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White Oak Dance Project

White Oak Dance Project


 

Punto di riferimento imprescindibile della modern dance americana, il White Oak Dance Project è stato fondato nel 1990 da Mikhail Baryshnikov con l’obiettivo di creare uno spazio privilegiato in cui potessero incontrarsi grandi ballerini e grandi coreografi, maestri riconosciuti e giovani emergenti. Lo spettacolo portato al Romaeuropa Festival, che il ballerino di origine russa annuncia essere addirittura l’ultimo della sua carriera di interprete, è perfettamente esemplare dello spirito della compagnia, del suo oscillare tra tradizione e innovazione: a inaugurare il programma è lo stesso Baryshnikov con l’assolo Largo, firmato nel 2001 da Lucinda Childs e costruito sulla musica di Arcangelo Corelli, a cui segue Trio A pressured #3, rilettura di un classico di Yvonne Rainer che vede invece sul palco l’intero balletto del White Oak Dance Project. La parte restante della serata è invece dedicata per intero a una novità, The Show (Achilles Heels), lavoro del giovane Richard Move che ha debuttato a Princeton in giugno e arriva al Romaeuropa Festival in prima italiana: umorismo, ironia e straniamento, sono i tratti di questa rilettura “en travesti” del mito di Achille, che Baryshnikov interpreta, traghettandola ai nostri giorni, con il coraggio di chi sa ancora e sempre rinnovarsi e mettersi in gioco.

Produzione Baryshnikov Productions

LARGO (2001)
Coreografia
Lucinda Childs
Musica Arcangelo Corelli (Concerto Grosso Op. 6)
Luci Les Dickert
Danzatore Mikhail Baryshnikov
Durata 4 minuti

TRIO A PRESSURED #3 (1966)
Coreografia
Yvonne Rainer
Musica The Chambers Brothers (In the Midnight Hour)
Luci Jennifer Tipton
Assistente alla coreografia Pat Catterson
Danzatori Raquel Aedo, Miguel Anaya, Mikhail Baryshnikov, Zane Booker, Emily Coates, Katherine Crockett, Jennifer Howard, Roger C. Jeffrey, Sonja Kostich, Rosalynde LeBlanc
Durata 15 minuti

THE SHOW (ACHILLES HEELS) (2002)
Ideazione e regia
Richard Move
Musica Arto Lindsay (con Deborah Harry, Blondie, Melvin Gibbs e Steve Barber)
Violini Sandy Park
Effetti Alan Licht, Dougie Bowne
Arte scenica Nicole Eisenman
Costumi Pilar Limosner
Luci Les Dickert
Attrezzista Gia Grosso
Direttore tecnico Christopher Buckley
Danzatori Raquel Aedo, Miguel Anaya, Mikhail Baryshnikov, Zane Booker, Emily Coates, Katherine Crockett, Jennifer Howard, Roger C. Jeffrey, Sonja Kostich, Rosalynde LeBlanc
Interpreti (voci) Mikhail Baryshnikov (voce di Achille), Deborah Harry (voce di Atena)
Durata 61 minuti

 

L’ARTE DEL RIFIUTO
Susan Sontag descrive il lavoro di Lucinda Childs, coreografa e danzatrice, come l’arte del rifiuto, “il rifiuto dello humor, dell’autoironia, del culto della personalità e del civettare con il pubblico”. Questi rifiuti estetici sono presenti sin dall’inizio quando, nel 1963, a New York Lucinda Childs dà origine insieme ad altri colleghi alla Judson Dance Theater. In relazione ai principi perseguiti nel periodo della Judson, Childs ha scritto che “niente è necessariamente estraneo alla danza, compresa la possibile influenza esercitata su danzatori professionisti dal movimento dei non professionisti”. Al lavoro di rottura con la Judson Dance Theater – che porta sulla scena oggetti del quotidiano e movimenti di tutti giorni insieme a principi formali di tempo e spazio – segue, nel 1973, la creazione di una sua compagnia e la collaborazione con Robert Wilson e Philip Glass per l’opera Einstein on the beach. Da questo momento Childs collabora con numerosi compositori e designers quali Sol LeWitt, Frank Gehry e John Adams per una serie di produzioni.

