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The PowerBook


Photo © Piero Tauro

Ali è un’e-writer. Scrivile per una storia, qualsiasi storia, e per una notte sarai libero di essere chiunque tu voglia. Quando una misteriosa e-mail la contatta per un racconto d’amore, Ali comincia a creare un intreccio nel quale scrittore e lettore entrano in collisione in un’avventura reale ed immaginaria al tempo stesso.
The PowerBook è sull’amore, una passione che può diventare quanto mai pericolosa e sensuale, là dove si confonde attraverso la seduzione del mascheramento.
Il romanzo su internet è un ballo in maschera, ma forse anche la vita nella rete lo è: lo sconosciuto è un uomo o una donna? E tu cosa sei quando decidi di non essere più quello che sei?
Il tempo è relativo come i generi, in questa dimensione del cyberspazio: passato e futuro, realtà ed immaginazione, sono intrecciati liberamente con il presente in un’intensa, erotica interpretazione su cosa voglia dire amare.
The PowerBook naviga fra Londra, Parigi, Capri e reti cablate, reti attorcigliate da storie mutanti e sfuggenti, d’amore sempre. Ci sono nuove versioni di Dante, Boccaccio, meditazioni su Lancillotto e Ginevra, e nel cuore una martellante, contemporanea passione senza tregua. Perché, scrive Jeanette Winterson, “niente potrebbe essere più familiare dell’amore, niente ci sfugge così completamente”.
Nella regia di Deborah Warner il testo esplode in un palcoscenico irreale, algido, quasi cablato, mentre Fiona Shaw dà voce, con quel suo straordinario e quotidiano accento, ai mille racconti che si intrecciano fra realtà e finzione filtrandoli, sempre, attraverso il suo Powerbook: “È teatro al tempo di internet”, scrive Rossella Battisti, “dalla grafica nitida come uno schermo di algoritmi tradotti, e allo stesso tempo è un diluvio di input, la vertigine delle combinazioni infinite”.

Ideazione Jeanette Winterson, Deborah Warner e Fiona Shaw
Regia Deborah Warner
Testo Jeanette Winterson (da PowerBook)
Scene e visuals Tom Pye
Luci Jean Kalman
Musica Mel Mercier
Suoni Christopher Shutt
Costumi Nicky Gillibrand
Interpreti Fiona Shaw, Saffron Burrows, Pauline Lynch
Coproduzione Royal National Theatre di Londra, Théâtre National de Chaillot

VI DICO PERCHÉ NON VOGLIAMO AMARE
Intervista a Jeanette Winterson

Lei parla d’amore con spudoratezza, senza alcun timore di essere bollata di sentimentalismo.
Oggi “ti amo” è la frase più difficile da pronunciare. È molto più facile dire “ti odio”; e infatti lo si dice sempre di più. Ma dire “ti amo” è una cosa così grande, così complessa, così esigente, e ci rende così vulnerabili, che sembra un’impresa eroica. C’è chi dice: “Oh Dio, un altro libro sull’amore!”.Ma l’amore è un tema così enorme che avremmo bisogno di discuterne in continuazione. Chi non sente, chi non desidera? Anche si dice di desiderare la sicurezza, l’essere umano ama il rischio, le emozioni forti. È questa la nevrosi: cercare di trasformare in qualcosa di rassicurante un’emozione che non lo è. L’amore è come la vita, non ha nulla di rassicurante. La cosa migliore è accettare questa realtà. E invece di ripeterci come un mantra “non devo lasciarmi ferire”, dovremmo augurarci il contrario. Tanto accadrà in ogni caso.

Tanto vale vivere, insomma…
Certo la nostra identità è un paese sconfinato che impieghiamo una vita ad esplorare. Ogni tanto qualcuno ci porta in un territorio selvaggio dove non eravamo mai stati e grazie all’amore scopriamo nuove pianure, montagne, mari, deserti… È il viaggio più intenso ed esotico che si possa fare. Freud, che l’aveva già capito all’inizio del secolo scorso, ha cercato di tracciare una mappa di quel paese inesplorato. La scienza, però, invecchia di continuo. Mentre l’arte vive in un eterno presente. L’uomo non è sacrifici e lavoro. È un essere che sogna e ama. Quel fragile mondo di emozioni va riconosciuto, alimentato. Il mio compito di artista è proprio questo. È un gesto liberatorio, come se l’universo si espandesse oltre le barriere del tempo e dello spazio per farci sentire meno soli. In ogni opera d’arte c’è qualcuno che ama, che esulta e che piange.

