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Daniele Abbado / Studio Azzurro

Cinema e Rivoluzione


Un doppio omaggio a Sergej M. Ejzenstejn, regista rivoluzionario per eccellenza, cantore dello spirito e delle vicende della neonata Unione Sovietica, ma anche profondo innovatore della forma cinematografica. Romaeuropa propone innanzitutto, secondo un progetto di Daniele Abbado e Studio Azzurro, l’esecuzione della Cantata Op. 78 per mezzosoprano, coro e orchestra, scritta da Sergej Prokof’ev nel 1939 a partire dalla colonna sonora realizzata l’anno precedente per Aleksandr Nevskij. La novità del concerto, affidato all’interpretazione dell’Orchestra Sinfonica e Coro della Rai diretta da Woldemar Nelsson, risiede nella progettazione stessa dell’evento che prevede lo scambio interattivo fra la musica e la proiezione, su due schermi, di alcuni frammenti del Nevskij e di immagini della stessa orchestra riprese in diretta: ne nasce un continuo capovolgimento di ruoli per il quale è il film a fare da “accompagnamento” alla musica di Prokof’ev.
Più tradizionale, invece, la proiezione di Ottobre, accompagnato dall’Orchestra Filarmonica di Poznan che esegue la partitura originale composta da Edmond Meisel, recuperata soprattutto grazie al lavoro di Alan Fearon.
Ad arricchimento del doppio programma viene inoltre presentato un cortometraggio, Steps, di Zbigniew Rybczynski, uno dei maestri dell’animazione polacca, che compone una curiosa parodia della celebre scena della scalinata della Corazzata Potëmkin.

OTTOBRE

Ottobre (da I dieci giorni che sconvolsero il mondo di John Reed) è uno dei quattro film che hanno segnato il X anniversario della Rivoluzione di Ottobre del 1917 (gli altri tre sono: La caduta della Dinastia dei Romanov di Shub, La fine di San Pietroburgo di Pudovkin e Mosca in Ottobre di Barnet). Le riprese de La Linea Generale furono interrotte verso la fine del 1926, per poter affrontare il grande progetto della commemorazione del giubileo. La data ultima era quella del 7 novembre! Le riprese furono fatte a Leningrado dal mese di marzo fino al mese di agosto 1927. Questo fu l’inizio delle ostilità contro l’ambizioso progetto di Ejzenstejn (anche Pudovkin fu tra gli oppositori).

L’opposizione veniva da coloro che contestavano la veridicità del racconto degli avvenimenti del 1917: le folle erano più numerose che nella realtà; molti episodi, come la difesa del Palazzo d’Inverno da parte di un battaglione di donne, che apparivano fondamentali nel film, lo erano stati meno nella realtà. I colleghi di Ejzenstejn del Gruppo LEF, erano particolarmente critici riguardo alla scelta dell’attore che impersonava il ruolo di Lenin (un attore non professionista), un vero e proprio tradimento, simbolo ai loro occhi dell’inautenticità del film.
In seguito si ebbe la battaglia per ridurre i 29 chilometri di pellicola e trovare un compromesso accettabile. Ejzenstejn aveva già ridotto il suo progetto iniziale (concentrare tutto il periodo del mese di febbraio 1917 con la guerra civile), e aveva avanzato un altro progetto composto di due parti, la seconda delle quali avrebbe raccontato in dettaglio gli avvenimenti che erano succeduti alla presa del Palazzo d’Inverno. Non conosciamo esattamente il contenuto di questa prima versione ma, dopo il 7 novembre, Ejzenstejn fu obbligato ad apportare dei grandi cambiamenti per ragioni politiche. In effetti, era l’epoca in cui Stalin voleva controllare la Storia come faceva con lo Stato.

