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MARIANNE WEEMS

Alladeen


Photo © Piero Tauro

Alladeen, realizzato da Marianne Weems per la Builders Association di New York e dalla compagnia londinese Motiroti, rielabora uno fra miti più affascinanti del vicino e lontano Oriente, Aladino, il genio della lampada, ed offre, incrociando spettacolarizzazione e cultura, uno specchio quanto mai privilegiato sulla più pura (e quotidiana) mistificazione.
L’Aladino di Marianne Weems e di Moti Roti si muove nell’etere delle metropoli solo apparentemente agli antipodi culturali (New York, Londra, Bangalore), traducendo ai giorni nostri l’archetipo di un personaggio a cui è demandata la realizzazione di ogni desiderio, fra fiaba e tecnologia.
Alcuni operatori telefonici di Bangalore subiscono un’inarrestabile mutazione culturale e mentale. Nei call-center che una società americana ha creato in India per ottimizzare i costi, giovani indiani sono addestrati a sembrare perfetti centralinisti yankee della porta accanto, imitandone perfino gli accenti. Il loro lavoro è fondato sulla trasformazione di se stessi (della propria identità? Della propria cultura?): come Aladino solcava i cieli con i mille volti che gli concedeva il genio della lampada, le loro voci corrono ingannevoli dall’India ai quattro angoli degli States.
Sono help desk dall’anima camuffata dalla computer grafica, perennemente in cerca di un’identità che si fa sempre più spuria e contaminata, comunque mutevole secondo i desideri, ragazzi proteiformi che citano a memoria la sit-com Friends e vengono travolti dai loro modelli americani a tal punto da dimenticare chi sono stati e cosa vorrebbero essere.
L’Aladino multimediale parla di una realtà che è anche la nostra. Questo mondo commenta se stesso attraverso il riflesso deformato di proiezioni da Bangalore, Londra e New York, che ripensano la globalizzazione multimediale come un gioco di specchi in cui qualcosa non torna. La distanza sembra trasformarsi in una nuova forma di presenza mentre quel che siamo cambia alla bisogna, sfuggendo persino a noi stessi. La tecnologia si prende gioco di noi, se il nostro interlocutore telefonico può essere dall’altro capo del pianeta mentre lo pensiamo dietro l’angolo, se smarriamo l’identità delegando i nostri sogni ai personaggi di una frizzante serie tv americana, se la verità e finzione si travestono fino a non essere più riconoscibili.
Alladeen si muove così in un gioco di false trasfigurazioni e percezioni fuorvianti, all’interno di un mondo in cui un Grande Fratello planetario amplifica l’inganno ed annebbia le nostre possibilità cognitive.

Regia Marianne Weems
Ideazione Keith Khan, Marianne Weems e Ali Zaidi
Scene Keith Khan e Ali Zaidi (motiroti)
Testo Martha Baer
Visuals Christopher Kondek
Suoni Dan Dobson
Luci Jennifer Tipton
Performers Rizwan Mirza, Heaven Phillips, Tanya Selvaratnam, Jasmine Simhalan, Jeff Webster
Durata 75 minuti
Co-produzione Romaeuropa Festival 2003, Arts International, Barbican BITE:03, Le-Maillon, Strasbourg.
Commissionato da The Wexner Center for the Arts, Museum of Contemporary Art, Chicago, The Walker Art Center, REDCAT (Roy and Edna Disney/CalArts Theater), MIST Residency Program at The Kitchen.

UN’INTERVISTA CON MARIANNE WEEMS
a cura di Francesco Di Giovanni

Alladeen ci racconta la storia di un gruppo di giovani indiani alle prese con il loro lavoro, un lavoro “globale” che li spinge ad alterare la propria visione del mondo.
La nuova prospettiva può essere un’opportunità per la loro crescita culturale e personale o è un rischio per la loro stessa identità?
Alladeen si articola in tre sezioni: New York, Bangalore e Londra – tutte città “globali” in cui molte culture si mescolano. La sezione di Bangalore usa un call-center come punto di partenza e segue nel loro addestramento cinque operatori (tre uomini e due donne): sono stati educati alla cultura americana e alle conseguenti interazioni con clienti americani.
Questi personaggi (e i performers che li ritraggono) sviluppano una superba abilità nel cambiare identità: modificando fluidamente accenti, atteggiamenti e caratteristiche facciali (con l’aiuto delle tecnologie video) al suono di un telefono.

Alladeen descrive identità culturali confuse, a volte rimosse: nella società globale è possibile salvare le nostre radici?
Secondo me la questione non è tanto se sia possibile salvare le nostre radici (sebbene io non penso che questi cambiamenti siano positivi), quanto esaminare cosa accade nel processo di confusione, mutazione ed impollinazione incrociata.

