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Sonarsound a Roma


Photo © Piero Tauro

Un ringraziamento particolare al The British Council e al Goethe-Institut Inter Nationes Rom
Il SonarSound del 29 e 30 novembre a Roma propone un percorso nel panorama dell’eclettico ed articolato universo sonoro denominato “musiche elettroniche”. Oggi questa definizione indica e comprende artisti e pratiche musicali molto diverse, testimoni della varietà di stili, estetiche, tecniche, metodologie e finalità che percorrono quel territorio della musica attuale definito come “avanzato” e che include nuova sperimentazione, post-rock elettronico, house, musica concreta, techno e sue derivazioni, bip-hop e ritmi consimili, micro suoni minimalisti ed altro ancora.
Di questo universo musicale da dieci anni il festival Sónar di Barcellona rappresenta un autorevole riferimento. Ogni anno oltre 120 concerti si svolgono a Barcellona nell’arco di tre giorni: negli spazi del CCCB (Centro di Cultura Contemporanea di Barcellona) e del MACBA (Museo di Arte Contemporanea di Barcellona) si avvicendano, durante il giorno, gli appuntamenti più sperimentali e diversi; mentre nel complesso fieristico della Gran Via 2 i ritmi più festivi e notturni giocano sonorità inedite fino all’alba.
In queste due serate, quindi, si apre una finestra su quanto di più interessante, singolare e irriverente abbia prodotto la musica “avanzata”: dalle sonorita classiche e ricercate di uno dei migliori pianisti jazz italiani, Danilo Rea, alle sperimentazioni di Martusciello, instancabile ingegnere del suono, dalle visioni di Nina Di Majo a quelle di Bianco e Valente passando poi per alcuni dei nomi internazionali più significativi quali Metthew Herbert, Ryoji Ikeda, Tujiko Noriko fino alle stravaganti creazioni dei pupazzi dei Puppetmastaz. Un universo di suoni, a volte difficile, ma sempre coraggioso.

CHE CI FA UNA BIG BAND ALL’ELECTRO? INTERVISTA A MATTHEW HERBERT
di Gianni Santoro

L’ultima volta a Roma, si era esibito campionando solamente oggetti di multinazionali, dalla Coca Cola alla Disney. La domanda è d’obbligo, allora: perché una big band?
Perché no? Mi serviva una scusa per relazionarmi con altri musicisti. Mi piace pensare la big band come una metafora per una comunità più grande. È importante in questo momento storico in cui sembrano tutti così egoisti. Le nazioni stesse. Se pensiamo agli Stati Uniti e alla Gran Bretagna che sono andati in guerra senza doverlo chiedere al resto del mondo…

Che c’entra la politica?
Ho realizzato l’album con due persone in mente: Gorge Bush e Tony Blair. In Gran Bretagna la maggior parte delle persone ha votato per Blair, ha pagato le tasse e si è ritrovata in guerra senza neanche volerlo. Questo è il tema dell’album.

E si dovrebbe capire dal concerto? Ascoltando l’album senza leggere le note di copertina è impossibile sapere che alcune ritmiche sono realizzate facendo cadere dall’alto libri di Michael Moore e Noam Chomsky o strappando articoli di giornale sulla guerra in Iraq…
Io faccio musica. È la cosa più importante. Ma esistono altri livelli di lettura. Se il pubblico l’apprezza cercherà di vedere anche cosa c’è dietro. A me interessa capire per quale motivo si fa musica. Deve esserci una ragione forte. La musica ha il dovere di giustificare la sua posizione nel mondo. Voglio che si capisca se un brano è stato realizzato nel 2003 o nel 1951. Deve essere chiaro, deve riflettere il presente storico. Ascoltando musica non posso non pormi queste domande. E la maggior parte della musica oggi non mi dà risposte.

