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Sidi Larbi Cherkaoui

Tempus Fugit


 

Tempus Fugit, ispirato all’omonimo motto latino, è una riflessione sullo scorrere del tempo e sulla vita dell’uomo in esso.
Qual è il vostro rapporto con il tempo? Il tempo è qualcosa che si domina o si subisce?
Attorno a queste domande, poste ai danzatori, si è costruito lo spettacolo.
Ogni cultura interpreta, traduce, e concepisce questa dimensione apparentemente universale in modo diverso, e così una esperienza che è tutta personale diventa collettiva, mentre il tempo perde ogni oggettività.
Sidi Larbi Cherkaoui, il coreografo che più di altri ha saputo mescolare e far dialogare le varie culture a cui egli stesso appartiene, racconta le quotidianità della vita, accostando e lasciando convivere, grazie alla sua multietnica compagnia, molteplici popoli. E così cinesi, indiani, africani, arabi, italiani, fiamminghi, gli uni accanto agli altri, testimoniano il rapporto tra modernità e tradizione, lanciando una sfida in nome dell’integrazione e della libertà – una donna biondo platino porta il velo islamico, ed indossa un abito dal lungo spacco.
E se c’è il tempo sincronico, dove situazioni differenti si svolgono nello stesso attimo e creano una sospensione temporale vicina allo spaesamento in cui le forme trasmutano in altre opposte, rendendo incerto il confine tra presente, passato e futuro; c’è anche quello circolare, dove ogni evento viene incessantemente ripetuto in un prisma di movimenti e di azioni che continuamente ne muta e ne dilata il senso.
Sulla scena si intrecciano i molti linguaggi del corpo e della danza mentre la musica, del gruppo marocchino Weshm, segna traiettorie che attraversano la tradizione traghettandola nel contemporaneo. Cherkaoui parla della differenza come ricchezza, e delle molte culture ed indentità che ciascuna di esse, per se stessa, accoglie: molte identità abitano infine l’uomo e “la donna col chador alza un pugno in lotta che diventa un ‘ciao’ dell’amicizia, dopo aver ballato un tango su musica tradizionale araba” (Aurora Acciari).

Creazione, danza e voci Ali Ben Lotfi Thabet, Christine Leboutte, Damien Jalet, Isnelle da Silveira, Lisi Estaràs, Marc Wagemans, Nam Jin Kim, Nicolas Vlady Serge-Aimé Coulibaly, Sidi Larbi Cherkaoui
Composizione, voci e musica Weshm (Coordt Linke, percussioni; Floris Dercksen, violoncello; Najib Cherradi, composizione e voce; Osama Abdulrasol, qanun)
Collaborazione artistica Damien Jalet
Preparazione musicale dei danzatori Christine Leboutte, Isnelle da Silveira
Aiuto regia Darryl E. Woods
Scenografia Wim Van de Cappelle, Sidi Larbi Cherkaoui
Video Anaïs e Olivier Spiro
Costumi Isabelle Lhoas, Frédéric Denis
Assistenza ai costumi Lorraine Frennet
Luci Carlo Bourguignon, Krispijn Schuyesmans
Ingegnere del suono Bart De Coensel
Suono Caroline Wagner
Costruzione set De Muur, Nordic, Patine, Herman Sorgeloos, Koen Mortier, Necati Koÿlü, Peter De Blieck, Kjell Deneve, Alan Gevaert
Coordinamento tecnico Jan Mergaert, Serge Vandenhove
Assistenza di produzione Veerle Gevaert
Fotografia Kurt Van der Elst

Produzione Les Ballets C. de la B.
Co-produzione Festival d’Avignon, Tanztheater Wuppertal-Pina Bausch (Wuppertal), Théâtre de la Ville (Parigi), Arts Centre Vooruit (Gent) . Sostenuto dal programma Culture 2000 dell’Unione Europea. In collaborazione con STUK Leuven, CNDC Chateauvallon e con il contributo di Wasserij Schepens

Organizzazione e promozione Frans Brood productions
La compagnia Les Ballets C. de la B è sostenuta da Comunità Fiamminga, Provincia delle Fiandre Orientali e città di Gent.
Realizzazione Festival d’Avignon, luglio 2004.