Quando nel marzo 1928 la versione per la distribuzione finalmente apparve, si scatenò l’inevitabile tempesta. Gli vennero fatti dei rimproveri, gli fu chiesto di fare immediatamente un’altra versione. Il film era estremamente confuso, incomprensibile per gli operai e i contadini, quindi stroncato. Al contrario, il Commissario responsabile dell’Educazione e della Cultura, Anatoly Lunacharsky lo considerò migliore della Corazzata Potëmkin, e disse che le generazioni a venire avrebbero imparato molte cose da questo film. I suoi colleghi registi lo trovavano discontinuo, ricco di scene brillanti sì, ma unite ad altre piuttosto oscure e nell’insieme poco efficace.

Quello che noi oggi sappiamo, soprattutto grazie agli specialisti sovietici, è che Ejzenstejn portò avanti delle ricerche più nel campo psicologico (Vygotsky, Mach, Luna), mitologico e delle tradizioni popolari delle rivoluzioni, che in quello che riguarda strettamente la storia degli avvenimenti del 1917. Sappiamo che nel girare Ottobre fu rapito dall’enorme potenziale del “cinema intellettuale” e che iniziò un abbozzo di un film tratto dal Capitale di Marx che avrebbe utilizzato sia il flusso di coscienza di Joyce, che la dialettica concettuale di cui aveva parlato a proposito di Ottobre nella sequenza Dio e la Terra. Un recente studio di Yuri Tsivian ha messo in luce tutto quello che Ejzenstejn deve alla cultura simbolista russa (un gran numero di metafore usate in Ottobre sono di origine simbolista e provengono direttamente da Blok e Belyj), e l’inaspettato erotismo di cui tutto il film è impregnato. Per Ejzenstejn la Rivoluzione è stata l’abbattimento dei tiranni, padri e dei, e lo ha condotto fino al cuore della mitologia delle origini e della creazione. Ci sono ancora molte cose da scoprire fra le ricche pieghe di uno dei film più misteriosi e meno compresi della storia del cinema. Non potremo forse ipotizzare che stiamo parlando dell’Ulisse della settima arte?

Rassegna stampa

“L’idea, nel progetto di Daniele Abbado e nella consulenza musicale di Michele Dall’Ongaro, era quella di moltiplicare gli effetti visivi del film attraverso un confronto con la partitura di Prokof’ev. Operazione rischiosa perché nuovissima, eppure degna di più lodi: piegare l’occhio alle esigenze dell’orecchio musicale è impresa assai insolita nella nostra cultura, eppure generatrice di numerose, piacevoli sorprese; inoltre, il contrappunto dei fotogrammi sui due schermi di proiezione sembrava perfettamente servire le iniziative polifoniche della musica, consentendo una nuova ricostruzione dei due capolavori (film e partitura). Meno convincenti apparivano le inserzioni delle immagini orchestrali, che venivano proiettate in diretta, e provocavano non poca distrazione nella tensione narrativa della pellicola.
Comunque, nonostante le difficoltà tecniche create agli esecutori dall’assenza del computer per la sincronizzazione delle entrate visive, gran parte del lavoro si è svolta su binari di buon professionismo, solo con alcuni momenti di evidente difficoltà nell’esecuzione musicale dell’Orchestra e Coro della Rai di Roma, diretti da Woldemar Nelsson. Di pregevole qualità, invece, la voce del mezzosoprano Ludmilla Semciuk”.
(Carlo Boschi, Fotogrammi in musica, Il Messaggero, 18 luglio 1989)

“La musica del film è stupenda come musica da film. La musica della cantata è già meno significativa, ma pretende di essere ascoltata come musica assoluta, che parla da sé. Le poche immagini sovrapposte esaltano da una parte le manchevolezze della musica e non restituiscono dall’altra l’integrità del film, che sola dà all’insieme la sua compiuta validità estetica.
Perciò in qualche modo Daniele Abbado ha reso un cattivo servizio a Prokofiev, cogliendo quella che è la debolezza della partitura, debolezza che invece nel film diventa perfezione.
Ciononostante, l’orchestra della Rai diretta da Woldemar Nelsson, insieme al mezzosoprano Ludmilla Semciuk e al Coro della Rai di Roma, ha offerto una bella esecuzione della partitura, che è stata giustamente applaudita. Prima della cantata, è stato proiettato un video, dal titolo Steps (gradini, scale), di Zbigniew Rybczynski. Sulla scena famosissima della Corazzata Potemkin si inserisce un gruppo moderno, che vive insieme dentro e fuori il film la terribile scena. Ma anche qui l’inserimento non funziona. La comicità paradossale che ne risulta è troppo banale per riuscire a scalfire la bellezza delle immagini di Ejzenstejn. Si tratta veramente di un prodotto velleitario e inutile”.
(Dino Villatico, Aleksandr Nevskij, note tra le immagini, la Repubblica, 19 luglio 1989)