E invece la musica elettronica…
La musica elettronica in questo non è migliore delle altre. È diventata noiosa. La tecnologia ha preso il sopravvento sul processo creativo. E i musicisti si lasciano sottomettere dalle macchine sacrificando ai computer il loro potere decisionale. Si sentono sempre gli stessi suoni, le stesse sequenze, gli stessi moduli. Semplicemente in combinazioni diverse. C’è troppo desiderio di purezza nella musica. Non mi fido. Parlano di purezza le pubblicità, Britney Spears. E alla fine scopri che sono tutte bugie. Per questo mi interessano anche gli utilizzi sbagliati dei software, gli errori delle macchine. Non c’è niente di più umano e naturale. Non c’è nulla di sbagliato negli errori.

Nel suo futuro c’è ancora il jazz?
Mi interessa la composizione di canzoni, ma non nel senso di Elton John. Per carità. Sarebbe troppo facile. Scrivevo canzoni di quel tipo quando avevo dodici anni, ma tiro fuori le vecchie cassette solo per far ridere gli amici. Preferisco gli standard, George Gershwin, Cole Porter. Penso a brani come I’ve Got You Under My Skin, che sanno utilizzare al meglio anche melodie di una sola nota. Il jazz mi accompagnerà ancora almeno per un paio di anni, ma il mio il prossimo album sarà con lo pseudonimo Doctor Rockit e sarà incentrato sul cibo. Tutti i suoni saranno realizzati solo con dieci o undici ingredienti. Pollo, uova, acqua, olio. I suoni possibili sono infiniti. Puoi campionare una gallina viva, un uovo, una fabbrica dove confezionano polli.

Non si metterà anche a sgozzare galline!
Non di persona. Ma registrerò il suono di una gallina che viene uccisa. Poi sul palco mi metterò a preparare piatti da offrire al pubblico.

(Gianni Santoro, Che ci fa una big band all’electro, Musica, 27 novembre 2003)

LA MUSICA ELETTRONICA, SEMPRE IN MOVIMENTO
di Philip Sherburne

Non molto tempo fa, stavo bevendo qualcosa con John Wraight, il manager dell’etichetta di Matthew Herbert , e ho accennato che – come più o meno ogni altro fan della musica elettronica della mia età – qualche volta ho fatto il DJ. “Che tipo di musica?”, mi chiese John, ed io comincia ad elencare una serie di etichette, semplicemente perché le etichette, piuttosto che artisti, descrivono sinteticamente stili di dance music. “Perlon, Playhouse, Kompact”, dissi, citando quelle che hanno lasciato più tracce sulle mie dita, “Background, Logistic – sai, la MicroHouse”.
“MicroHouse?”, esclamò John, scuotendo tristemente la testa. “Mi aspettavo di più da te, Philip. Dopo tutto, sei un giornalista. Non avresti bisogno di etichettare la musica per parlarne!”.

Oops. Quasi non avevo il coraggio di dirgli che, sì, ero colpevole: avevo coniato il termine “MicroHouse” in un articolo che scrissi nel 2001 per il magazine musicale “The Wire”, parlando di una tendenza musicale – quella riduzionista, quella delle spinte click-funk di artisti come Herbert, Luomo e Thomas Brinkmann, fra gli altri – che non mi sembrava più rientrare nei confini della House o della Techno, ma assottigliava l’essenza di ognuna delle due in una forma scheletrica, minima; breve nei contenuti ma prolungata nelle reiterazioni, una tendenza che riprendeva le strategie dalla computer music “sperimentale” (il glitch, le incrinature, l’ingrandimento dell’errore tecnologico) e le innestava nelle lascive forme della classica club culture.
Mi ero preso delle libertà? Sicuramente. Mentre preparavo l’articolo, molti musicisti con cui avevo parlato negavano energicamente che stessero facendo qualcosa di diverso dalle originarie House e Techno che avevano fatto per anni, anche decadi. Ma ormai il termine sembra aver attecchito: da allora ho visto la parola riportata in comunicati stampa, siti web dall’Australia al Regno Unito, enciclopedie on-line, e pubblicazioni che vanno da “H” di Barcellona al “Village Voice” di New York. Se non mi fossi imbattuto in questa definizione, a quanto pare, l’avrebbe inventata qualcun altro.

