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Giro d’Italia


Con Giro d’Italia si compie un tour attraverso le nuove realtà musicali, coreografiche ed artistiche. La prima tappa e con Fabrica, un laboratorio, ideato da Luciano Benetton ed Oliviero Toscani, che riunisce giovani artisti provenienti da diversi paesi lasciando che la loro creatività si confronti, in forma e linguaggio artistico, con le grandi questioni sociali: il razzismo, la paura dell’altro, la fame nel mondo, la pena di morte sono dunque il sottotesto di una serata che affianca ad evolute creazioni di video, design, fotografia, grafica e new media, il concerto Voices, guidato dal grande percussionista David Moss, sotto la direzione di Andrea Molino.
La seconda tappa, evocativa della cultura del Sud Italia, è con Adriana Borriello e la sua Animarrovescio, coreografia che, sulla musica di Giovanna Marini, analizza per poi reinventare le tarantelle e la pizzica, in un viaggio attraverso gli antichi rituali sacri e profani.
Terza ed ultima tappa, è Italian Landscapes, evento ideato dal Link di Bologna, che affida ai due gruppi italiani, Kinkaleri e Motus, ed al giapponese Sun Wu-Kung, la descrizione ed il racconto del “paesaggio”: un esplosivo – ed angosciante – binomio fra teatro e paesaggio.

MUSICA / DANZA: UN BINOMIO INSCINDIBILE
di Adriana Borriello

Il mio lavoro coreografico degli ultimi anni si è sempre più concentrato sull’inscindibilità del binomio musica/danza, fino a farmi considerare il movimento, sia nel mio lavoro coreografico che in quello didattico, come una musica per gli occhi. Riscoprivo così che la danza, come diceva Paul Valery, è il linguaggio artistico che in maniera più completa ed immediata esprime i moti dell’anima. Questa doppia equazione, danza = linguaggio dell’anima = musica per gli occhi, mi ha infine condotta alle nostre radici culturali, quindi ai miei liberi studi di antropologia della danza e della musica. E qui comincia il mio viaggio all’interno delle tradizioni popolari dell’Europa meridionale, con l’incontro con quei rituali che, attraverso la musica e la danza scandivano la vita sociale e produttiva della comunità, ne organizzavano il rapporto con l’ignoto, con la sfera magica, ne risolvevano gli umani conflitti individuali, permettendo così alla gente, in momenti prestabiliti e ritualizzati, di espellere il male accumulato in un quotidiano fatto di duro lavoro e spesso di frustrazioni.
Insomma le tradizioni popolari musicali e coreutiche avevano una reale finzione sociale e perciò, essendo troppo forti per scomparire, riplasmavano continuamente i propri modi e valori a seconda delle influenze culturali e politiche cui venivano sottoposte, coniugando incessantemente il vecchio con il nuovo.

Persino il fortissimo dominio culturale della Chiesa, soprattutto nell’Europa meridionale, non potendole distruggere, ha avuto al suo interno pratiche e culti di matrice chiaramente pagana. Basta pensare alle celebrazioni del carnevale che, seppur in forma diversa a seconda delle aree culturali, è sicuramente un’espressione di paganesimo legata all’espulsione del male e delle pulsioni individuali e sociali più recondite, un momento in cui è permesso vivere il mondo alla rovescia.

Ma veniamo al nostro progetto. Le ricerche svolte finora sull’iconografia coreutica nell’ambito delle tradizioni popolari ci hanno fatto riconoscere nella triade Morte/Amore/Sesso il nesso comune a molti rituali dell’Europa meridionale.
Già in Tammorra e Kyrie è proprio l’equazione Madre = Amore = Sesso (individuata da Roberto De Simone) a guidare poeticamente il filo del discorso, una triade comune nella tradizione dei paesi del Meridione europeo, quali Spagna, Grecia e Portogallo. Sia in Tammorra che in Kyrie concepiti come concerti di danza, in cui i danzatori sono anche musicisti e i musicisti personaggi, i riferimenti iconografici guardano alla mitologia greca, al dolore cristiano e ad un erotismo crudo e popolare tutto pagano. La partitura scenica si articola sull’accettazione del contrasto assumendo l’idea del doppio ed è costruita sull’armoniosa contaminazione di stili e linguaggi in cui il movimento può essere ascoltato ed il suono percepito con gli occhi.

