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Alessandro Baricco

City reading project


Photo © Piero Tauro

 

Oggi tradotto in oltre venti lingue, prima di essere un libro di successo City è stato un esperimento editoriale innovativo, essendo il primo libro italiano lanciato solo su internet, con un forum aperto ai lettori: non contento, Baricco torna ora sulla sua opera per darle un respiro nuovo, per veicolarne le parole in una forma ulteriore. È da questa volontà che nasce City Reading Project, una lettura pubblica articolata in tre serate ed altrettanti momenti narrativi: Tre storie western, Il lascito testamentario del Prof. Mondrian Kilroy, Ring. La voce di Baricco viene affiancata da numerose e imprevedibili partecipazioni speciali, da Stefano Benni a un musicologo come Michele Dall’Ongaro, oltre ad un folto gruppo di giovani talenti del cinema e del teatro italiani: Alessandra Casali, Antonio Conte, Simone Gandolfo, Moira Grassi, Tatiana Lepore, Roberto Stocchi, Sara Valbusa. Un evento, realizzato dallo scrittore in collaborazione con Lorenza Codignola, Raffaella Giordano e Bernard Michel, che finisce dunque per collocarsi a metà tra il classico reading e uno spettacolo teatrale vero e proprio, sorretto dal decisivo contributo musicale di Giovanni Sollima, compositore e violoncellista palermitano, e del gruppo degli Air, duo francese che ha saputo unire in un’unica miscela sonora spunti dell’ambient, del pop e dell’elettronica.
In un’ambientazione suggestiva, dominata da impalcature possenti, luci dense, ed una musica capace di creare un forte tessuto connettivo (come fosse una tentacolare rete stradale), gli attori si alternano nel raccontare le storie di City, in una continua oscillazione fra prima persona e narrazione che lascia emergere paesaggi e vite urbane, pensieri e parole, come rubate da un libero vagabondare per la città.

TRE STORIE WESTERN
Caccia all’uomo
per tre voci e live music
Bird per voce registrata e live music
La puttana di Closingtown per due voci e live music
14, 15, 16 novembre

IL LASCITO TESTAMENTARIO DEL PROF. MONDRIAN KILROY
Saggio sull’onestà intellettuale
per voce sola
18, 19, 20 novembre

RING
Wizwondk
per tre voci
Vram per voce registrata e live music
Radio KKJ per due voci e live music
22, 23, 24 novembre

Ideazione Alessandro Baricco
Realizzazione Alessandro Baricco, Lorenza Codignola, Raffaella Giordano, Bernard Michel
Musica live Air (Nocolas Godin, Jean-Benôit Dunckel per Tre Storie Western), Giovanni Sollima (per Ring)
Costumi Beatrice Giannini

Interpreti Stefano Benni, Alessandra Casali, Antonio Conte, Michele Dall’Ongaro, Simone Gandolfo, Moira Grassi, Tatiana Lepore, Roberto Stocchi, Sara Valbusa

Produzione Romaeuropa Festival in collaborazione con Mondrian Kilroy Fund

 

CITY READING PROJECT
di Alessandro Baricco

City è un libro. È uscito in Italia nel 1999. È stato tradotto in ventidue lingue.
Tutti i libri sono, anche, suono. City è molti suoni. Suonano nella mente di chi legge.
Principale obbiettivo del Project: cercare una voce che suoni quei suoni, toglierli dal luogo astratto e muto della mente, consegnarli a un luogo fisico e all’ascolto reale di un pubblico.
Leggere è innanzitutto far suonare il suono di un libro.
Principale obbiettivo del Project: leggere City.

Quando si fa uscire un testo letterario dalla suo spazio elettivo (la mente di chi legge) lo si libera, per così dire, in campo aperto. Lì il testo diventa suono fisico ma anche viene tentato dal diventare movimento nello spazio, luce, scena, gesto attoriale. Nei confronti di simili metamorfosi, che spingono ovviamente in direzione del teatro, il Project adotta una regola: non fare nulla di più di ciò che è necessario per far accadere il testo. Ma anche niente di meno. Bisogna aspettare che il testo accada, e lì fermarsi. Questa forma di esattezza è ciò che nel Project viene chiamata: lèggere.