La verità è che la musica elettronica ha bisogno di nuove parole perché è costantemente in evoluzione. Al contrario del rock – che, nonostante i migliori sforzi dei Radiohead, è generalmente trattato come rappresentasse la Fine della Storia, un punto teleologico oltre il quale nessuno sviluppo è necessario (o davvero possibile – una filosofia neoconservatrice che si adatta bene con la valutazione del capitalismo fatta da Francis Fukuyama) – la musica elettronica tende a svilupparsi dialetticamente, al passo con l’evoluzione della tecnologia. L’Hip Hop è nato grazie alle possibilità offerte dalle drum machine, dai piatti e dai campionatori digitali; è universalmente riconosciuto che l’Acid House sia derivata da un basso irregolare del sintetizzatore TR-303. L’attuale esplosione dei generi, dalla MicroHouse all’IDM all’indietronica ad ogni altra cosa che qualche brillante giornalista stia proprio in questo momento pensando di battezzare, dipende in larga misura dall’esplosione di strumenti software che in anni recenti hanno invaso il mercato, da Ableton Live a Native Instruments’ Reaktor a Cycling ’74’s Max/MSP.

I nomi dei generi possono essere ridicoli, inesatti e assolutamente fuorvianti, ma sono un utile espediente euristico, un modo per dare senso a un mondo di suoni che, anche per chi di noi è profondamente immerso nella musica elettronica, spesso suona strano e alieno. (Potrebbe essere così perché la musica elettronica, diversamente dal suo “naturalistico”, populista cugino rock, spesso si sforza di essere il più possibile strana, e talvolta alienante). Il mondo della musica elettronica – questa definizione poco elegante ed onnicomprensiva che include tutto da Moby a Stockhausen, e copre anche tecniche di produzione di rock, classica e country – è un luogo vasto e irriducibile; la sua mappa è una superficie composta da livelli sovrapposti (House e Techno, si è detto; ma ancora di più Hip Hop e UK Garage) e divisioni incolmabili (sebbene accada anche che le realtà più distanti occasionalmente si incontrino, come quando Matmos ha fuso musica concreta e House nel suo disco del 2001, A Chance to Cut Is a Chance to Cure).

Tutto questo per introdurvi diffusamente al Sonarsound Roma, in cui il festival Sónar di Barcellona – un’annuale vetrina di musica elettronica che passa in rassegna una gamma di esperienze che vanno dalle installazioni ai rumori delle band underground alla populist club culture alle fusioni formali della next-generation – presenterà due serate dalla ricca programmazione. Questo approccio, un microcosmo dell’estetica Sònar, offre una specie di glossario vivente sia delle tendenze dell’emergente musica elettronica che dei suoi più duraturi successi.

La musica elettronica è, allo stesso tempo, un fenomeno globale e tenacemente locale. Il successo del Sónar, che per dieci anni ha presentato sia i più grandi nomi sia figure marginali nei suoi tre giorni di convergenza, è largamente dovuto al modo in cui il Sónar stesso è stato in grado di aggregare queste opposte tendenze geografiche. Con il Sonarsound, che nell’ultimo hanno ha viaggiato fra Londra, Lisbona, Neuchatel, Amburgo e Tokio, il Sónar si è occupato dello status decentralizzato della musica elettronica, facendo esibire artisti locali al fianco di figure internazionali, mentre raccoglieva un nuovo pubblico, virtualmente parlando, al centro di tutto: una grande piattaforma dalla quale le più eccitanti tendenze della musica elettronica emergono – con o senza brillanti definizioni.