Più i personaggi indiani si trasformano in americani, più hanno successo nel loro lavoro. Cosa può implicare questo nella realtà dei giovani d’oggi, indiani e di tutto il mondo? “Globalizzazione” è soltanto un altro nome per definire la colonizzazione culturale ed economica americana?
La pratica corporativa dell’ “outsourcing”, ovvero il reperimento all’estero di forze lavoro meno costose, sta coinvolgendo tutto il mondo – e l’industria dei call center in India è solo un esempio di questo fiorente fenomeno globale. Anche i mercati europei prendono parte a questo tipo di colonialismo corporativo; non è soltanto una pratica americana. Ad ogni modo, i lavoratori con cui abbiamo parlato a Bangalore erano ottimisti circa le le opportunità che questi lavori offrivano – per loro è sviluppo, sebbene per noi sia sfruttamento.

Con la fantasia gli operatori di Alladeen compiono voli pindarici, cambiano se stessi e il mondo intorno per la “soddisfazione del cliente”, la loro missione. Esiste il genio che esaudirà anche i loro sogni? O è soltanto un miraggio?
In un certo senso ognuno è Aladino, nel tentativo di esaudire i propri desideri; e ognuno è anche il genio, capace di esaudire i desideri degli altri. Anche la tecnologia agisce come una specie di genio – dando la speranza di un istantaneo appagamento del desiderio. Lo spettacolo ruota intorno alla promessa che la tecnologia ci porterà tutti più vicini ed è questo, in realtà, che ci aliena crescentemente.

Aladino è un mito tipicamente mediorientale. Perché la scelta del suo universo simbolico?
I manoscritti arabi e persiani dai quali sono state tratte le avventure de Le mille e una notte hanno viaggiato negli ultimi duemila anni dal Medio Oriente all’Europa a Disney, e sono di per sé un modello di collaborazione interculturale. Gli studiosi sospettano che Aladino sia apparso per la prima volta come un’appendice francese a Le mille e una notte circa trecento anni fa – il tentativo occidentale di un’autentico racconto d’oriente. Questo discutibile lignaggio – e il processo che ha visto varie culture plagiare, rubare e raccontare nuovamente la stessa storia nella propria lingua – ha attratto noi, gruppo di collaboratori dagli Stati Uniti, dal Regno Unito, da India, Pakistan e altrove. Abbiamo preso la storia come il centro della nostra nuova trilogia – spettacolo teatrale, sito web e video musicali – trasportando Aladino in un’era di telecomunicazioni globali e identità virtuali.

MOTIROTI
di Naseem Khan

Motiroti – un ombrello che nasconde le brillanti personalità di Ali Zaidi e Keith Khan – si colloca al centro di internazionali incroci culturali. Per via del loro crescere e prosperare nell’ambiguità questa compagnia risulta, non a caso, così difficile da inquadrare.

Chi sono? Cosa fanno? Sono trinidadiani, indiani, pakistani e britannici e tutti insieme e allo stesso tempo. Sono designers, gente di teatro, patiti di multimedia, artefici del carnevale e raffinati artisti.
In certi giorni potresti trovare i Motiroti al lavoro su tracciati molto ampi. Sono stati fautori di una serie di importanti spettacoli su larga scala. Lo sfortunato Dome, costruito per celebrare il nuovo millennio, è stato redento dalla sua banalità – molti hanno detto – grazie al circo aereo che calava e ondeggiava nei suoi enormi alti spazi. Questi progetti furono dei Motiroti. E il Giubileo d’oro della Regina, lo scorso anno, è stato caratterizzato da una splendida processione di 4000 performers provenienti dall’intero Commonwealth; anche quella ideata dai Motiroti.

Così sarebbe facile per voi dedurre che sono artisti di grandi eventi che si divertono in enormi tendoni. Ma aspettate un minuto.
Motiroti sono anche stati i protagonisti, negli ultimi dieci anni, di una serie di piccoli e intimissimi lavori rivolti a osservatori individuali e privati. Che si possono ritrovare, per esempio, in forma di sottili interventi collocati nelle finestre dei negozi multiculturali che affollano l’area intorno a Brick Lane a Londra. Hanno anche abitato gallerie d’arte. L’Istituto di Arti Contemporanee ha ospitato la loro Wigs of Wonderment nel 1995. Progettata come un’esperienza rivolta a singoli partecipanti che entravano nello spazio uno per uno, l’evento si è focalizzato sul tema dei capelli e sulla percezione comune della convenzionale idea di bellezza.

A Roma continueranno ad esplorare la natura dell’identità. L’ispirazione è stata un “amoreggiamento con le persone che proviene da lontano”, ha detto Ali Zaidi. “Il tentativo di capirle prima di tutto dal punto di vista delle impressioni visive – il tipo di giudizi e pregiudizi che immediatamente condiziona le persone quando vedono qualcuno”. La costante interazione che subentra – un gioco incrociato fra apparenza e realtà – delinea il loro campo d’azione. “È quasi come quei giochi nelle feste in cui bisogna indovinare le cose, quando vai in giro e chiedi alla gente ‘Da dove vieni?’. Potresti essere sorpreso, ma potresti anche non esserlo. E specialmente quando la gente è mischiata, diventa addirittura più di una gioia”.