Il suo modo di amare è cambiato negli anni?
Cambiare è più che giusto. Il corpo, la natura sono in costante movimento. E come scrittore devi assecondare questi mutamenti, altrimenti inaridisci e non hai più nulla da offrire. In amore, con gli anni, ho imparato a perdonare quasi tutto. Non riesco ad amare chiunque, però. Non sono ancora così evoluta!

Il suo PowerBook parla di una storia d’amore tra donne…
Mi piace pensare che la sessualità stia diventando un territorio più libero. I confini di genere stanno cedendo, e questo produrrà incontri stimolanti. Uomini e donne oggi sono più liberi di sperimentare. Purché ci si ricordi che il sesso è un rischio: l’amore è sempre in agguato! Soprattutto tra due donne.

Ancora una volta una storia che gioca col desiderio e la voglia di varcare un limite.
È la vita che ci impone in continuazione dei limiti. La società tenta di produrne di sempre nuovi: una soglia di ricchezza al di sotto della quale non sei accettabile, un tipo di lavoro che ti rende indesiderabile, dei canoni estetici che se non ottemperi sei fuori gioco. E poi siamo noi stessi a restringere la nostra esistenza a un campo di esperienza limitato, perché ci manca il coraggio di vivere a 360 gradi. Ci illudiamo che dentro un orizzonte ristretto sia possibile esercitare un controllo, sapere cosa stiamo facendo. Quello che interessa a me, invece, è vedere cosa accade quando si vince la paura e ci si spinge oltre il limite. Di solito c’è una grande sorpresa. Si può perdere qualcosa di sé. O si può trovare l’amore. Che è la più grande rivoluzione che possa accadere a chiunque, un’occasione per evolverci e trasformarci. Le leggi dell’universo ci spingono all’espansione, non certo all’involuzione. Credo che sia un’informazione presente nel nostro Dna.

Proprio oggi che ogni forma di comunicazione è possibile, non crede che ci sia meno libertà di parlarsi in modo autentico?
Assolutamente sì. L’uomo si costruisce sempre le sue prigioni da solo. Anche quando inventa qualcosa di utile, come la tecnologia, riesce comunque a trasformarla in qualcosa di punitivo. Siamo tutti lì a invocare la libertà e non facciamo altro che negarla. Oggi viaggiare è più facile, ma per entrare negli Stati Uniti abbiamo bisogno del visto e per averlo ci vogliono indagini di ogni tipo… Il mondo sta diventando terrorizzante, restrittivo. Molte conquiste degli anni Sessanta ci stanno scivolando via e paradossalmente siamo meno liberi. È cruciale cogliere l’importanza della libertà individuale in questo momento storico. E l’arte può aiutarci.

In che modo?
Attraverso l’immaginazione. Che costruisce spazi, luoghi, vite. E sa renderli liberi. La lettura è un atto privato incontrollabile. Ci sei tu e c’è il libro, nessuno può sapere cosa accade dentro di te. E forse è questa l’ultima vera libertà.

(Monica Capuani, Vi dico perché non vogliamo amare, “Flair”, dicembre 2003)

Intervista a Winterson
Sinossi
Winterson su PowerBook
Archivio Romaeuropa Festival
2003 – THE POWERBOOK

Multimedia
Immagini dello spettacolo

SINOSSI

Quando sullo schermo del computer di Ali appare la richiesta di un nuova storia, sa che in realtà il suo misterioso interlocutore desidera un incantesimo: vuole essere trasformato, diventare “libero, per una notte”.

Apertura hard disk. La prima storia riguarda un tulipano. In realtà due bulbi di tulipano, che una fanciulla in visita alla corte di Solimano vuole portare clandestinamente in Europa.
Ma la ragazza sa che il suo viaggio sarà pieno d’insidie e non vuole perdere quei bulbi che potrebbero arricchirla, i suoi tesori battezzati Chiave di Piacere e Sogno d’Amante. Decide allora di legarli con un filo intorno alla vita e di nasconderli lì dove non batte il sole e dove gli uomini celano i loro gioielli senza valore…
Il racconto diverte il committente virtuale, nickname Tulip, ma non lo soddisfa: non è esattamente quella la sua idea di avventura sentimentale.