(in Catalogo Romaeuropa Festival 2003)

Cartellone 2003

SONARSOUND ROMA
Brancaleone, 29 novembre 2003
Auditorium Parco della Musica,
30 novembre 2003 PROGRAMMA

DJ SIDERAL (POPTRONIC)
Brancaleone, 29 novembre 2003
h. 23.00 – 01.00

COLDER LIVE
Brancaleone, 29 novembre 2003
h. 01.00 – 01.45

SIBEGG LIVE
Dj set Si Begg
Brancaleone, 29 novembre 2003
h. 01.45 – 02.45

DJ SIDERAL
Brancaleone, 29 novembre 2003
h. 02.45 – 05.00

DANILO REA / MARTUX-M (Italia)
Rivisitazione della Sinfonia n. 2 di Gustav Mahler Resurrection
Elettronica Maurizio Martusciello
Pianoforte Danilo Rea
Video Daniela Di Donato
Danilo Rea e Martusciello creano decostruendo: partono da una struttura già fortemente discontinua come quella della Sinfonia n. 2 di Mahler in Do minore per frammentarne ulteriormente le parti. Cercano di polverizzare la consequenzialità logica per restituire il senso di frammentazione, ad un tempo irregolare e vitale, dell’esistenza contemporanea.
Queste continua frantumazione scompensa l’usuale percezione del suono, sembra moltiplicare le dimensioni in una nuova relatività acustica e spaziale. I suoni si muovono su tracce scisse, che si intrecciano e si scompongono nuovamente in un ascolto multiplo e parallelo.
L’improvvisazione di Danilo Rea introduce un’ulteriore rottura non analitica della melodia, istintiva e casuale.
Auditorium – Sala Santa Cecilia, 30 novembre
h. 19.00 – 19.50

SCHNEIDER TM (Germania)
La musica di Schneider TM è un’elettronica calda e quasi sentimentale, che raccoglie saggezza di vita vissuta e la ricompone in musica e versi digitali. Schneider TM si sforza di mantenere la mente e il cuore aperti in un recettivo stato di grazia verso i suoni, le melodie e le parole, per poi catturarli dentro l’hard disk in cui costruirà nuove emozioni.
Schneider TM ha per la musica e le parole la sensibilità di un cantautore. Ma possiede anche la temerarietà di un grande compositore d’electromusic e sa intrecciare con ironia pop, soul e splendide melodie vocali.
Auditorium – Sala Sinopoli, 30 novembre
h. 19.15 – 20.00

FORMULA, RYOJI IKEDA (Giappone)
In Formula, l’ipnotica e ipertecnologica creazione audiovisual di Ryoji Ikeda, il bit informatico si svela come la mente pulsante del nostro mondo.
È il trionfo della geometria, supremo ideale di essenzialità e perfezione, su corpi ed anime relegati ai margini dalla storia e dalle macchine.
Incroci di rette generano riverberi luminosi ed acustici d’infinito; mentre led e puntatori si spingono oltre, fino a forzare le porte di altre dimensioni, a catturare rintocchi da spazi siderali e l’eco di un antico big bang.
I cancelli di Formula si spalancano su bagliori di paradisi artificiali. Forse solo illusioni, spettri di flussi binari generati da una matrice numerica che sembra controllare le nostre vite, sedandoci ogni giorno di più con un fiume di informazioni e immagini che ci allontanano da ciò che eravamo. Ci tratta, la grande matrice, come passivi e inaffidabili riceventi mal progettate, mentre la verità non si può nemmeno più intuire, nascosta chissà dove. Percepiamo però ancora le ombre di una realtà mai così sfuggente ed ineffabile, mentre ci abbagliano riflessi provenienti da uno specchio fulgido, proiezioni di qualcuno che non vogliamo riconoscere. Quel qualcuno siamo noi, ormai cibernetici automi.
Auditorium – Sala Settecento, 30 novembre
h. 19.30 – 20.10