Il suo stile è stato descritto come un insieme non forzato di “struttura rigorosa e movimenti coreografici ripetuti” che imprigionano “il potere di una danza precisa e semplice”. Inoltre il suo lavoro, austero, si è sempre colorato di una gamma di profonda teatralità: in una recente intervista al New York Times Childs ha parlato a Gia Kourlas dell’influenza che il teatro ha avuto sulle sue creazioni. “Volevo diventare una attrice prima di cominciare a danzare. Appena potevo, mentre ero a New York, andavo a vedere i meravigliosi spettacoli di Broadway. Quello che mi affascinava era come gli attori interpretavano i propri ruoli riuscendo a convincerci senza alcuno sforzo. Ritrovo questa qualità nei ballerini con i quali lavoro: essi possiedono la gioia della concentrazione”.

La teatralità, l’austerità, la bellezza – mescolandosi e ripresentandosi ogni volta in una nuova coreografia ricca di suggestioni, di rigore e di ricerca – sono i caratteri ed i principi che vivono in ogni creazione di Lucinda Childs.

 

THE BACK-STORY OF ACHILLES
di Richard Move

Secondo la leggenda greca, la dea Teti era così incantevole che sia Zeus che Poseidone erano in competizione per la sua mano. Quando si seppe che il figlio nato dall’unione con la dea sarebbe stato più forte del padre, venne scelto il mortale Peleo come marito.
Gli dei da sempre entusiasti di divertirsi con la vita dei mortali, dovettero essere molto felici della profezia: il figlio di questa unione, Achille di Tessaglia, sarebbe morto in battaglia e così non sarebbe stato in nessun modo una minaccia alla loro onnipotenza.
Teti, infelice per il suo matrimonio, cercò di rendere invulnerabile Achille immergendolo nel fiume Stige. Non fu sufficientemente attenta però e non si accorse che il tallone da cui teneva il bambino non era immerso nelle acque. Questo tallone vulnerabile sarebbe stato il punto in cui i troiani avrebbero conficcato la freccia omicida.

Vennero poi ad essere rivelati i dettagli del destino di Achille: i greci non avrebbero potuto conquistare Troia senza di lui. Elena di Troia, che era un pretesto, una vittima del destino, ma comunque la causa di tutto, avrebbe condotto alla Guerra di Troia e poi alla morte di Achille. Teti continua a fare di tutto per allontanare il tragico destino del figlio, compreso travestirlo da donna e mandarlo a vivere sull’isola di Sciro: il travestimento non era un espediente difficile perché Achille, il più bello fra tutti gli eroi, era imberbe.
I belligeranti guerrieri greci, eccitati dall’idea di una guerra e sapendo che Achille li avrebbe condotti alla vittoria, lo scoprirono, con un trucco, fra le donne. L’eroe lasciò l’isola consapevole della scelta che il destino gli aveva posto: morire nell’assedio di Troia e godere di una gloria senza tempo oppure ritirarsi vergognosamente e vivere fino a tarda età.

Dopo aver deciso di guidare i greci, Achille spesso rimaneva nella retroguardia durante numerose battaglie, pensoso, rifiutandosi di combattere, esitando, per evitare ciò che lo avrebbe portato all’inevitabile morte. Adduceva le continue dispute e liti con i condottieri greci (in particolare Menelao e Agamennone) come motivo del suo rifiuto di combattere “per uomini che lo avevano disonorato”. Ma neppure la pretesa di difendere il proprio onore fra i guerrieri greci avrebbe potuto allontanare il suo destino.
Quando Achille venne a sapere della morte del suo amato Patroclo per mano dei troiani, fu sconvolto dalla perdita e deciso all’azione. Achille ferito da un lutto così doloroso da far temere per la sua vita, per vendicare la morte di Patroclo, guidò i greci nella battaglia con furia e coraggio.
“Ucciderò gli assassini di colui che ho amato e poi accetterà la morte quando arriverà”: raggiunse così un posto nel pantheon degli eroi greci. Il corpo di Achille venne bruciato ed i suoi resti furono posti nella stessa urna che conservava quelli dell’amato Patroclo: questo atto nella cultura greca indica il più grande affetto.