Ali inventa allora una nuova storia: Nuovo documento. Siamo a Parigi. Un uomo e una donna camminano insieme: non sono amanti, non ancora. Sono estranei e si attraggono. “Puoi dire tutto a un estraneo”, afferma lei. Lo vuole amare per una notte, benché sia già sposata. Non vorrebbero complicazioni: ma l’amore complica le cose…

Questo gioco in rete comincia a turbare Ali, sempre più dentro i suoi racconti. Cosa sono stati la notte prima, Ali e Tulip, cosa è accaduto davvero? Ali vuole soltanto che le parole di Tulip ricompaiano sul suo monitor; mentre attende riscrive la storia che vorrebbe vivere: Ricerca. Si amano, Ginevra e Lancillotto, con un amore totale, distruttivo, una guerra contro se stessi e i propri sentimenti. Un fuoco che brucia oltre la morte.

Ormai l’intreccio di storie si è trasformato in una strana ossessione che arde in Ali: non può e non vuole più liberarsi. Mostra. Rieccoli a Capri, i due amanti di Parigi. Lei teme il suo giudizio, la sua gelosia ed il suo amore disperato e amaro. Giacciono nell’oscurità quando lei si alza per telefonare al marito. Lui non vorrebbe lasciarla andare, e per questo la manda via.
Ali sa che i suoi intrecci inventati (e reinventati) parlano ormai di sé e di Tulip: Mostra come icona. Come Paolo e Francesca, nella sua versione dei fatti: lui la ama appassionatamente, per primo; poi è costretto a portarla in sposa al signore di Rimini, suo fratello. Francesca, benché ingannata, sposa quell’estraneo; ma il suo amore per Paolo, mai sopito, è riacceso da un libro galeotto. Un amore che continua ad ardere nel sangue fraticida; e oltre.

Accetterà Tulip quell’amore connesso da internet? Speciale. Nel 1999 alcuni scalatori dell’Everest hanno trovato un corpo disperso dal 1924, quello di George Mallory. Mallory era riuscito a raggiungere la vetta del mondo, ma era caduto nel vuoto durante la discesa. Quando lo hanno ritrovato aveva ancora in tasca la lettera di sua moglie: lo voleva a casa con lei, lo amava. Ma il suo orologio si ruppe nella caduta: non c’era più tempo.

Aiuto. Finalmente Tulip è arrivata a Londra: brucia il loro amore dentro quella stanza, ma fuori c’è il mondo.Tulip è sposata a un banchiere.
Può vincere il vero amore sul mondo vero? Opzioni. Il loro taxi arriva alla stazione: punto d’arrivo e punto di partenza. Ali promette di rinunciare al proprio passato, se Tulip rinuncerà al suo. Ma Tulip ha già sollevato la valigia: il suo treno sta per partire.

Rassegna stampa

“Assistiamo invece praticamente a un monologo della Shaw impossibilitata ad andare aldilà di una corretta dizione data la povertà della materia e l’assenza di qualsiasi azione. Il rapporto tra la protagonista e la sua corrispondente – che ha il fisico attraente di Saffron Burrows, reso celebre dai film di Mike Figgis – è solo enunciato per incarnare un “amore totale”, che passa con mondana disinvoltura da Parigi a Londra a Capri, con un insopportabile ricorrere di nomi nostrani di cibi e sarti, facendoci rimpiangere la profondità immediata con cui Pina Bausch sa cogliere le piccole verità di ogni ambiente. Ma il peggio viene dai gratuiti excursus esotici, per tacere del racconto improprio e banalotto di amori eterni come quelli di Lancillotto e Ginevra e, ahimé, di Paolo e Francesca, dove inesorabilmente annega lo spettacolo presentato da Romaeuropa: un infortunio molto applaudito da un pubblico comunque predisposto a sorprendersi”.
(Franco Quadri, Quell’eros via e-mail ridotto a un monologo, la Repubblica, 5 ottobre)