(Va da sé che leggere non è recitare.)

(Va da sé che leggere in un teatro, davanti a un pubblico, non può essere un gesto anemico, penitenziale o cervellotico. È uno spettacolo. È il testo che diventa spettacolo. Bisogna usare tutta la forza data dal luogo-teatro, e tutta l’intensità generata dal rapporto live con il pubblico.)

City è un libro con una struttura piuttosto complessa, in cui le storie si intrecciano e si sovrappongono in modo praticamente inestricabile. City Reading Project non ne è una lettura integrale. Si articola in tre serate, dedicate a tre storie diverse contenute nel libro: la storia western, le lezioni del prof. Mondrian Kilroy, la carriera del pugile Larry Gorman. Ogni singola serata non ricostruisce l’intera storia così come è contenuta dal libro, ma si limita a mettere in sequenza tre spezzoni del testo, come tre movimenti di un’unica composizione musicale. Un programma di sala aiuterà il pubblico a ricostruire il profilo completo delle storie.
Va aggiunto che il testo è per lo più usato nella sua versione originale. Tagli e adattamenti vari sono stati apportati solo dove apparivano inevitabili.

Di volta in volta, le tecniche con cui si legge il testo cambiano. Si può dire che ogni singolo movimento realizzi una diversa idea di “Lettura”. In questa ricerca, l’uso di scene, luci, musica (registrata e live), movimenti scenici, costumi, ed effetti sonori rappresenta un’eventualità a cui si ricorre secondo necessità. Non c’è una regola, non c’è una formula buona per tutti i movimenti.
È un ricercare.

La stessa tecnica di lettura può variare tra estremi molto lontani: dal lettore non professionale che legge con il libro sotto agli occhi, all’attore che pronuncia il testo a memoria aiutandosi con dei movimenti scenici.
Tutte le voci sono amplificate.

La durata delle serate varia da 50 a 100 minuti

 

Rassegna stampa

“Il testo viene rispettato alla lettera, con l’unica variante che, mentre nel libro le storie con i loro personaggi si intersecano, come le strade nei quartieri di una città, snocciolate nell’evoluzione del romanzo dall’inizio alla fine, nello spettacolo l’autore le contrae, restituendole compiute in se stesse in uno sviluppo più breve. Un progetto che vuole essere evento, ma che nulla ha a che fare con uno spettacolo teatrale, e forse non vuole esserlo. Proprio Baricco non ha voluto attori di teatro: e infatti coloro che sono in palcoscenico si limitano a “dire” il testo, senza interpretarlo, fermi, immobili nell’impercettibilità di pochi gesti. E le reazioni in sala sono le più disparate. Ancora una volta Baricco crea clamorosi contrasti: c’è chi si addormenta in poltrona, chi ascolta rapido e attento, chi mostra il suo dissenso esplicitandolo a voce alta con un “che sonno!”, oppure abbandonando la poltrona. Ma alla fine gli applausi scrosciano puntuali: un altro trionfo, Baricco ha fatto centro un’altra volta”.
(Emilia Costantini, Fermi e che nessuno si muova: c’era una volta il Baricco-West, Corriere della Sera, 16 novembre 2002)

“[Baricco, ndr] ha fatto uno spettacolo che piacesse al pubblico – ma davvero, non solo per quel feroce virus che è il bisogno di sentirsi intelligenti. È stato didascalico quel che serve a far arrivare un gesto dal palco all’ultima fila della platea, ha tirato le fila dei dialoghi apparentemente inconcludenti come sapeva fare solo Jerry Seinfeld, ha messo in scena uno spot azzecatissimo, se questi sono i suoi libri, vado immediatamente ad acquistarli in blocco all’apposito banchetto qua fuori. Però neanche aveva cominciato che quelli già ridevano. Intellettuali, gente che non si accontenta di ridere a tempo: vuole ridere un attimo prima del vicino”.
(Guia Soncini, Bariccobaldo Show, Il Foglio, 22 novembre 2002)