The Show (Achilles Heels) è una interpretazione teatrale del personaggio di Achille ambientata nei nostri giorni. È una illustrazione di alcuni aspetti della sua storia che più mi hanno interessato. In particolare, l’amore per la lealtà e la dualità della vita privata del grande eroe guerriero. La sua vicenda è ambientata nello strano contesto della storia di Elena, figura essenzialmente innocente, la cui unica colpa era quella di essere straordinariamente bella: un pegno e una scusa per la guerra

 

INTERVISTA A MIKHAIL BARYSHNIKOV
di Alessandra Farkas

Il suo è un Achille molto “contemporaneo”?
Anche molto intrigante. Il pubblico quando pensa ad Achille si ricorda solo della vulnerabilità del tallone, ma l’eroe ha una dimensione più complessa. Questo “Tallone di Achille” mette a nudo il contrasto tra vita pubblica e privata dei leader. È ambientato nella New York anni ’80 di Studio 54, con la colonna sonora stile “disco music” di Deborah Harry e Arto Lindsay. Noi interpreti indossiamo calzoni, stivali e top di paillettes. C’è persino un quiz televisivo, cui Achille partecipa.

Come è cominciata la sua collaborazione con Richard Move?
L’avevo visto a Firenze, come ballerino di Karole Armitage. Ci incontrammo più tardi quando mi invitò a partecipare al suo spettacolo su Martha Graham al club “Mother” di New York. Mi colpì la drammaticità delle sue opere. Così gli ho commissionato una pièce per la mia compagnia di danza White Oak Dance Project. Gli ho dato carta bianca, tranne un’unica indicazione: scrivere un pezzo quasi teatrale.

Qual è il messaggio della pièce?
I temi sono tanti: l’ironia della vita, la vanità, l’insicurezza del potere, l’amore. Abbiamo fatto una grande ricerca sulla relazione omosessuale fra Achille e Patroclo. Il mito non chiarisce la natura del loro rapporto, ma qui sono una coppia decisamente gay. Ci siamo ispirati a un affresco di Achille che benda Patroclo ferito. I due sono nudi e la tensione dei loro sguardi non lascia dubbi.

Perché un eterosessuale dalla fama di playboy come lei si cimenta con questo tema?
Il contrasto tra l’etica del leader, gay o non gay, e la sua vanità di uomo è ciò che mi interessava di più. Richard Move difende la privacy dell’uomo che occupa un pubblico ufficio perché ciò che fa dietro porte chiuse non è affare di nessuno. Il suo Achille è un’allegoria di Bill Clinton.

Perché è passato dalla danza classica all’avanguardia?
Ero il leader di una compagnia di danza classica e non mi sentivo soddisfatto. Ero costantemente calamitato verso la danza contemporanea, moderna e postmoderna. “La vita è troppo breve”, mi sono detto, “voglio interpretare brani che esprimono la sensibilità dei nostri tempi”. Una volta effettuato il salto, tutto è diventato all’improvviso più stimolante. Ho lavorato con Mark Morris, Merce Cunningham, Trisha Brown, Martha Graham, Paul Taylor e tanti altri giovani postmoderni che fanno avanguardia per l’Off Off Broadway. Oggi mi sento parte del loro movimento.

Tornerà a fare cinema?
No. Non sono un attore e non mi sento a mio agio di fronte alla macchina da presa. Però non mi dispiacerebbe il teatro contemporaneo. Qualche anno fa con Berkoff ho recitato a Broadway La metamorfosi di Kafka, già messa in scena a Parigi da Polanski: un’esperienza soddisfacente quanto la danza. A Hollywood andrei solo per girare un documentario.

Qual è la sua coreografia preferita?
Da quando effettuai il salto, 12 anni fa, ho una regola: presentare sempre un pezzo nuovo. Qualcuno è stato di successo, qualche altro meno. Quest’anno ne ho quattro e per me sono tutti come figli. Ci vogliono molti sforzi, bisogna dedicare così tanta energia che è impossibile negare il medesimo affetto a uno di loro senza rischiare di rovinarli. Nel momento in cui li metti in dubbio, il tuo corpo lavora contro la rappresentazione. “Il corpo non sa mentire”, diceva Martha Graham. La preparazione di un balletto parte dalla mente.
[…]

(in, “Il mio Achille, un eroe ispirato a Clinton”, Corriere della Sera, 18 giugno 2002)

 

