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STEFANO BENNI

Danzando Lolita


Photo © Piero Tauro

Prima mondiale

Romanzo composto in un linguaggio superbo, Lolita di Nabokov lascia emergere i personaggi (Humbert, il protagonista, in particolare) con sadica simpatia, immergendoli in un universo quasi grottesco che commenta compiaciuto i propri riti e le proprie debolezze. La Lolita raccontata da Stefano Benni si mescola con altrettanta ironia e poesia alla sonorità jazz di Paolo Damiani ed ai movimenti del coreografo Giorgio Rossi.
Nel romanzo l’aristocratica mediocrità di Humbert è travolta da quel luminoso oggetto del desiderio che ha un nome per ogni occasione (Lo, Lola, Dolly, Dolores e finalmente Lolita fra le sue braccia) e l’austero professore va alla deriva, ammaliato dalla spensierata e proibita sensualità della ragazzina e dal miraggio di una giovinezza cui tenta disperatamente di rimanere aggrappato nonostante si prenda gioco di lui. Il romanzo di Nabokov offriva, nel 1955, una istantanea bruciante dell’America di allora, dominata da miti ed ossessioni (soprattutto il sesso), mentre continuava la sua incessante investigazione attraverso il tema dell’identità, intramontabile indagine presente in ogni parola di Nabokov, financo nella scrittura stessa. Benni, Damiani e Rossi esaltano il testo di Nabokov, raccontano l’amore per l’amore che abbatte le diversità e i pregiudizi, tessono un più alto e schietto elogio degli amori impossibili.
Stefano Benni ha scelto alcuni brevi brani della Lolita di Nabokov, aggregandoli con suoi brevi raccordi: e così Humbert conduce lo spettatore in un viaggio che libera il desiderio, nell’illusione di un presente appena assaporato che è già però alle spalle. Le musiche di Paolo Damiani accompagnano e suggeriscono i percorsi di questo viaggio attraverso l’enigma dell’umana tensione all’inattuabile; i movimenti di Giorgio Rossi, mai illustrativi, traducono l’indicibile in una poesia enunciata dal corpo.
Lolita è la storia di un amore impossibile, che travolge colui che la vive e lo trasforma nel contrario di se stesso, “un libro che andrebbe consigliato contro il moralismo ipocrita e il turismo sessuale esotico, casalingo, cibernetico”, dice Benni, “un libro che non chiede né assoluzioni né terapie, ma solo di essere letto con verità”.

Testo Vladimir Nabokov (Lolita: alcuni brani)
Musiche originali e contrabbasso Paolo Damiani
Movimenti narranti e danza Giorgio Rossi, Aline Nari
Sax contralto, clarinetti Achille Succi
Tastiere, pianoforte Alessandro Gwis
Luci Michelangelo Campanale
Costumi Beatrice Giannini
Danza Chantal Copello, Silvia Bugno
Produzione Romaeuropa Festival 2003, ACJ Associazione Culturale Jonica, in collaborazione con Sosta Palmizi
Spettacolo presentato nel quadro del Progetto di valorizzazione e promozione sostenuto dal Ministero per i Beni e le Attività Culturali in occasione della Presidenza Italiana del Semestre Europeo

UN LIBRO CONTRO IL MORALISMO IPOCRITA
di Stefano Benni

Lolita, libro scandaloso soprattutto per chi non lo ha letto, chiacchierato e frainteso, citatissimo e misterioso. Un libro che vive nel luogo comune un po’ torbido dell’ambiguità di una ninfetta, e nel vergognoso desiderio di un uomo maturo. Filtrato dal bellissimo film di Kubrick, che però ne fece una sua personalissima, ironica rivisitazione, e poi semplificato da qualche patinato remake. Lolita è molto più della sua sulfurea fama. È anche un libro scandaloso, ambiguo e inquietante, ma è soprattutto un grande libro sull’amore, sulla dannazione della bellezza e della passione senza età, senza limiti, senza salvezza o sollievo. È un libro sull’Europa e sull’America, e sul loro attrarsi e corrompersi. Sulla volgarità e sulla inviolabile dolcezza della gioventù. Sugli opposti fantasmi del desiderio e del decoro maschile. Un libro che finisce con la dichiarazione d’amore eterno di Humbert a Lolita invecchiata, sposata, ferita dalla vita.
Un libro che andrebbe consigliato contro il moralismo ipocrita e il turismo sessuale esotico, casalingo, cibernetico. Un libro che non chiede né assoluzioni né terapie, ma solo di essere letto con verità .