“Quando si rischia così tanto, quando si ha la presunzione di intrattenere una platea con una scena statica e senza azione, bisogna investire in grandi talenti che sappiano narrare una semplice storia. Sperimentare va bene, ma sperimentare con attori carenti nella dizione, nell’espressività, che non riescono a coinvolgere perché privi di slanci vocali ed espressivi, non va bene e per questo, non si meravigli l’asso Baricco, se la platea si muove, si agita, sbadiglia e si alza continuamente regalandogli solo uno scrosciante applauso finale apologetico ma privo di reale apprezzamento”.
(Carla Rinaldi, Com’è noiosa la “City” di Alessandro Baricco, Avanti!, 21 novembre 2002)

 

IL MIO TEATRO È RACCONTO DI STORIE
di Alessandro Baricco

Adesso gli amici mi incontrano e mi dicono “Cos’è questa storia che fai una regia teatrale?”. Ma in realtà non è proprio così. Cioè, non è affatto così. Provo a spiegare.
Intanto è un reading. Uso la parola inglese perché quel gesto lì (un autore che legge i propri libri in pubblico) continua a essere un gesto soprattutto anglosassone. Da noi usa meno. Dunque, un reading. E per la precisione un reading di alcune pagine di City. Mentre scrivevo quel libro pensavo spesso che leggerlo a voce alta sarebbe stato l’ideale. Così quando il Romaeuropa Festival mi ha offerto uno spazio per fare “ciò che volevo”, prima mi son venuti in mente un paio di progetti deliranti, poi ho pensato che era l’occasione buona per leggere a voce alta il western di City, e magari anche qualcosa della storia di boxe, e se me lo lasciavano fare un paio di lezioni del prof. Mondrian Kilroy. E lì la cosa ha cominciato a complicarsi.

Dopo cinque anni di Totem in giro per teatri italiani, io la mia idea di cosa debba essere leggere a voce alta e in pubblico me la son fatta. E la riassumerei così: non c’entra niente con il recitare un testo, ha molto a che fare con il raccontare una storia. E poi: non è teatro ma può usare alcune armi del teatro (luci, suoni, spazi, movimento). In un certo senso ho ereditato dall’esperienza di Totem un’idea allargata del concetto di reading: qualcosa che sta prima del teatro ma al di là del semplice aprire un libro e leggere. Non che io sappia esattamente di cosa sto parlando: è giusto l’intuizione di uno spazio che ho scoperto facendo Totem e che rimane ancora da esplorare. Il lavoro che farò per il festival Romaeuropa è per me proprio questo: andare a vedere cosa c’è laggiù. Magari non troverò niente. Magari verrà fuori qualcosa di emozionante. È una cosa un po’ a rischio. Per cui andava fatta.

In pratica, sul palcoscenico ci saliranno altre voci (la mia ci sale solo una sera), alcune di attori, altre di non-attori. A loro chiederò di leggere, e, per favore, di non recitare (si può chiedere a un attore di non fare l’attore? Vedremo). Tanto per facilitarmi le cose ho fatto un casting per trovare qualcuno che fosse abbastanza selvaggio o bravo da suonare la propria voce in un modo già un po’ vicino a quello che ho in mente io. E per fortuna mi sembra di averli trovati. È un po’ dura convincerli che un intero teatro può rimanere senza fiato davanti a uno che si limita a leggere: ma fanno finta di credermi. Per aiutarmi a lavorare con loro ho chiamato Lorenza Codignola, lei sì regista vera e propria. È abituata a lavorare con i cantanti d’Opera: di anomalie se ne intende.

Poi ho scelto la musica. Nel senso che porterò dei musicisti a suonare sul palco, insieme alle voci. Ho scelto gli Air perché sono andato a un loro concerto, a Milano, e son rimasto secco. C’era, dentro quella musica, un’idea di tempo che mi sembrava vicinissima al tempo, anomalo, della lettura ad alta voce. Tutto il resto c’entrava meno, a cominciare dal numero di decibel che mi stava aggredendo, ma se il tempo è lo stesso il più è fatto. E così verranno anche loro. E poi ho scelto Giovanni Sollima perché avevo ascoltato alcune cose sue in cui musica e voce recitante erano fuse insieme in un modo che mi sembrava geniale. E poi è uno che costruisce emozioni. Non sta lì a far arabeschi di intelligenza per scienziati dei suoni. Fa musica, nel senso più completo. Per cui sono felice che, nel gruppo, ci sia anche lui.