TEMPUS FUGIT
Teatro Argentina, dal 7 al 10 ottobre 2004 PARLANDO CON SIDI LARBI CHERKAOUI
Estratti da interviste a cura di Francesca De Sanctis, Laura Putti, Luca Del Fra

“Non ci sono differenze tra culture, l’ho imparato dalla vita. Io sono per metà arabo e per metà fiammingo e da piccolo ho capito che ciascuno è una frontiera. Per questo credo che ognuno dovrebbe contribuire a formare un’unica cultura dell’umanità […]. E la stessa cosa vale per le varie discipline: non ci sono differenze tra danza, recitazione e canto popolare.
Volevo parlare del mondo arabo perché questo è un momento molto ambiguo, se ne parla molto, ma solo in riferimento alla guerra e al terrorismo. Mentre io volevo farlo risorgere”.
(Francesca De Sanctis, La mia danza contro le differenze, l’Unità, 19 agosto 2004)

“La danza è comunicazione. In ogni istante osservo movimenti e linee coreografiche. Imparo da tutto ciò che vedo. Utilizzo la danza come una scusa per comunicare[…].
La musica è un linguaggio universale. Le differenze tra gli uomini stanno nella lingua, non nella religione. Il pericolo è non capirsi”.
(Laura Putti, La musica è un linguaggio universale, il ballo una scusa per comunicare, la Repubblica, 30 agosto 2004)

“Certo il tempo è parte del lavoro di un danzatore, ma qui è l’idea della storia, cioè del passato e del futuro, che ognuno di noi è convinto sia strettamente personale, ma allo stesso tempo è collettiva e dipende dunque dalle diverse culture. Tempus è inoltre attraversato da due personaggi tra cui si sviluppa una storia d’amore tra pali altissimi che rappresentano una foresta […] è una foresta dove intorno scorre l’acqua che la fa somigliare a un’isola. Lei probabilmente pensa all’eredità araba, che comunque è presente nello spettacolo. Dopo la passata esperienza, stavolta non ho avuto timore a collaborare con Najib Cherradi un musicista di origini marocchine come mio padre. Mi interessava guardare a una cultura che purtroppo sui media è ridotta solo all’islamismo terrorista. Ma naturalmente c’è molto altro nella cultura araba, una dimensione mistica, legata all’amore, alla condivisione […].
Rispetto a Foi c’è una maggiore libertà dalla dimensione narrativa, passiamo da situazioni concrete ad aspetti più astratti con maggiore facilità. Tuttavia basta guardare una persona cantare per accorgersi che muove molti più muscoli di quanto occorre per emettere suoni […]. A volte un’idea diventa una canzone, che si trasforma in movimento, a sua volta il movimento può diventare teatro o danza [… ] è la direzione della mia ricerca, perché non avverto una reale differenza tra musica, danza e teatro.
Ero uno studente piuttosto diligente alla scuola di danza e allo stesso tempo lavoravo a uno show televisivo tipo “Saranno Famosi”, ballando hip-hop. È stato solo dopo, quando sono entrato in contatto con la danza contemporanea, che ho capito come il movimento si poteva mischiare alle idee”.
(Luca Del Fra, Il tempo fugge?, R360, ottobre 2004)

 

LA MUSICA POLIFONICA SARDA
di Christine Leboutte

Questa volta Damien e Larbi si sono innamorati della musica polifonica corsa, e questo lo rifiutavo come preparatrice. Sì, perché per imparare a cantare in corso, si deve andare… in Corsica.
A Cumpagnia, il gruppo con il quale nel 1995 ho registrato il requiem corso di Evelyne Andréani, ci ha ricevuti nella propria casa musicale a Pigna. Là avevano messo in scena tra l’altro un festival estivo, Festivoce, che rendeva giusto omaggio alla vitalità delle tradizioni musicali mediterranee.
A Cumpagnia ci ha avvicinati al modo di cantare tipico della Corsica: più morbido, più calmo, meno potente. In questa polifonia a tre voci, ogni voce dà alla propria terza un timbro differente; a volte in alcuni villaggi, ad esempio Tagliù, le quarte sono maggiori.

In confronto a questa, il modo siciliano sembra essere molto più isterico e selvaggio. I siciliani hanno l’abitudine di salire sempre più in alto, fino ai finali drammatici dei numeri. Il coro si affanna, il solista cerca di seguire quella salita vertiginosa e di tanto in tanto fa trapelare un accenno di terza alta, nel tentativo di svolgere il ruolo di protagonista.
Il ‘cuntu’, lo stile tipico siciliano dei racconti, ancora usato di tanto in tanto da Mimmo Cuticchio di Palermo, per me è stata un’altra sfida.
La storia del XIX secolo attraverso i paladini di Carlo Magno doveva rivivere ciò che avvenne nel VIII secolo e nella quale gli eroi Rolando e Rinaldo dovettero confrontarsi con i guerrieri greci Achille ed Ettore, il tutto nello stile dei racconti della fine del XIX secolo….
Una storia nella storia. Finché dura il canto…

 

IL RITORNELLO: CONCETTO DI TEMPO NELLA MUSICA
di Najib Cherradi

Da una mia ricerca sul concetto di tempo nella musica, ho scoperto un elemento oltremodo importante: il “ritornello” ossia l’episodio musicale che ricorre più volte. F. Guatari lo descrive come un “cristallo di suono nel tempo”. Deleuze lo unisce al “galoppo” del cavallo (il vettore d’accelerazione lineare) come un elemento asimmetrico, ma integrante. In virtù di ciò il cavallo e l’uccello sono due elementi estremamente importanti per la nascita della musica.