(in Catalogo Romaeuropa Festival 2000)

Cartellone 2000

GIRO D’ITALIA
Video, film, danza, musica, installazione
Teatro Nazionale, 24, 26, 28 ottobre 2000 IL NON DIRITTO DELLA PENA DI MORTE
di Eva Cantarella

Sono ben novanta i paesi che ancor oggi, agli inizi de terzo millennio, si arrogano i diritto di applicare la pena di morte. Quasi la metà dei paesi esistenti. Gli atri l’hanno cancellata dal loro sistema, o pur mantenendola non la applicano: più precisamente, sessantanove paesi la hanno completamente abolita, tredici la hanno abolita salvo che in tempo di guerra o per crimini previsti dal codice militare, ventitré continuano a prevederla teoricamente, ma non la applicano da almeno dieci anni. In totale, dunque, centocinque paesi la hanno abolita, di diritto o di fatto. E alcuni indizi segnalano che una norma che vieta la pena di morte sta formandosi. Il primo di questi indizi è la regola, implicita nella normativa in materia, secondo la quale i Tribunali costituiti per la punizione dei crimini commessi nel territorio della ex-Jugoslavia e del Rwuanda non possono infliggere la pena di morte. A livello europeo, inoltre, va ricordata l’opinione dissenziente del giudice De Meyer nel caso Soering (1989), relativa a un ordine di estradizione da parte di uno Stato parte della Convenzione europea dei diritti dell’uomo verso un paese non europeo, ove la pena di morte viene applicata ed eseguita. In quell’occasione il giudice affermò che la pena di morte era “in contrasto con lo stato attuale della civiltà europea”, sia con riferimento alla prassi interna degli Stati sia con riferimento alle norme stabilite dalle convenzioni internazionali. E aggiunse che in considerazione dei valori inderogabili comuni agli Stati dell’Europa Occidentale concedere l’estradizione, in simili circostanze, sarebbe stato “contrario allo standard della giustizia e all’ordine pubblico europeo” (Corte europea dei diritti dell’uomo, sentenza 7 luglio 1989, Soering, Series A, n,161).

Ma nonostante questi segnali, una norma che vieti la pena di morte sul piano mondiale non esiste ancora. Nel 1998 almeno 1625 condannati sono stati mandati a morte in 37 paesi, e in 78 paesi 3.899 persone sono state condannate alla pena capitale. Come negli anni precedenti, la grande maggioranza delle esecuzioni ha avuto luogo in un limitato numero di paesi; più specificamente, l’80% delle esecuzioni ha avuto luogo in Cina, nella Repubblica Democratica del Congo, negli Stati Uniti d’America e in Iran. Tra questi paesi, alla Cina spetta il tristissimo primato rappresentato da 1067 esecuzioni nel solo 1998. Ma anche se assai più bassi, i numeri che più colpiscono noi europei sono quelli che vengono dagli Stati Uniti d’America, un paese al quale siamo legati da un rapporto diverso e molto speciale. Indipendentemente dal giudizio che ciascuno individualmente ne dà, l’America, comunque, “è vicina” a noi, per parafrasare il titolo di un celebre film di Marco Bellocchio. Inevitabilmente, che piaccia o no, per l’Europa gli USA sono un modello, non solo di comportamenti sociali, ma anche giustamente, per tanti aspetti di libertà e di democrazia. Sennonché, nel 1998, negli Stati Uniti sono state eseguite 68 esecuzioni capitali. Sono notizie che scuotono la coscienza sociale europea, turbata quasi fosse anch’essa responsabile di queste scelte. E ancor di più scuotono le statistiche sul “gradimento”: due americani su tre sono favorevoli. Lo sgomento induce a interrogarsi; quali sono gli argomenti che inducono milioni di persone “civilizzatissime”, per tanti aspetti così simili a noi, a ritenere, ancor oggi, che una simile pena sia lecita e opportuna?