Ho iniziato a leggere Lolita cinque anni fa, in varie occasioni, in teatri e università. Sono rimasto stupito da quanti non lo conoscessero, e hanno poi voluto leggerlo. Ho scelto con fatica e molti dubbi una ventina di brani, con piccoli adattamenti dalla stupenda traduzione di Giulia Arborio Mella. Da Giorgio Rossi è poi venuta la proposta di accompagnare la lettura con movimenti di danza: non verso una descrizione, ma verso l’emozione, come è nel suo straordinario stile. Tre ballerine, Lo, Dolly, Dolores, i tre nomi di Lolita. A questo si è aggiunta la musica dell’amico Paolo Damiani. Ci buttiamo in Dancing Lolita con un brivido, con grande rispetto e soprattutto con una speranza. Che dopo averlo visto, molti vadano a rileggere Lolita, o a leggerlo una prima volta, per scoprire che la storia del satiro e della ninfetta è una delle grandi storie d’amore del Novecento, un capolavoro della letteratura, e una lezione di inquieta verità, nella chiacchiera mediatica censoria o cinicamente indifferente. Per citare il celebre incipit di Nabokov:
Signori della giuria,
guardate questo intrico di spine.

BENNI E NABOKOV IN SCENA CON LOLITA “ROMANZO INDOMABILE”
di Carlo Moretti

Benni, perché Lolita?
Ho cominciato a leggere Lolita in pubblico perché lo trovo uno dei capolavori del Novecento. Leggendolo mi sono accorto che pochi lo conoscevano nella sua verità e interezza, e dopo ogni lettura molti erano invogliati a leggerlo o rileggerlo, al di là della sua fama o nomea. Poi Giorgio Rossi mi ha proposto di accompagnare la lettura con la danza: mi piace come Giorgio danza su testi poetici, oltre che sulla musica. E poi si è aggiunto Damiani, con cui lavoro da anni.

Come ha lavorato sul romanzo di Nabokov?
Ho scelto una ventina di brani, ho effettuato qualche piccolo taglio, ho inserito poche righe per aiutare la comprensione in due o tre punti. Ma il novantanove per cento di ciò che leggo è Nabokov, nella splendida traduzione di Giulia Arborio Mella.

Preparando questa lettura ha mai pensato al film di Stanley Kubrick o allo spettacolo teatrale di Luca Ronconi?
Kubrick mise in scena la sua personale Lolita, stretto nella morsa tra il suo genio e la censura. Non ho visto la versione di Ronconi, e la mia resta, in fondo, una semplice lettura.

Superato lo scandalo che provocò alla sua uscita, Lolita porta con sé i temi del dolore e della colpa, dell’amore impossibile, della pedofilia…
Lolita è un libro totalmente indomabile, sincero per quanto può esserlo un libro. Al pubblico, se lo vuole, la libertà di esprimere giudizi e dubbi. Nabokov non spiegava molto di Lolita: lo definiva un libro d’amore tra lui e la lingua inglese. Figuriamoci se posso spiegarlo io.

Le letture in pubblico aumentano e sempre più spesso scrittori declamano pagine di altri scrittori. E se il miglior lettore fosse il lettore che fa da sé?
Lo scrittore-lettore ha meno risorse ed esperienza dell’attore, ma ha un piccolo vantaggio, o quantomeno una parità. La totale passione e dedizione al testo. La sua vanità di performer esiste, ma è secondaria rispetta alla assoluta esigenza di far conoscere e brillare la scrittura. L’attore può forse interpretare un testo che non ama, il lettore no.

(Carlo Moretti, Benni e Nabokov “In scena con Lolita romanzo indomabile”, la Repubblica, 18 agosto 2003)

Rassegna stampa

“È un Benni in veste di performer, che ci propone oggi in palcoscenico una terna di Lolite, con tre età e personalità diverse, e il reading ha un andamento da concerto jazz, visto che è accompagnato da una jam session dal vivo. Benni è arguto, sollecito, meticoloso, poetico, umano fino al midollo, pieno di slanci nell’elencare nei 24 brani qui prescelti nella parabola di Humbert Humbert (letti da seduto come un batterista-letterato, o diffusi fuori campo) i primi incontri, la descrizione delle pulsioni sessuali, fino all’odissea da adulto amante americano. È uno Stefano Benni che deluderà forse un po’ i cultori del suo umorismo, questo che ci restituisce con possessione intima e con piacere pubblico quei grovigli di amori adolescenziali, quel matrimonio pretestuoso, e infine la passione per quella donna giovane, destinata a infierire, a traumatizzare, a tradire, a invecchiare già a 17 anni, ad assurgere comunque a mito anche se incinta, estranea e opportunista. Perché capita così. Ed è un Benni malinconico nel riferire l’indicibile letizia di una passione (mai oscena), e lieve e liberato nel rifletterne i sensi del caparbio, violento, idealizzante estremismo che culmina, come da romanzo, nella sola “immortalità” possibile, da condividere in due. Ma in definitiva è un Benni radicale e ineffabile, quello di Danzando Lolita, che mostra di chiamare in causa seriamente una teatralità contemporanea con le tre brave Lolite danzatrici maliziose, trepide e danzanti”.
(Rodolfo Di Giammarco, Benni in concerto incontra Nabokov e la parabola di Lolita, la Repubblica, 8 novembre 2003)