Il ritornello è un motivo che si ripete, che ricompare sempre, come una bolla d’aria. È “territoriale” e racchiude per questa ragione diversi tipi di “territori”, tra i quali il maqâm o la “stazione”. Il maqâm è al tempo stesso un modo e una formula melodica, il pilastro della musica araba. Viaggia attraverso il tempo e lo spazio, percorrendo diversi territori, per assumere altre forme e altre dimensioni.

Noi possiamo quindi far questo:
– ampliare l’ambiente dal quale traiamo la nostra ispirazione e scrivere melodie strumentali che insieme formano un contrappunto;
– combinare insieme tante arie provenienti da Paesi diversi in melodie e armonie;
– marcare le linee di fuga con l’improvvisazione e l’eco del silenzio, per rendere palpabile la presenza delle emozioni;
– cercare nuovi oggetti sonori che siano legali ai gesti e ai movimenti della danza che “deterritorializzino” il significato e l’interpretazione, e così garantiscano alla fantasia un accesso da un altro angolo d’osservazione.

 

Rassegna stampa

“Alberi esili e alti con le foglie argentate, una foresta pietrificata, le sbarre di una prigione, le pertiche di una palestra: la scena si presta a tante interpretazioni, ma per i giovani danzatori non fa differenza. Si arrampicano leggeri fra le stelle, romantici e sognanti, passano disinvolti da un palo all’altro, giocano sull’altalena. Fra cielo e terra uno spettacolo aereo che sfida la gravità.
Ecco che i ragazzi si tuffano a testa in giù, cascano al suolo e si rialzano, con movimenti rallentati e brusche accelerazioni. Appartato indifferente, un uomo pesca con la canna, nel vuoto, come un personaggio di Beckett, mentre tutt’attorno scorre un rigagnolo dove galleggiano paperelle di plastica.
Viene anche da pensare a un cortile di ricreazione, per quel pavimento di ardesia verde simile a una lavagna sulla quale scrivono con il gesso parole in arabo, cinese, ebraico come a scuola quando il professore non c’è (ci s’indigna contro le ingiustizie, c’è anche un’emblematica elencazione per assonanze: invasione esportazione… diaspora… musulmano, estremista, terrorista…).
Una tribù di giovani che passano dallo ieri al domani con disinvoltura – sono sempre loro a rappresentare i nonni, i padri, i figli, un’umanità affatica – scandendo le tappe dell’esistenza: si nasce, ci s’innamora, si soffre, si muore. Si tenta di vivere sotto un sole indifferente”.
(Paola Cervone, Sognando la vita appesi a un albero, Corriere della sera, 4 agosto 2004)

“[…] un bianco, certo un educatore, cerca di far apprendere a un gruppo di persone che appartengono a etnie diverse la corretta pronuncia francese, pazientemente fa esempi, ammonisce, vince qualche resistenza. Ma poi i giovani riprendono festosamente le loro abitudini , si riappropriano delle radici che fioriscono dal passato, e riprendono un’identità vera, anche se nel segno di una società globalizzante, ma aperta. La realtà trionfa, così, e la nazione multietnica raccontata dal regista e coreografo Sidi Larbi Cherkaoui, si salva cacciando via anche un importuno Tarzan, mezzo scimmia, che non parla e non si inserisce […]. Uniti eppur distinti, i ballerini-attori della compagnia fanno meraviglie di forza e tecnica, fra musiche struggenti e suoni lontani, esecuzioni dal vivo e sulla scena. Il coreografo si diverte anche a danzare sulle punte, valanghe di citazioni ci travolgono, ma una, quella del rocker post-Elvis che canta solo se riceve monete, juke-box vivente, resterà memorabile”.
(Mario Pasi, Viva la libertà! Così danza la Babele multietnica, Corriere della sera, 9 ottobre 2004)

“Cadono foglie, si aprono ombrelli con la bandiera dell’Europa e un altro con l’arcobaleno della pace. Si intona un canto comune. E nascono diverbi. Emergono le oppressioni, le discriminazioni, le ribellioni. Una scena sfuma dentro l’altra. E con movimenti a ritroso si torna indietro a ripercorrere di nuovo, ognuno e insieme, la propria storia, in un puzzle di intrecci e radici comuni”.
(G.D., Il tempo dell’integrazione, Città nuova, N° 20, ottobre 2004)