A ben vedere, si tratta di argomenti assai fragili: contrariamente a quel che si sostiene, la pena di morte non ha effetto deterrente. I criminologi hanno dimostrato ampiamente che, là dove viene applicata, il crimine non diminuisce. Contrariamente a quel che si dice, di nuovo, la pena capitale è estremamente costosa per la società: secondo alcuni calcoli ogni condannato a morte verrebbe a costare allo Stato esattamente 2,3 milioni di dollari, cioè tre o quattro volte il costo di un carcere a vita.
Le ragioni, quelle vere, vanno dunque cercate altrove, al di fuori dei confini della ragione, al limite tra questa e il regno dell’irrazionale. E a esplorare questo regno può essere utile, forse, riflettere sulle funzioni svolte dalla pena capitale nei sistemi giuridici che stanno alle origini della civiltà occidentale. In Grecia, a Roma, dunque, ove le svariate modalità nelle quali venivano eseguiti i supplizi capitali mostrano chiaramente che questi – oltre, ovviamente, a dimostrare l’autorità dello Stato – servivano a soddisfare due esigenze psicologiche elementari: il desiderio di vendetta delle vittime di un crimine e dei loro parenti, e quello, collettivo, di eliminare un essere considerato mostruoso, di cui si temevano le influenze malefiche. Eliminare il mostro significava cancellare la macchia, purificare la collettività e metterla al sicuro dal pericolo. Due esigenze psicologiche elementari, ma ancora presenti nella mentalità di chi sostiene la pena di morte. Pensiamo al desiderio di vendetta: come spiegare, altrimenti, il macabro rituale rappresentato dai parenti della vittima di un omicidio, autorizzati ad assistere all’esecuzione in appositi locali, che ultimamente in alcuni Stati nord americani, sono stati ampliati, abbelliti e resi più confortevoli?

Ma lo Stato di oggi non può fare ancora concessioni a esigenze di questo tipo, non può condividerle e assecondarle giungendo al punto di violare un diritto assoluto, innato e dunque senza eccezioni inviolabile, qual è la vita.
Certo, è un segno positivo che finalmente anche negli Stati Uniti si profili un fronte abolizionista: ma gli argomenti di cui si serve – pur giusti – sono insufficienti. Fondamentalmente, essi sono due: il primo è l’ingiustizia nell’applicazione della pena (oggi, il 42% dei condannati a morte sono neri, ed è superfluo soffermarsi sulle diverse possibilità di difesa di chi è ricco e chi è povero: il processo di O.J. Simpson le ha svelate al mondo intero). Il secondo è il rischio degli errori giudiziari, di cui oggi si comincia ad ammettere il numero. Come una recente ricerca ha accertato, nel secolo appena terminato nei soli Stati Uniti sono state messe a morte ben ventitré persone successivamente risultate certamente innocenti.
Ma argomenti di questo tipo non possono bastare. Immaginiamo un sistema ove il rischio dell’errore – mai del tutto eliminabile – venisse ridotto al minimo, e ove venissero eliminate le discriminazioni di razza e di censo: dovremmo forse pensare che in un simile sistema la pena di morte sarebbe giustificata? La battaglia contro la pena di morte tocca livelli etici fondamentali, chiede di ridiscutere concetti quali “diritto”, “libertà”, “democrazia”, e “civiltà”. È una battaglia irrinunciabile in qualunque sistema, in qualunque situazione, in qualunque mondo.

