”: un’ipotesi nata da una lingua antica per esplorare le nuove potenzialità del corpo e della percezione. Dèi indù, buchi neri, cicli temporali indiani, creazione e distruzione sono il cuore di questo nuovo lavoro, nel quale cinque interpreti tessono un ponte fra la danza contemporanea e il kathak indiano, elaborando un linguaggio che coniuga tradizione e ricerca. La precisione formale fa dei lavori di Akram Khan un alto esempio di rigore e creatività, ma quest’ultimo trae la sua linfa vitale soprattutto dall’incontro tra Oriente e Occidente, in un meticciato estetico in cui svolgono un ruolo preponderante le note di Nitin Sawhney, in bilico tra campionamenti sintetici e recupero di sonorità millenarie, e le scene di Anish Kapoor, artista nato a Bombay e trapiantato a Londra. “Non sono inglese e non mi sento neanche del Bangladesh – spiega Kahn -, la mia condizione è quella di straniero, ovunque. Io come molti nella mia situazione e della mia generazione, sono in cerca di una voce che è la combinazione tra le radici del mio paese d’origine e la cultura del posto dove sono nato. Si tratta di una terza via, una strada inedita tra oriente e occidente”.

Musica originale Nitin Sawhney
Musica John Oswald (Spectre, interpretata da The Kronos Quartet)
Scenografia Anish Kapoor
Luci Aideen Malone
Costumi Saeunn Huld

Interpreti Akram Khan, Rachel Krische, Moya Michael, Inn Pang Ooi, Shanell Winlock

Produzione The South Bank Centre, The Tramway, The Vooruit, Sampad, DanceEast, Maison Des Arts Creteil, Wexner Center for the Arts at The Ohio State University con il sostegno di Doris Duke Charitable Foundation. Akram Khan Company è sostenuta da The Arts Council of England, London Arts e The British Council. Kaash è stato sostenuto da The Quercus Trust, The Jerwood Space e Birmingham DanceXchange.

 

AKRAM KHAN SU KAASH
di Akram Khan

Cerco quella forma che precede la danza contemporanea e che ne influenza lo sviluppo. Per me, è legata al kathak, la più antica danza dell’India del Nord. Infatti, anche se sono nato in Inghilterra, le origini indiane dei miei genitori hanno popolato la mia fantasia di immagini, storie e colori dell’India fin dall’infanzia. È da queste immagini che è nato Kaash, che in indù vuol dire Se. Questo titolo può far pensare ad un sogno, o a un rimpianto. È una domanda rivolta a qualcosa che potrebbe accadere, o che non accadrà più.

Kaash è costruito attorno alla figura di Shiva, centrale nelle danze kathak. Shiva è il dio indù che distrugge e ricrea l’universo, e può somigliare a un buco nero nello spazio che tutto attrae al suo interno – la luce, la materia, il suono. È l’incarnazione di quell’energia caotica che guida gli uomini verso la chiarezza. In questo spettacolo ci sono ricordi che nascono dal poema sanscrito Bhagavad-Gita, ma c’è anche l’esperienza fatta con Peter Brook quando, bambino, recitai nel suo Mahabharata.

Lo stile del movimento di Kaash è quello del “kathak contemporaneo”, una forma che unisce la tecnica classica indiana alla tecnica contemporanea occidentale: con la compagnia, cerco di approfondire la ricerca sulle forze originarie del movimento e di mostrare quanto il kathak contemporaneo possa rappresentare un nuovo linguaggio. Ogni movimento nasce da una struttura, dalla combinazione matematica degli elementi. Schemi ritmici, rapporti con la terra e con il peso sono le basi della decostruzione dei principi del kathak. Dobbiamo ricordare il valore di quello che non si può toccare: ciò che è veramente importante, di un bicchiere, è lo spazio vuoto al suo interno. Per questo è utile: e, dalla sua utilità, è nata la ricerca della forma. Allo stesso modo, la calma fra un passo e l’altro, il tempo fra le note musicali e il vuoto all’interno dello spazio contengono il mistero delle forme della danza. Kaash ha fatto emergere contraddizioni: quanto non esista il positivo senza il negativo, quanto sia difficile distinguere la verità dall’illusione. Per questo Shiva è un simbolo importante: le sue danze hanno il potere di rovesciare il mondo e, se egli si ferma, anche il mondo smette di muoversi; se apre la bocca, all’interno si vedono infiniti mondi racchiusi in essa. Ogni volta che uno spettacolo affiora, tre sono le linee guida del mio lavoro con la compagnia: la Purezza, la Semplicità, l’Onestà.