“Jeanette Winterson esordì aggressivamente nella narrativa inglese con libri che mescolavano più generi. Adattandone uno, The PowerBook, per la scena, la regista Deborah Warner ne ha mantenuto il carattere di alternanza tra estrose rielaborazioni di celebri vicende di più epoche e una storia nuova e di oggi, filo conduttore restando il sesso, soprattutto gay e di segno femminile. […] Il tutto è porto molto agilmente in 90′ da Fiona Shaw che racconta, commenta o impersona impugnando un notebook elettronico, assecondata da due donne, una bella in modo quasi impossibile, snella e sorridente come una top model, l’altra ostentatamente brutta, grassa e bassa (ma è l’unica che recita sul serio, le altre si limitano a porgere dei manichini). Confezione sontuosissima, con uso di meravigliose proiezioni, compreso un bianco cavallo tridimensionale, musiche avvolgenti e effetti computerizzati che il fitto pubblico ha gradito assai”.
(Masolino d’Amico, La Magliana degli anni Settanta, La Stampa, 5 ottobre 2003)

“Il tema intanto, non sarebbe solo allettante ma addirittura “necessario”: i rapporti d’amore, e interpersonali in genere, in tempi di comunicazione informatica. Tutto cambia rapidamente , via email, forum e chat, a cominciare dal linguaggio, e questo condiziona gli stessi rapporti, ne sconvolge le gerarchie, ne sfalsa i contorni, ne ingarbuglia i generi. Invece si resta delusi, anche se le luci di Jean Kalman sono geometricamente belle e la visione da sistema operativo creata da Tom Pye dia al palcoscenico dell’Argentina una inquietante e poco consueta vitalità. Ma la teatralità del racconto (nonostante il coinvolgimento di tanto in tanto di tecnici e macchinisti) resta minima, il suo procedere narrativo tra favole, mitologie e cartoline turistiche è fin troppo scontato, e la storia di queste due amanti telematiche non ha la potenza di un vecchio interno in bianco e nero”.
(Gianfranco Capitta, Quadretti d’attrazione virtuale, il manifesto, 5 ottobre 2003)

“Immaginate che uno spettacolo di Bob Wilson – luci affilate, tecnologia hi-tech e una regia sottilmente cerebrale – si incroci con l’ultimo teatrodanza di Pina Bausch – colorato, carnale e visionario – e avrete un’idea abbastanza vicina all’abbagliante ibrido scenico proposto da Deborah Warner e Fiona Shaw in Powerbook […]. Vicina ma non esauriente, perché Powerbook osa oltre, ingoia suggestioni da arti e media diversi e li ricuce in un mosaico intrigante, spesso inedito e un pochino snob. C’è tanto ma non troppo: il doppio sguardo di Deborah Warner filtra teatralmente i materiali e poi li accende con quello cinematografico (che le è valso recentemente la nomination come miglior regista ai Tony Awards 2003). È teatro al tempo di internet, dalla grafica nitida come uno schermo di algoritmi tradotti, e allo stesso tempo è un diluvio di input, la vertigine delle combinazioni infinite. Quella agilità del tempo elettronico presagita da MacLuhan e innalzata a rappresentazione in questo “libro del potere” dove si passa disinvoltamente dalla leggenda alla quotidianità, dalla postazione casalinga davanti al computer al castello di Paolo e Francesca, da Thomas Malory a Dante, dagli spaghetti al pomodorino di Capri alle passeggiate al Pont Neuf di Parigi”.
(Rossella Battisti, La principessa azzurra viaggia su internet e mangia spaghetti, l’Unità, 5 ottobre 2003)

“Tratto dall’omonimo romanzo di Jeanette Winterson , la scena (magnificamente tecnologica, dominata da video e televisori, immagini in 3D e proiezioni. Tutto frutto del genio di Tom Pye) è quella solitaria di un amore nato in chat. Tra una donna inventrice di storie e un’altra donna che, per una notte, vuole vivere un’altra vita. […] Forte la novità scenica e impedibile la carica della sua protagonista. La scia più interdetti la scelta di riempire costantemente lo spazio e il tempo di parole, invenzioni, narrazioni. Come se il silenzio, nell’eros femminile, non avesse cittadinanza. Come se la carne e il sangue (“la passione mi colse come una palla rossa stretta nella bocca”), i gesti e lo sguardo non bastassero mai a colmare una fantasia lesbica, sempre avida di crudeli fiabe da dire e da ascoltare. O forse è il web che ci costringe, alla fine, alla parola, ci inchioda nel testo, ci confina nel boato delle frasi senza fine. Allo spettatore la scelta”.
(Roberta Ronconi, Passioni per e-mail, Liberazione, 5 ottobre 2003)