Poi c’è la faccenda del movimento. Va be’ che quelle voci sono soprattutto strumenti che suonano parole, ma alla fine sono anche persone fisicamente presenti lì sul palco, e pensarle impalate come statue non è bello. Per cui il problema è studiare un’idea di movimento, per loro. Dato che in quel genere di cose non ho il minimo talento, ho chiesto di lavorare con me a Raffaella Giordano, che è ballerina e coreografa. Con questo non voglio dire che quelle voci, là sopra, balleranno. Lo escludo. Ma cercheremo di individuare per loro un modo di essere fisicamente là sopra che c’entri qualcosa con il gesto che stanno facendo.

Dato che a tutto questo va aggiunto l’uso delle luci e la presenza di un impianto scenografico, la gente, giustamente, si chiederà che differenza c’è, allora, con il teatro vero e proprio. Ecco una domanda di cui conosco la risposta senza essere in grado di pronunciarla. Mi sa che in casi come questi le parole contano poco: meglio fare le cose e la gente capirà. O non capirà e allora hai sbagliato. Si vedrà. Non è una situazione diversa da quella che, ricordo, ha accompagnato la nascita di Totem: Vacis, Tarasco e io sapevamo cosa stavamo per fare, ma non riuscivamo bene a spiegarlo agli altri. Adesso posso dire che la gente ha capito. Non so perché, ma mi viene da pensare che anche questa volta succederà la stessa cosa.

 

TUTTO QUELLO CHE HO DA DIRE SU CITY
di Alessandro Baricco

Intanto, il titolo. Il mio ultimo libro l’ho intitolato City. Mi rendo conto che non è una grande idea per uno che, il libro precedente, l’ha intitolato Seta. Immagino che adesso mi toccherà scrivere Sete (pensavo alla storia di una cittadina, nell’Idaho, dove una mattina tutti si svegliano e il fiume si è seccato, la Coca Cola è finita, i radiatori delle macchine sono vuoti, i bambini piangono senza lacrime, le vaschette dei cessi sono  a secco e così via. Fatti i conti, l’unica cosa che rimane, liquida e bevibile, in tutta la città, è roba alcoolica. E tutti lì, con una sete pazzesca. Il finale però non mi è venuto ancora in mente). Insomma, non è stata una grande idea. Però ci tenevo, a City, perché dice cosa questo libro è sempre stato, nella mia testa. Una città. Non una città precisa. L’impronta di una città qualsiasi, piuttosto. Il suo scheletro. Pensavo alle storie che avevo in mente come a dei quartieri. E immaginavo personaggi che erano strade, e alle volte iniziavano e morivano in un quartiere, altre attraversavano la città intera, infilzando quartieri e mondi che non c’entravano niente uno con l’altro e che pure erano la stessa città. City.

Pensavo a quando vai in una città, e poi quando torni ti chiedono se l’hai vista, quella città, e tu dici di sì, ma è evidente che non l’hai vista, veramente, ne hai viste porzioni irregolari e casuali, ma dici che sì, l’hai vista. City. Volevo scrivere un libro che si muovesse come uno che si perde in una città. Poi, tornato a casa, gli chiedevano cosa aveva visto. Ho visto City.
L’ho scritto – il libro – e poi l’ho intitolato City. Mi sembrava la cosa giusta da fare.
I personaggi – le strade – sono tanti. C’è un barbiere che il giovedì taglia i capelli gratis, uno che è un gigante, un altro che è muto. C’è un ragazzino che si chiama Gould, e una ragazza che si chiama Shatzy Shell (niente a che vedere con quello della benzina). Ci sono dei professori, della gente che gioca a calcio, un bambino nero che tira a canestro e ci becca sempre, e c’è anche un generale dell’esercito. Gente. Strade. Si prendono le strade e si va.