Questa volta, lavorare per Kaash con Anish Kapoor, un artista che in questa scenografia ha saputo far scomparire i confini spaziali, e con Nitin Sawhney, la cui musica è scritta a partire dall’idea della centralità dei cicli temporali, apre infinite possibilità al movimento. Sawhney pensa che i legami fra sonorità diverse, come la musica tradizionale indiana e il flamenco che lui tanto ama, siano legate dall’idea dei cicli, che per entrambe si configurano su un tempo di 10-12 battute. Scoprire queste affinità abolisce le distanze fra terre e culture e abolisce le differenze. Lui paragona questi incontri alla osservazione di un volto: lo si può scomporre in dettagli, frammentare, ricondurre alla sua razza di origine, ma è il suo insieme ciò che attrae o allontana.
La sua musica nasce dai luoghi: suonare a Londra, in India, in Sud Africa o in Australia apre nuovi ascolti e modifica la percezione che si ha del posto. Ogni volta Sawhney cerca un nuovo ponte, un collegamento con i luoghi. Per questo ha collaborato spesso con altri musicisti di varie nazionalità, e per questo la nostra collaborazione è fonte di visioni e scoperte.

 

ANISH KAPOOR: DALLA PIETRA AL CIELO
di Ludovico Pratesi

“Non voglio fare una scultura incentrata sulla forma, non mi interessa proprio. Vorrei fare una scultura che riguardi la fede, o la passione, l’esperienza, aspetti che sono fuori dal terreno della materia”. Così l’artista anglo-indiano Anish Kapoor (nato a Bombay nel 1954, ma residente a Londra dai primi anni settanta) definisce l’obiettivo della sua ricerca, che lo ha portato tra i protagonisti della scena artistica internazionale. Un lavoro che parte da una concezione classica della scultura, intesa come trasformazione della materia bruta in una forma artistica, per giungere alla creazione di opere che vivono in una condizione di perenne ambiguità tra vuoto e pieno, materia e colore.

Opere che sottolineano la loro forte fisicità, come blocchi di pietra pesanti parecchi quintali, dove l’artista crea profondità inattese, cavità regolari rivestiti di pigmenti colorati naturali rossi, blu e gialli (le tinte alle quali la religione indù attribuisce significati rituali) che sembrano immergersi in spazi infiniti. Lo sforzo dell’artista quindi è teso verso la definizione di un’anima della materia, una sorta di pneuma vitale e silenzioso capace di infondere un’energia nuova alla pietra. Dare forma all’infinito nel finito, aprire geometrie spirituali nella solidità compatta e impenetrabile della materia. Ritrarre il vuoto nel pieno. Un vuoto che nasca dal fisico per farsi cosmico. Kapoor è attratto dal vuoto, che definisce “una condizione interna”. Tanto da dedicargli una delle sue opere più note, Void field (1989), esposta nel Padiglione Britannico della Biennale di Venezia del 1990. Sedici blocchi di pietra grezza disseminati a terra, ognuno con un foro circolare al centro aperto verso un’oscurità nera e assoluta.”Non c’è niente di più nero del nero interno. Nessuna oscurità è più nera di questo”, spiega l’artista, e aggiunge: “Un lavoro per trasformare la pietra in cielo”.

Dodici anni dopo, Kapoor torna a lavorare sul vuoto, per tracciare il labile confine tra ombra e luce nelle scene di Kaash, lo spettacolo del coreografo anglo-indiano Akram Khan su musiche di Nitin Sawhney presentato al festival Romaeuropa 2002. Una scena essenziale, composta da un grande telo bianco con un rettangolo nero al centro, circoscritto da un secondo rettangolo grigio. Geometrie che si sovrappongono, per animarsi con i colori dei rituali indù, ottenuti con l’ausilio delle sole luci per far scomparire i confini fisici dove si muovono i ballerini e sottolinearne i singoli gesti, sospesi in uno spazio assoluto, ricreato dall’artista. Dalla luce al buio. Dalla pietra al cielo.

 

Rassegna stampa

“Per la verità, di questi frammenti di mito, del turbine di Shiva, della suggestione di antiche filosofie, in Kaash (che in indù significa “se”) si vede poco. La novità di Khan sta nel decantare l’enfasi del kathak in un distillato di movimenti puri e fluidi o, se preferite, di dare un’accelerata vertiginosa con un tocco di esotico alla danza contemporanea. Uno stile in divenire, non ancora padrone del proprio segno, che infatti si lascia ingollare dalla scenografia dell’artista e scultore Anish Kapoor, tanto essenziale quanto potente: un rettangolo nero sul fonda acceso su toni di rosso, bianco, innervato di luci trasversali che creano prati violetti per i danzatori o reticolati luminosi che ne intrappolano i movimenti in una ragnatela fatata. Le musiche di Nitin Sawhney decorano piacevolmente il tutto, lasciando la sensazione di aver assistito al lavoro di un coreografo che potrebbe, in futuro, traghettare la danza in un altrove pieno di risvolti interessanti”.
(Rossella Battisti, Akram Khan, coreografo di Shiva sulle musiche di Nitin Sawhney, l’unità, 22 ottobre 2002)

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