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Still, the children are here


Prodotto da Mirabai Film, nell’ambito del 25° anniversario dell’IFAD (Fondo Internazionale per lo Sviluppo dell’Agricoltura), l’agenzia delle Nazioni Unite con sede a Roma che si occupa di sostenere le popolazioni rurali a superare la loro povertà, e in occasione dell’anno conclusivo (2004) del Decennio Internazionale ONU delle Popolazioni Indigene del Mondo.
Il documentario è finanziato con il sostegno dei governi di Giappone e Finlandia.
Prima nazionale

Questo documentario – prodotto da Mira Nair, sensibile cineasta indiana, e girato da Dinaz Stafford – racconta la vita delle delle popolazioni indigene dell’India nord-orientale e di come la loro cultura e la loro conoscenza stiano scomparendo sotto la pressione della globalizzazione.
Le popolazioni indigene sono continuamente espropriate delle loro terre per far posto a colossali progetti di sviluppo, oppure vengono allontanate da potenti interessi nazionali e internazionali che mirano a sfruttare foreste, acqua, minerali ed altre risorse naturali da cui le popolazioni indigene dipendono e che hanno a lungo gestito. In molti casi lo sfruttamento e la conseguente miseria hanno portato a conflitti etnici ed a una crescente violenza.
L’India nord-orientale è stata scelta come location del film poiché da queste terre provengono i più floridi raccolti di cibo, la cui varietà genetica è stata preservata grazie alla cura delle stesse popolazioni indigene.
Questa pratica millenaria nella gestione delle risorse naturali può dare molti insegnamenti al mondo: non solo per la protezione e lo sviluppo della biodiversità, ma anche per il conseguimento di una migliore qualità della vita fondata su valori etici, culturali e spirituali.
Dando modo ai poveri di parlare di loro stessi, il documentario della Stafford porta alla luce la cultura e le tradizioni delle popolazioni indigene, ma anche le loro inquietudini ed i cambiamenti cui sono soggetti e con cui, loro malgrado, sono costretti a confrontarsi.
Il film di Mira Nair e Dinaz Stafford è una singolare finestra su un luogo ricco di memoria e di storia, sempre rinnovata e riattualizzata nel rispetto della tradizione: è una storia creata dall’insieme da tante storie semplici e umane, in cui i poveri della terra confessano le ragioni della loro resistenza ad un mondo che fa di tutto per estinguerli.

Regia Dinaz Stafford
Executive producer Roger King
Film producer Mira Nair
Musica Nitin Sawhney

Rassegna stampa

“Una civiltà millenaria raccontata attraverso i volti, i gesti, le parole. E soprattutto filtrata dalla coltivazione del riso, che è uno stile di vita, un rituale, una pratica religiosa. […] In questo lungometraggio, quel che viene ritratto è proprio il valore di una vita basata su tradizioni millenarie, sul contatto simbiotico con la natura, sulla forza dei legami familiari. È un omaggio alla ricchezza di una civiltà ancestrale, che scorre come un apologo, in cui anche la morte, che quotidianamente colpisce la comunità, viene accettata e filtrata attraverso il ritmo della coltivazione. Ma davvero si tratta di un mondo immobile? E la globalizzazione? “Ad un certo punto racconto la scelta tra due diversi tipi di sapone da comprare. Il mercato è arrivato anche qui. Nell’importanza acritica che viene data, seguendo il modello occidentale, ai soldi: anche i Garos cominciano a pensare di dover guadagnare. Io credo che l’economia globalizzata dovrebbe apprezzare la conservazione delle risorse genetiche delle colture. E rispettare il valore della differenza culturale”, afferma appassionatamente la regista, ribadendo il senso del suo lavoro”.
(Wanda Marra, Coltivando l’arte dei chicchi di riso, l’Unità, 21 novembre 2003)