“Ma in Danzando Lolita […] i movimenti scenici creati da Giorgio Rossi si sono intrecciati a tal punto con l’appassionata lettura di Stefano Benni (ma è scrittore o attore?) dei principali brani della Lolita di Vladimir Nabokov e con la straordinaria, discreta, poetica musica jazz di Paolo Damiani, che risulterebbe difficile separarli anche solo linguisticamente. L’opera è infatti un tutt’uno inscindibile di parola, musica, danza in uno spettacolo di rara delicatezza e sensibilità artistica. Seguendo la complessa struttura narrativa del testo, il protagonista Humbert è sdoppiato nella figura di Stefano Benni, che narra con trepida umiltà la sua storia, e in quella irrealistica, fragile, vulnerabile di Giorgio Rossi: così come Lolita pulsa nei muti e mai ostentati movimenti di tre danzatrici: Aline Nari, Silvia Bugno, Maristella Tanzi con i bei costumi di Beatrice Giannini, in cui convivono simultaneamente i tre volti di lei. […] La musica di Paolo Damiani è spesso fatta di impercettibili sussurri del suo contrabbasso, del sax (Achille Succi), del pianoforte di Alessandro Gwiss, ma anche di voci impazzite […] o di silenzio assoluto”.
(Paola Pariset, La Lolita di Nabokov, una bimba dalle tre facce, Il Tempo, 8 novembre 2003)

“Benni è seduto alla scrivania, attorno al tungsteno di fioche lampadine e tre ninfe che gli danzano attorno: sono l’incarnazione di Lolita, Dolores e Lo, tutti i nomi dell’insana passione di Benni/Nabokov e del suo alter ego Giorgio Rossi che in vestaglia, con i passi del sanatorio mentale, mima il dramma di un uomo, di un professore universitario non più giovane che si innamora di una dodicenne. […] Le tre Lolite ballano, si strusciano, si spogliano, e Diana, classico del rock commerciale degli anni cinquanta, diventa un free jazz che stordisce la scena, la perverte, elettrizzando uno spazio scenico volutamente scarno, come un cinema porno lasciato marcire tra i sospiri e i rantoli dei propri fantasmi in guepiere. La voce riempie il teatro, ogni tanto Benni si ferma e beve un sorso d’acqua. Nell’ultimo quadro si alza, si toglie gli occhiali e va a sedersi proprio su una delle sedie del cinematografo. Accanto a lui il suo doppio, Rossi, è ancora infiammato di quelle scariche di adrenalina che lungo il narrare ha dispensato con i suoi passi. Lolita ci è cresciuta pian piano tra le orecchie”.
(Francesco Mandica, Com’è bravo Benni: recita l’amore illecito per Lolita e capisci il ‘900, l’Unità, 8 novembre 2003)

“Alternando la lettura dal vivo al microfono a parti registrate (sempre con la sua voce) Benni alterna pagine di romanzo e frasi di jazz suonate in scena da Paolo Damiani e accenni di coreografie di Giorgio Rossi e di tre ballerine. Prosciugato dalla sua fluviale narrazione, il romanzo di dipana davanti agli occhi (anzi alle orecchie) degli ascoltatori nei suoi momenti essenziali. Il professor Humbert si innamora perdutamente di una adolescente; sposa la madre per starle vicino; viene scoperto nelle sue trame, ma il fato cinico e benigno insieme lo rende vedovo; da allora i giorni di delizia erotica con la piccola Lolita, fino a quando lei fuggirà verso un destino abietto… Lo spettacolo è stato applaudito dal pubblico del Palladium, che tuttavia non ha potuto allontanare del tutto l’impressione che più che di un vero spettacolo si sia trattato di una affettuosa celebrazione di un grande della letteratura del Novecento da parte di un eccellente scrittore di oggi”.
(Maurizio Giammusso, A teatro la “Lolita” seduce Stefano Benni, La Provincia, 8 novembre 2003)