Rassegna stampa

“Torna Mikhail Baryshnikov e il successo è grande. Il più divo tra i divi della danza è giunto al Teatro Argentina, per il festival Romaeuropa, in una “prima” festeggiata e stracolma (e dal 25 ottobre al 4 novembre sarà al Regio di Torino). Al centro del suo White Oak Dance Project, la star ha offerto uno spettacolo agile e gustoso, sorretto dal suo carisma. Dopo due pezzi “seri” e astratti (di Lucinda Childs e della newyorkese Yvonne Rainer), l’attrazione della serata è The Show (Achille Heels), di Richard Move , un giovane, eccentrico coreografo, noto per le sue mirabolanti satire di Martha Graham. Per “Misha” ha costruito un lungo pezzo d’impianto teatrale, che rilegge il mito di Achille in chiave di metafora dell’uomo di potere e ambientato nei nostri giorni televisivi e chiassosi. A più riprese infatti nel racconto s’introduce un “reality game show” che fa il verso ai più volgari quiz tivù. […] La frenesia satirica, le provocazioni gay, la simbologia volutamente kitsch, fluiscono in un gioco libero e spassoso, che non esclude citazioni e aperture in una danza intensa e solare. Su tutto spira un’aria “Downtown New York”, catturante e alla moda: nelle scenografie di follia neo-espressionista (Nicole Eisenman), nei costumi grecizzanti con glamour (Pilar Limosner) e nella musica di Arto Lindsay che alterna l’elettronica e il rock alle seduzioni vocali di Deborah Harry e di Blondie”.
(Leonetta Bentivoglio, Achille tra mito e satira per il divo Baryshnikov, la Repubblica, 7 ottobre 2002)

“Che dire? Vizi privati e pubbliche virtù di un uomo di potere? Troia come l’Irak, Paride come Saddam, Agamennone come Bush? Di sicuro è un compendio di cultura pop americana, un collage molto teatrale che mescola stile alto e basso, il tanto atteso The Show (Achilles Heels), l’ultimo spettacolo che vede protagonista il grande ballerino Mikhail Baryshnikov con il White Oak Dance Project […]. Oggi tocca a Richard Move, drag queen intellettuale, spilungone dai capelli ossigenati che ha tra i suoi numeri di maggior successo una imitazione di Martha Graham. Uno che crea spettacolo attingendo alla cultura visiva e gestuale dell’America di fine secolo. Che piaccia o no (in sala accanto ad applausi scroscianti s’è visto qualche naso arricciato, qualche fuga prima che si accendessero le luci) The Show è questo. È divertente e, coerentemente con le proprie scelte, Baryshnikov non poteva evitarlo. Anche se in certi momenti il suo tipo di ironia tutta sottotono va contro questo Achille che si vorrebbe più oltraggioso, volgare e spaccone”.
(Sergio Trombetta, Achille sceglie la morte e vince il quiz televisivo, La Stampa, 6 ottobre 2002)

“Nonostante i fondali surrealisti di “arte scenica” di Nicole Eisenman e il ricorso alle musiche originali di Arto Lindsy e di Blondie, Achilles Heels anticipa i tempi di Baryshnikov e sembra già un “piccolo” lavoro. Un divertissement, semmai, da infilare nella ricca carriera di un ballerino che non ha più molta voglia di dire qualcosa e soprattutto di danzare. Nella sua ansia di perfezione che lo ha fatto uscire precocemente dal repertorio classico, Mikhail va assottigliando sempre più le sue apparizioni. Pochi passi, meglio se minimali e arrivederci. Un po’ poco per restare nel mito. Né di maggior nota è la compagnia, vagamente anonima, scelta forse per dare spicco al divo Baryshnikov. Quanto alla scelta di recuperare e diffondere il repertorio della post-modern dance, nulla da eccepire, ma anche qui il rischio di finire sottotraccia è forte. Quattro minuti di assolo per il Largo di Lucinda Childs, francamente non memorabili, e la ripresa del Trio a pressured #3 di Yvonne Rainer ha un sapore museale buono per gli addetti ai lavori più che al grande pubblico che ancora accorre ad acclamare il ballerino russo-americano”.
(Rossella Battisti, Baryshnikov, passi nella noia. Molto meglio Nijinskij, l’Unità, 9 ottobre 2002)