“Nella preziosa testimonianza filmica realizzata dalla regista Dinaz Stafford nel villaggio di Sadolpara, le immagini di una natura aspra e di esuberante bellezza fanno sa sfondo alle storie vigorosamente impresse alla memoria collettiva dei Garo, che narrano l’antico stile di vita, gli elementi fondanti e aggreganti della propria cultura, ricchi di risorse spirituali e materiali, permeati di eternità religiosa. Ma è nel confronto col mondo esterno che ai Garo vengono a mancare le loro secolari certezze. Anche in questo sperduto angolo di mondo la globalizzazione, parola chiave del nuovo ordine economico mondiale, ha iniziato ad assumere le spettrali fattezze di una lenta deforestazione, dunque sfruttamento e contaminazione di valori. […] Dai fotogrammi s’intuisce che di fronte all’arbitrarietà e alla subdola scaltrezza dei politici e agli interessi di commercianti senza scrupoli potrà ben poco la saggezza dei Garo. Il film della Stafford è un piccolo grande capolavoro che ha in sé una straordinaria adesione alla realtà etnografica e al tempo stesso è profonda rappresentazione poetica, mai edulcorata, di un mondo che potremmo non aver mai conosciuto”.
(Maurizio Torretti, Il riso della speranza, www.lifegate.it, 24 novembre 2003)

STILL, THE CHILDREN ARE HERE
Teatro Palladium, 20, 21 novembre 2003 MIRABAI FILM E IFAD PRESENTANO UN FILM SULLE TRIBÙ GARO
di Dinaz Stafford

Quando Roger ed io arrivammo al villaggio Garo di Sadolpara nell’India nord-orientale, c’era il festival Harvest. Divertimento, fastidio, e birra di riso, musica, canzoni ed inviti pressanti che provenivano da una capanna dopo l’altra.
Prima di andarmene ho chiesto ai miei ospiti se avessero voglia di fare un film. “Sarà molto noioso”, mi hanno detto, “perché noi siamo molto timidi”. I Garo intendevano per film qualcosa del genere Bollywood, qualcosa che avevano visto forse una volta. Da questa conversazione nacque il film, un’interazione fra gli abitanti del villaggio e me. Mi hanno parlato della loro vita ed io li ho incoraggiati a descrivermela.

Il più importante sostentamento a Sadolpara è la coltivazione del riso. In questa società matriarcale sono le donne a possedere la terra ed i figli prendono il nome della famiglia della donna. Ha detto Chanji: “La terra è stata data a mia madre dalla sua e, a sua volta, lei l’ha data a me. In questa terra io ho piantato i semi di mia madre, i semi che lei aveva ricavato dalla semina di riso di sua madre”.
Queste popolazioni indigene coltivano il riso da sempre; una delle più importanti varietà vegetali nella storia, questa pianta ha sfamato popolazioni per un periodo di tempo più lungo che ogni altra coltivazione. È un prezioso seme quello che loro nutrono, coltivato con una tecnica antica.

Ma in questo mondo di cambiamenti, Sadolpara non fa eccezione. La nonna di Philme dice: “Noi eravamo abituati a mangiare riso, adesso mangiamo soldi”. La nonna di Belu aggiunge: “Eravamo abituati a costruire granai per conservare la nostra sementa, adesso costruiamo strade per andare al mercato”. Pianteranno ancora riso le generazioni future?

(in Catalogo Romaeuropa Festival 2003)

È NECESSARIO ASCOLTARE LE VOCI DEI POVERI
di Lennart Båge
(Presidente International Fund for Agricultural Development)

Tre quarti dei poveri del mondo – circa 900 milioni di persone – vivono e lavorano nelle aree rurali dei paesi in via di sviluppo. Molti di loro appartengono a popolazioni indigene, soprattutto in Asia e America Latina. In effetti, fra i poveri delle zone rurali, le popolazioni indigene sono spesso le più emarginate e vulnerabili.
L’IFAD lavora con queste popolazioni per consentire loro di superare la povertà. Nel caso delle genti indigene, ciò significa aiutarli a rafforzare o recuperare gli ancestrali diritti sulla terra e sulle altre risorse naturali, come l’acqua e le foreste. Significa anche essere sensibili alle loro culture ed ai loro linguaggi, e rispettarne le conoscenze. L’IFAD è lieta di aver partecipato alla realizzazione di questo documentario sulle popolazioni indigene dell’India nord-orientale, perché esso permette a tali popolazioni di parlare direttamente dei problemi e delle sfide quotidiane come anche della propria cultura e tradizione.
All’IFAD crediamo che per sradicare la povertà sia necessario mettere le popolazioni rurali povere nelle condizioni di stabilire e dirigere i propri destini. Perché ciò accada, si devono ascoltare le voci dei poveri che in tali aree rurali vivono.
Un lavoro come questo documentario dà loro una simile opportunità.

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