“Nei due piccoli schermi sopra l’orchestra abbiamo visto alternarsi un pasticcio di spezzoni di film, riferiti genericamente all’episodio descritto dalla cantata ma non alla frase musicale. Lo splendido Cerkassov, il protagonista, apriva e chiudeva la bocca come un pesciolone, e così tutti gli altri. Improvvisamente Cerkassov scompariva da uno dei due schermi, sostituito da un primo piano del direttore d’orchestra (Woldemar Nelsson, di origine sovietica) oppure dalle immagini della stessa orchestra o, raffinatezza estrema (schizofrenia?) da un collage dove c’era di tutto, russi, crociati, suonatori, sia in formato gigante che francobollo.
Tronchiamo l’elenco delle nefandezze: a che pro rattristarci? Almeno si sarebbe potuto chiudere gli occhi: un po’ per colpa dell’acustica, un po’ che l’Orchestra Rai non era troppo in vena, neanche dal punto di vista dell’ascolto c’era da stare troppo allegri. Però la gente è più semplice di quanto credano gli autori dell’operazione: quando si trova di fronte a un capolavoro, se ne accontenta, non pretende migliorie”.
(Ivana Musiani, Capolavori: a che scopo volerli migliorare?, Paese Sera, 17 luglio 1989)

“Non giudicheremo dell’acustica del luogo, che manco poco ha influito sulla resa delle musiche. Ma certo, indipendentemente da quella dubbia efficienza, la chiave di lettura della Cantata prokofieviana additata dal maestro Nelsson non c’è parsa particolarmente icastica, né poderosa. Non c’è parsa vibrare di quei fremiti guerreschi che la composizione pur contiene in larga misura, accosto a zone d’un effuso e melanconioso e remoto lirismo. E sotto i deludenti effetti di tale interpretazione, neanche l’Orchestra della Rai ha offerto di sé prova plausibile: risultando invece piuttosto fiacca negli acri colori, rallentata nell’allure, opaca negli spigolosi fraseggi. Ha contribuito al sesto episodio – al lamento d’una donna sul corpo dei caduti – la densa voce solista della mezzosoprano slava Semciuk, brava in quel poco; mentre il Coro, cui Prokof’ev dà forte rilevanza, non ha demeritato il nostro plauso per la volontà e l’impegno profusi.
L’elegante e scelto pubblico presente allo spettacolo ha indirizzato agli interpreti giusti consensi”.
(Enrico Cavallotti, Torna Nevskij con Prokof’ev e Eizenstejn, Il Tempo, 18 luglio 1989)

Crediti

ALEKSANDR NEVSKIJ (1938)
Di Sergej M. Ejzenstejn
Musica Sergej Prokofiev
Direzione musicale Woldemar Nelsson
Ensemble Orchestra Sinfonica e Coro della Rai
Progetto Daniele Abbado
Ideazione e realizzazione Daniele Abbado e Studio Azzurro
Consulenza musicale Michele Dall’Ongaro
Solista Ludmilla Semciuk (mezzosoprano)

OTTOBRE (1927)
Di
Sergej M. Ejzenstejn
Musica
Edmond Meisel
Direzione musicale Alan Fearon
Ensemble Orchestra Filarmonica di Poznan
Produzione in collaborazione con il Festival di Avignone