“Una tizia è seduta davanti al suo computer e cerca un contatto. Il ragno comincia a tessera la sua tela. Una storia che forse è vera si mescola alle storie immaginarie.[…] Dove il punto diventa: che amori sono gli amori di lusso? Di che amore parlano la scrittrice Winterson, la regista Warner, tutta pannelli neri che scorrono su fondi blu notte, e l’interprete Fiona Shaw, una donna dall’indubitabile ardore? Costoro dipingono se stesse come eroine – dell’amore. I meriti che si ascrivono sono: il desiderio dell’irraggiungibile altro, la disponibilità, il coraggio, la lucidità, lo stoicismo, il disincanto, l’amarezza come prova di potenza. Già, la potenza. Ecco il verme che si annida nella mela dell’amore. Che cosa significa “powerbook”: potere del libro o libro del potere? Per me è lo stesso. Cruciale è che queste donne sono migliori di ciò che amano. Loro sono bramose di assoluto. Chi è amato sarebbe disposto, per sua sciagura, a venire a patti – con il tempo, o con la realtà. Ponendo in relazione due sistemi inconfrontabili, i sentimenti e la moralità, la Winterson, la Warner e la Shaw ottengono l’unico risultato possibile: spregiare il mondo. Contro il mondo non c’è che la loro scrittura, o la loro gestualità”.
(Franco Cordelli, Nella mela dell’amore c’è il verme del potere, Corriere della Sera, 8 ottobre 2003)

A PROPOSITO DI POWERBOOK
di Jeanette Winterson

Per evitare di essere scoperta ho scelto la latitanza. Per scoprire quel che volgio scoprire ho scleto la latitanza.

The PowerBook è un esperimento.

Mi piace costruire mondi inventati, attraversando i continenti della storia e le geografie del tempo, per arrivare in una valle alberata e portare alla luce una storia.
Ci sono sempre storie – storie senza fine, non confinabili in un tempo o in un luogo.
Per The PowerBook, sono andata fino a Dante, Ariosto, i trovatori francesi, il mondo romano, il Levante, l’Olanda, l’orticoltura, la storia, il cyberspazio, Londra, Capri e Parigi. Ho voluto quanto avrei potuto ottenere – ho mixato come un DJ con un cumulo di pile di dischi.

La nostra è un’età multimediale, una cruciale piattaforma di scambio. Le vecchie forme stanno crollando. Le categorie di narrativa e saggistica, poesia e romanzo, palco e testo, non ci bastano più. Il lavoro interessante viene fatto fra le macerie di questo crollo. Stiamo costruendo nuove forme, stiamo trovando nuovi modi di operare.

Quando la regista Deborah Warner mi ha contattato per una versione teatrale di The PowerBook, è stata chiara: voleva rifarlo da capo.
Ha proposto di prendere il testo, e lasciare che da esso scaturisse il dramma – come aveva fatto con Fiona Shaw, sua collaboratrice di lunga data, per The Wasteland di Thomas Stearn Eliot. La speranza è che il testo diventi un prisma attraverso cui la luce possa passare: e se la luce lo attraversa – e la regia, l’interpretazione, la musica e le scene sono la luce qui – forme e ombre e colori appaiono, mentre alcune cose si dilatano, e altre si ritraggono.

Deborah Warner e Fiona Shaw hanno infranto con coerenza le regole del teatro. E il loro genio ha fatto in modo che ciò funzionasse, sia strutturalmente, sia come un viaggio emozionale. Quando è capitato di rifare The PowerBook, sapevo che l’avrebbero lanciato contro un muro, e poi ricostruito lungo le linee delle fratture più significative.
Lo sviluppo della forma è stato organico – tentavamo ogni giorno differenti approcci – ma i nostri metodi erano diversi da quelli di un laboratorio o dell’elaborazione di un’opera, perché noi avevamo il testo. Il testo è diventato il nostro confine formale.

Sul palco, The PowerBook impiega video, musica, proiezioni 3D, tableaux vivant, computers, travestimenti e tutto il consueto arsenale teatrale per creare un mondo seduttivo e contemporaneo.
The PowerBook è mondo di Internet, ed Internet è l’ultimo ballo in maschera; nessuno ha bisogno di sapere se tu sia maschio o femmina, giovane o vecchio, da dove tu venga o dove tu stia andando.
Tutto quello che devi dichiarare è cosa vuoi.

Libertà solo per una notte? Dici. Solo per una notte, la libertà di essere qualcun altro?

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