(in Catalogo Romaeuropa Festival 2000)

Cartellone 2000

GIRO D’ITALIA
Video, film, danza, musica, installazione
Teatro Nazionale, 24, 26, 28 ottobre 2000 PROGRAMMA

MADASKI VS ARCHITORTI
Regia Enrica Viola
Produzione RaiSat 2000
Foyer Teatro Nazionale, 24 ottobre 2000

FABRICA MUSICA & DAVID MOSS
Direttore Andrea Molino
Solista David Moss
Interpreti Vincent Daoud (sax), Giovanni Delfino, Edoardo Giachino, Daniel Wehr (percussioni), David Marks (viola), Kirk Starkey (violoncello)
Audio design Martin Jann
Sound engineer Giorgio Collodet

FABRICA VIDEO
James Wright, Timur Makarevic, Paul Romauch, Tobias Kohl
Regia e coordinamento Alessandro Favaron

FABRICA DESIGN
Gala Fernandez, Steve Lidbury, Samantha Bartoletti
Coordinamento Jaime Hayon Benchimol

FABRICA FOTOGRAFIA
James Mollison, Borut Peterlin
Coordinamento Stefano Beggiato

FABRICA GRAFICA
Paolo Palma
Coordinamento Omar Vulpinari

FABRICA NEW MEDIA
Coordinamento
Thomas Hobbs
Coordinamento produzione Antonio Convertini – Modena
Prima italiana
Teatro Nazionale, 24 ottobre

SCRITTORIMONDO- incontro
Roma, scrivere on line.
Interventi Rocco Carbone, Carola Susani, Niccolò Ammanniti, Ippolita Avalli, Francesco Piccolo, Aurelio Picca
A cura di Maria Ida Gaeta
Casa delle Letterature, 26 ottobre 2000

COMPAGNIA ADRIANA BORRIELLO
Animarrovescio
(Musica negli occhi)

Coreografia Adriana Borriello
Musica per coro Giovanna Marini
Musica per orchestra Checco Marini, Carlo Siliotti
Musica per danzatori Antonella Talamonti
Costumi e elementi scenici Carlo Sala
Luci Stefano Pirandello
Fonica Roberto querceti
Interpreti Anna Dego, Valeria Andreozzi, Alessandro Mor, Ivana Petito, Antonella Putignano, Manuela Taiana, marica Zannettino
Quartetto vocale Michele Manca, Germana Mastropasqua, Xavier Rebut, Flaviana Rossi
Coproduzione Teatro Pergolesi (Iesi) – Hebbel Theater (Berlino) – Centro In teatro (Polverigi) – Compagnia Adriana Borriello
Prima italiana
Teatro Nazionale, 26 ottobre

LINKPROJECT
Italian Landscapes – Lounge theatre
Con
Kinkaleri, Motus,

Cartellone 2000

GIRO D’ITALIA
Video, film, danza, musica, installazione
Teatro Nazionale, 24, 26, 28 ottobre 2000 LO SGUARDO NEL FONDALE
di Massimo Marino

Teatro e paesaggio. La prospettiva rinascimentale come utopia di un ambiente razionale modificabile dall’azione. Il palcoscenico barocco come bocca di apparizioni di meraviglie evocate per arte negromantica. Il Novecento che cancella tutti i sogni di un paesaggio contemplabile, specchio dell’inconscio e della ragione, precipitando lo spettatore correo nel meccanismo. Inutile tentare di ricostruire la visione distante, prospettica, protetta dall’illusione di una conoscibilità del reale.

Negli ultimi teatri del rischio il paesaggio diventa panopticum sbriciolato. Schegge, corpi, schermi, specchi, visioni diffrante, suoni, simultaneità, riproduzioni, simulacri. Nessuna utopia. La merce dell’ambiente. Ambiente umano come merce. Il soggetto spettatore vi è immerso, a stretto contatto di emozione. Potrebbe essere rapito dal fascino e assunto nell’eden del glamour, incastonato in un luminoso poster teach in movimento. Ma siamo a teatro: si potrebbe toccare l’attore, sanguinare con lui intrecciati nel dionisiaco rito, ma ciò non avviene mai. Guardiamo, in realtà, soltanto. Come dal finestrino dell’automobile nel nostro orrendo paesaggio italiano, plastica e bellezze museificate, mulinobianco e merda. Questo teatro ci fa rispecchiare nella nostra stessa coazione a guardare, immobili.