Per la prima volta, ho fatto questa cosa strana di raccontare storie che accadono ai giorni nostri, e non in qualche immaginario passato. Me l’ero promesso. Così l’ho fatto. Mi son messo di impegno: per dire: il libro inizia con una telefonata. Roba moderna.
Ci sono anche televisori, automobili, pullman, e, a un certo punto, una roulotte. Volevo anche mettere uno che mandava un fax, ma non mi è riuscito. La prossima volta. Comunque, dato che i vizi sono difficili da abbandonare, in City ci sono anche due quartieri, piuttosto grandi, spostati un po’ indietro nel tempo. C’è una storia di boxe, e c’è un western. Già. Il western è una cosa a cui pensavo da anni. Mi chiedevo se era possibile scrivere un western, nel senso di farne un libro e non un film. Stavo sempre lì a immaginarmi come diavolo uno poteva fare a scrivere la sparatoria finale. Scriverla bene, voglio dire, che proprio te la sentivi addosso, e te la bevevi tutta in apnea. Prima o poi dovevo provarci. L’ho fatto, e mi son divertito molto. Se non avessi da scrivere Sete, credo che non scriverei altro che western, adesso. Quanto alla boxe, quello è un mondo pazzesco, bellissimo.
Se solo sei uno che scrive, non puoi veramente guardarlo senza sentirti salire una voglia bestiale di provare a scrivere quello che stai guardando. Hai un bel dirti che l’ha già fatto Jack London. Prima o poi ci caschi. Meglio prima, mi son detto. E anche lì mi son divertito molto. Faticoso, ma sai che giostra, per la fantasia.

Ancora una cosa vorrei dire. Dato che uno dei personaggi (il ragazzino che si chiama Gould) va all’Università, ogni tanto, in City, compaiono dei professori che, secondo una certa logica, fanno lezione. Ce n’è uno che si chiama Mondrian Kilroy. È quello che mi piace di più. È lui che, a un certo punto, si mette a scrivere un Saggio, e come argomento sceglie: l’onestà intellettuale. Io ci sto spesso a pensare, a quella faccenda, a cosa significhi essere onesti se sei un intellettuale. È una storia complicata. Non sono mai riuscito a capirci molto. Però so che tutto passa da lì, che è lì che si decide quanto facciamo schifo, o quanto, invece, riusciamo a essere uomini giusti. Così ho preso Mondrian Kilroy e gli ho fatto scrivere quel Saggio: mi sembrava un tipo abbastanza ingenuo, e pulito, per poterlo fare. A leggerlo sembra una denuncia dei vizi altrui, ma non è solo quello: è anche un’autodenuncia, e un modo di guardarmi allo specchio. Non è che quello che si vede sia una meraviglia. Ma chiudere gli occhi, quello non mi va di farlo. Così quelle pagine le ho scritte e poi non le ho tolte.

Il prof. Mondrian Kilroy ci ha messo una breve nota, alla fine. Dice: “Un’altra vita, saremo onesti. Saremo capaci di tacere”. Non ho ancora capito bene in che modo, ma essere capaci di silenzio è una cosa che c’entra molto con l’essere onesti, se fai un mestiere come il mio. Forse perfino la capacità di essere assenti. Così, se solo vi capiterà di leggerle, quelle pagine, potrete forse capire perché tutto quello che avevo da dire, su City, l’ho scritto qui, e da adesso me ne starò in silenzio. Già con gli altri libri mi è sempre sembrata una cosa vagamente disonesta parlare in pubblico di ciò che avevo scritto. Con questo, proprio non mi riuscirebbe di farlo. Il prof. Mondrian Kilroy non me lo perdonerebbe mai. Per cui niente interviste o presentazioni o dibattiti. Giusto queste righe, posate in questo posto che quasi non esiste – dedicate a chi le troverà.
Quanto a sparire del tutto, l’ho detto, al prof. Mondrian Kilroy: non sono abbastanza onesto – o forte – per farlo. Mi spiace.
Un’altra volta, magari.

(all’interno de il sito ufficiale di City. Gruppo Rcs – Rizzoli Corriere della Sera)