L’ambiguità dell’identità sta sempre più nel cuore del lavoro dei Motiroti. Corrode l’intero groviglio che ha tramato le identità individuali e nazionali. Indica serenamente – o vistosamente, a seconda dell’umore – gli scambi che hanno sempre accresciuto la cultura. Guarda al modo in cui la globalizzazione ha attivato canali di connessioni per diffondere, e al globale che diventa familiare – un’idea che ha influenzato anche Alladeen, che sarà a Roma al fianco della Mix and Match.
E ti chiede di riflettere e di rifletterti – tu chi sei? E perché? Cosa ha formato la persona che credi di essere? Sei sicuro?
Motiroti ti chiede di guardare nel tuo specchio. E poi di guardare ancora…

ALLADEEN IN SINTESI
di Francesco Di Giovanni

I ragazzi indiani che lavorano in uno dei call-center di Bangalore devono fingere di essere americani: provengono infatti dagli States le chiamate di chi vuole prenotare un biglietto aereo o chiede a loro, disponibili help desk, la risoluzione di qualsiasi problema. E rinunciare a ciò che sono per rendersi più familiari e simpatici all’interlocutore rientra in un elaborato e omologante piano di customer satisfaction.
La prima parte del loro addestramento consiste nell’eliminare ogni accento o inflessione linguistica: Jasmine, una nuova recluta, si sforza nella pronuncia di località americane ed alla fine supera l’esame.
Ai ragazzi indiani insegnano anche ad accendere e spegnere i vari accenti americani, come fossero lampadine, con un’intonazione sempre felice. Il lavoro sta per cominciare e i supervisori li invitano a scegliersi degli alias americani per mimetizzarsi ancora meglio: poiché Tanya ha appena presentato una relazione sulla sit-com Friends, alcuni di loro decidono di ribattezzarsi come i personaggi del telefilm ambientato a New York.
Così Jasmine diventa Monica, Tanya muta in Phoebe e Rizwan si trasforma in Joey. Mentre Heaven, al telefono con un uomo d’affari confuso dalla sua voglia di strafare ed essere amichevole, è Rachel.

Nonostante le conversazioni siano controllate da un invisibile Grande Fratello che verifica la qualità del servizio offerto, Phoebe e Rachel disorientano i clienti fra paradossali equivoci e digressioni culturali. Cominciano così ad imparare il loro nuovo lavoro.
Finché Tanya, in qualità help desk della OnTheRoad, salva l’americano Phil perso in una caverna con la sua auto, portandolo magicamente in volo (come se la sua voce fosse un tappeto magico) sulla retta via…
Intanto sullo schermo si materializzano i desideri degli operatori e si riflette la loro trasformazione, fra animazioni, finestre aperte sul mondo e sequenze di vecchi film sulle avventure di Aladino.

Rassegna stampa

“Recitazione e spezzoni del reportage, con dichiarazioni ironiche o commoventi dei veri operatori indiani, si alternano. Nel call center ricostruito con forte gusto scenografico, gli interpreti, sorvegliati da un manager severo, siedono di fronte ai loro computers e rispondono alle telefonate. Sullo schermo sovrastante, appaiono non solo i loro volti, ripresi dalle web cam posizionate sulle loro scrivanie, sui quali vengono sovrapposti quelli dei personaggi della fiction, ma anche immagini create dai loro strumenti di lavoro, quali internet e gaps. Sono al tempo stesso Aladini che si snaturano e geni della lampada: viaggiano il mondo sul tappeto volante delle telecomunicazioni globali, cambiano identità e soddisfano i desideri dei clienti, che chiamano dagli Stati Uniti credendo di parlare con perfetti connazionali. Queste metafore vengono tradotte sullo schermo con animazioni, spezzoni dei film di Aladino ed effetti digitali: uno dei ragazzi che si muove di fronte all’obbiettivo, sembra cavalcare un tappeto di scritte elettroniche e un’attrice che ondeggia sinuosa sembra uscire dalla lampada magica”.
(Assia Baudi Di Selve, Ultima sera di ” Alladeen”, fiaba multimediale, Il Tempo, 19 ottobre 2003)

“Lo spettacolo è il frutto di un lavoro condotto da due compagnie differenti, l’americana Builder Association e i Motiroti, anglo-indiani talentuosi che si muovono nell’orizzonte del all-inclusive teatrale: danza, recitazione, musica, situazionismi vari. Si integrano bene sul palco, soprattutto quando la comunicazione, lo scambio, viene identificato nel karaoke, simbolo di una società piramidale e conformista che vede nell’uomo della strada un potenziale di emancipazione e coinvolgimento. Al Karaoke si contrappone la danza katak, bella e vivificante per lo spettatore, zavorra tradizionale per i giovani indiani. Sta nella dialettica katak/karaoke il senso dello spettacolo e nella figura di Aladino che con lampada e tappeto è simulacro di veicolazione e di desiderio: la comunicazione come implosione di voglie e velleità. Questo immane corto circuito della parola e del totalitarismo mediatico fa riflettere sul concetto di america, ancora una volta. Un ennesimo spunto per dire no all’Impero, questo sembra scaturire dal lavoro di Weems e Zaidi”.
(Francesco Mandica, “Alladeen”: quanti incubi produce questa global civiltà, l’Unità, 19 ottobre 2003)

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