“Povero Achille. L’eroe greco, il protagonista dei fatti più clamorosi della guerra di Troia, entra nel balletto moderno grazie a un giovane coreografo americano, Richard Move, e viene scagliato nel mondo di oggi. Il balletto s’intitola The show (Il tallone d’Achille) ed è proposto da Mikhail Baryshnikov e dal suo White Oak Dance Project per Romaeuropa. Al teatro Argentina c’era il pubblico delle grandi occasioni: mancava solo l’entusiasmo. […] In questa totale dissacrazione del mito, Baryshnikov fa anche controvoglia il verso alle grandi signore del balletto anni Venti e Trenta; ogni tanto riemerge però la sua grande classe – non dimentichiamo che è stato il rivale di Nureyev – e questo salva in parte uno dei più brutti e inutili balletti della nostra epoca. C’erano anche delle parti recitate, con la parodia di un coro formato da tre ragazze. I costumi sono da tabarin, due paraventi allusivi (judo e pop-art?) fanno da scena, le luci sono sempre ben fatte, la compagnia è discreta con qualche eccezione di bravura fra i ballerini […].
La prima parte dello spettacolo ha ricevuto solo modesti consensi di cortesia. Largo, musica di Corelli, coreografia di Lucinda Childs è un brevissimo assolo in grigio che Baryshnikov tenta invano di illuminare. Trio di Yvonne Rainer è un breve lavoro che per metà è danzato sul silenzio e per metà su un tema dei Chambers Brothers. Creato nel 1966 con l’ironia del tempo e qualche anticipazione post-moderna, Trio è però ora solo un reperto mummificato”.
(Mario Pasi, Purtroppo anche il grande Baryshnikov ha il suo tallone d’Achille, Corriere della Sera, 5 ottobre 2002)

“A che serve il banale assolo iniziale per Baryshnikov – solenne, minimale, ripetitivo – della solita Lucinda Childs (Largo, su musica di Arcangelo Corelli)? Serve solo a farci dire: “Mah! Speriamo bene nel secondo pezzo”. Invece, zac!, ecco un’altra “bufala”: Trio A pressured #3 (qualsiasi cosa voglia dire), in gran parte senza musica, eppoi con orrido “pop” dei Chambers Brothers, su una coreografia di Yvonne Rainer del 1966, per così dire astratta. In realtà, è semplicemente senza senso e senza emozioni, danzata dall’intera compagnia in abiti cenciosi e con uno strato erto di polvere su tutto e tutti. Poi, dopo un imbarazzante intervallo, ecco la vera e insultante stangata della mesta serata: un coreografo di nome Richard Move, con un balletto di quest’anno – The Show (Achilles Heels) – osa porsi come allegra, spregiudicata rivisitazione parlata, mimata e danzata, in chiave comico-tragica, della guerra di Troia e del personaggio di Achille”.
(Vittoria Ottolenghi, Baryshnikov e la guerra di Troia, Il Mattino, 7 ottobre 2002)

 

TRIO A PRESSURED #3

In origine, nel gennaio del 1966, Trio era una danza di quattro minuti e mezzo interpretata – simultaneamente, ma non all’unisono – da David Gordon, Steve Paxton, e Yvonne Rainer alla Judson Church con il titolo di The Mind is a Muscle, Part 1. Da allora Trio A continua la sua evoluzione attraverso molte interpretazioni. Nel 1967 Rainer la ripropone come assolo con il titolo di Convalescent dance (Angry Arts Week, Hunter Paluhouse). Al Connecticut College American Dance Festival del 1969, cinquanta studenti la danzano per più di una ora in un grande studio aperto ad un pubblico libero di aggirarsi tra altri eventi ospitati nello stesso stabile. Nel 1970 presso la Judson Church, durante l’apertura del People’s Flag Show, Rainer e altri danzatori del Grand Union – Lincoln Scott, Steve Paxton, David Gordon, Nancy Green e Barbara Dilley – reinterpretano la coreografia, nudi, vestiti solo di una bandiera americana avvolta attorno al collo. Nel 1972 Steve Paxton propone una nuova versione di un’ora di Trio A all’Attico Gallery a Roma. Nel 1979 il programma Dance in America della PBS ne produce una versione con Sarah Rudner della Twyla Tharp Co., Bart Cook della New York City Ballet e Frank Conversano, un ballerino non professionista. Più di recente, il 4 ottobre del 1999, una versione in quattro parti, Trio A pressured, è stato interpretata da Colin Beatty, Pat Catterson, Douglas Dunn, Steve Paxton e Yvonne Rainer alla Judson Church. L’attuale versione “sotto pressione” – per la sua età, per la percezione degli spettatori? – è stata adattata per sette danzatori del White Oak Dance Project.

 

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