JAMIE LIDELL (Gran Bretagna)
Secondo Jamie Lidell i suoni devono colpire, non distrarre. Per questo la sua musica è lucida, eclettica e in grado di suscitare un divertimento sfrenato.
Auditorium – Sala Santa Cecilia, 30 novembre
h. 20.00 – 20.45

THE PUPPETMASTAZ (Germania)
I Puppetmastaz maltrattano il mondo del pop e del rap ed ignorano i confini fra i generi musicali. Le loro esibizioni forzano ogni stereotipo, oscillando fra il circo e la Club Culture: improvvisano versi in diretta su una base musicale programmata.
Auditorium – Sala Sinopoli, 30 novembre
h. 20.15 – 21.00

MATTHEW HERBERT BIG BAND (Gran Bretagna)
L’idea di fondare una jazz band che eseguisse note e accordi interagendo con il computer è nata al britannico Matthew Herbert mentre componeva due temi swing per la coreografa andalusa Blanca Li.
Herbert incarna la figura del geniale e dandy musicista contemporaneo, ma è anche uno dei più seguiti teorici dell’elettronica sperimentale. Il suo PCCOM (Contratto personale per la composizione della musica) è l’integralista manifesto della nuova musica elettronica come il Dogma di Von Trier lo è per il cinema digitale. Un manifesto che proibisce il remix e rivolge lo sguardo al futuro già nei suoi primi comandamenti: “l’uso di suoni già esistenti non è permesso” e “campionare la musica altrui è assolutamente interdetto”.
La Matthew Herbert Big Band (Accidental) ha aperto l’ultima edizione del Sónar di Barcellona con Goodbye Swingtime un esercizio d’elettronica fondato sul jazz in cui Herbert ha fuso melodie, voci, ottoni e combinazioni di suoni che colpiscono: come i rumori ritmici e martellanti di una tipografia di Southbank, il quartiere dove Herbert vive, mischiati a testi di Noam Chomsky (guru del movimento no global) e di Michael Moore.
Herbert, anticonformista e contestatore, rivendica l’edonismo e la riscoperta dei corpi contro la manipolazione degli spiriti attuata dalla televisione.
Auditorium – Sala Santa Cecilia, 30 novembre
h. 21.15 – 22.30

TUJIKO NORIKO (Giappone)
Creazione musicale Tujiko Noriko
Auditorium – Sala Sinopoli, 30 novembre
h. 21.30 – 22.30

FRAME (Italia)
Visuals di Nina Di Majo
Auditorium – Sala Settecento, 30 novembre
h. 21.30 – 22.15

MASS. / BIANCO-VALENTE (Italia)
Mass indaga in tutti i suoi progetti il suono e la sua fisicità, concependo il processo creativo musicale come distillazione sensoriali degli aspetti della vita. Con l’ausilio di videoproiettori e laptops, la performance audiovideo di Bianco e Valente affiancherà la ricerca operata da Mass, che anche attraverso l’uso di microfoni a contatto e oggetti sonori scruterà il senso dell’errore: l’errore come variabile dipendente dell’evoluzione della nostra specie; ma anche stimolo conoscitivo ad interrogarsi sul senso della realtà e del caso, impulso creativo che può aprire orizzonti imprevisti e prolifici e che sarà il comune campo d’indagine nel quale si svilupperanno i due piani comunicativi (audio e video) intesi come aspetti di una stessa analisi.
Per realizzare questo personale percorso attraverso il suono, Mass (Mario Fasullo) insieme a Dez, Ilic e Terrae ha creato i BLK studios e l’etichetta defrag sound processing. È inoltre socio fondatore e cura la direzione artistica del settore musicale del festival delle arti elettroniche “Sintesi”, una delle realtà italiane dedicate alla divulgazione dell’estetica digitale.
Bianco-Valente (Giovanna Bianco e Pino Valente), da anni lavorano sull’arte elettronica sia come fattore estetico che nella sua profonda interazione con l’apparato percettivo
Auditorium – Sala Settecento, 30 novembre
h. 22.15 – 23.30