(in Catalogo Romaeuropa Festival 2000)

Cartellone 2000

GIRO D’ITALIA
Video, film, danza, musica, installazione
Teatro Nazionale, 24, 26, 28 ottobre 2000 Rassegna stampa

“I sax, il violino e il violoncello [Fabbrica musica] vengono fatti suonare come voci appunto. Le sonorità fuoriuscite sono quasi liquide, rarefatte. Le rullate percussive spesso scuotono gli spettatori dal magico torpore di certe anti-melodie dei brani eseguiti. David Moss si esibisce seduto ad una scrivania, legge dei brani tratti da Colors e modula la voce in maniera insolita, talvolta delirante, passando bruscamente da toni baritonali a rantolii da soffocamento a voci bianche. Lo spettacolo diventa davvero efficace lì dove si unisce ai video inediti di Godfrey Reggio, sparati alle finestre alle spalle dei musicisti. Il dialogo audio-video raggiunge l’apice quando sui video appaiono bambini giapponesi intenti a giocare con dei video-games: le percussioni sottolineano gli spari, gli sguardi dei bambini rimangono tranquilli, solo le dita inquadrate sembrano essere colte dalla frenesia della “vittoria”… la violenza è sempre più rappresentata… e noi sempre più anestetizzati”.
(Giuseppe Ganino, Voices: Fabbrica musica per Romaeuropa 2000, it.e-loft.com, 26 ottobre 2000)

“Adriana Borriello, una coreografa ancora giovane che da tempo si è indirizzata, viste le sue radici campane, verso lo studio, la ricerca ed il recupero in veste di creazione originale, del grande filone della tradizione folklorica meridionale. […] E lo fa con un collage di musiche diverse e persino eterogenee tra le quali spiccano quelle di Giovanna Marini per un quartetto vocale sempre in scena come commentatore live alla maniera greca. […] Dall’alto di un praticabile, come da un’antica gelosia in ferro battuto, la classe nobile in guardinfante di plexiglas ruota stereotipamene come in un antico carillon ancien régime. Questa umanità umile che vive, scherza, lavora, si racconta più nei suoi tic che nelle sue passioni e desta alla lunga più noia e talora riso che simpatia e partecipazione. Uno spettacolo impagliato, irretito nelle sue stesse spire, nonostante l’innegabile talento della sua creatrice”.
(Lorenzo Tozzi, Quel profondo Sud rituale così contorto, così noioso, Il Tempo, 2 novembre 2000)

“Questa volta la sua consueta “operazione” di ponte tra un passato e un futuro virtuale è specialmente gustosa e leggibile: perché comincia con quattro “donne delle pulizie”, che entrano dalla platea, con il loro chiacchiericcio e la loro disinvolta confidenza con la terra, su cui vivono in ginocchio, un po’ come bestie a quattro gambe, strusciando e ondulando. Da lì, alla fantasia di un sesso improvviso ed estremo, il passo è breve. […] Il tutto – insieme agli episodi successivi di questo viaggio nell’anima antica della danza e della dona meridionale – è reso ancora più suggestivo e gradevole, nel lavoro della Borriello, dalle bellissime musiche di Giovanna Marini per un piccolo coro di quattro cantanti in scena, da quelle, solenni e inquietanti, per orchestra, di Checco Marini e Carlo Siliotto, e da quelle, destinate ai danzatori stessi, di Antonella Talamonti”.
(Vittoria Ottolenghi, Con Adriana Borriello la danza cerca le proprie radici tra le donne del Sud, Il Mattino, 3 novembre 2000)

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