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Roman Vlad - Michiko Hirayama / Hélène Mercier - Ana Maria Vera / Anne Gastinel /Roger Muraro

Solisti a Villa Medici


Una serie di quattro concerti a Villa Medici – a cui ne segue una di tre a Palazzo Farnese – ha presentato noti solisti alle prese con un programma musicale di particolare interesse per la specificità dello strumento cui è dedicato.
La serata inaugurale è stata affidata a Le stagioni giapponesi, 70 Haiku musicati che Roman Vlad (anche al pianoforte) ha composto appositamente ed in omaggio alla cantante giapponese Michiko Hirayama, nel 1993. L’Haiku è una antica forma di poesia giapponese, dalla struttura assolutamente rigida (3 versi: 2 quinari con al centro un settenario, per un totale di 17 sillabe): a tale ferma regola, Vlad ha aggiunto il rigore musicale per cui, utilizzando diverse scale di musica giapponese, ha creato una corrispondenze tra vocali e note.
Il duo pianistico, formato dalla francese Hélène Mercier e dall’americana Ana Maria Vera, ha invece affrontato un programma a quattro mani e per due pianoforti: dalle innovazioni (proprio a questo periodo risalgono le prime musiche composte appositamente per il “nuovo” strumento) di Mozart, Variazioni K. 501 (1786) e Sonata K. 448 (1781), le interpreti approdano al Novecento, con Darius Milhaud, che influenzato dal folklore brasiliano, compone Scaramouche (1937), e con Maurice Ravel che, in quest’opera, tenta il recupero della scuola classica francese.
Alla terza serata, si incontrano, si scontrano e si accompagnano due strumenti, il violoncello di Anne Gastinel ed il pianoforte di Roger Muraro: il programma affianca a due riscritture, Canciones populares españolas di Manuel De Falla (1914, originariamente per canto e pianoforte e poi trascritte da Maurice Marechal) e Adagio e allegro di Schumann (1848, composto per corno), due partiture nate per questi strumenti, la Sonata di Claude Debussy (1915) e la Sonata di Sergej Rachmaninov (1901).
Infine, totalmente dedicato alla geniale opera pianistica di Liszt, il recital di Roger Murano che fa risaltare la spregiudicata indipendenza dagli schemi musicali del compositore, sia nella rivisitazione della musica bachiana e della musica religiosa, che nella sperimentazione di espressioni compositive nuove.

ROMAN VLAD – MICHIKO HIRAYAMA
Pianoforte Roman Vlad
Voce Michiko Hirayama
Musica Roman Vlad (Le stagioni Giapponesi)
4 luglio

HÉLÈNE MERCIER – ANA MARIA VERA
Pianoforte Hélène Mercier, Ana Maria Vera
Musica Wolfgang Amedeus Mozart (Andante e variazioni K 501, per pianoforte a quattro mani, Sonata in re magg. K448, per due pianoforti: Allegro con spirito, Andante, Allegro molto), Darius Milhaud (Brazileira dalla suite Scaramouche, per due pianoforti), Maurice Ravel (Ma Mère l’Oye, suite per pianoforte a quattro mani, Introduzione e Allegro, per due pianoforti, La Valse, per due pianoforti)
8 luglio

ANNE GASTINEL – ROGER MURARO
Violoncello Anne Gastinel
Pianoforte Roger Muraro
Musica Manuel De Falla (Canciones Populares Españolas, canzoni popolari spagnole trascritte da Maurice Marechal per violoncello e pianoforte: El Pano, Nana, Cancion, Polo, Asturiana, Jota), Robert Schumann (Adagio e Allegro, per violoncello e pianoforte, op. 70), Claude Debussy (Sonata n° 1 in Re Min. per violoncello e pianoforte: Prologo, Serenata, Finale), Sergej Rachmaninov (Sonata in Sol Min. per violoncello e pianoforte, op. 19: Lento – allegro moderato, Allegro scherzando, Andante, Allegro mosso)
12 luglio

ROGER MURARO
Pianoforte Roger Muraro
Musica Franz Liszt (Fantaisie et Fugue sur le nom de Bach; da Caprices Poétiques: La leggerezza, Un sospiro; da Années de Pèlegrinage (secondo libro, Italia): Après une lecture de Dante; da Études d’Exècution Trascendante: Harmonies du soire, Ricordanza; da Harmonies Poétiques et Religieuses: Funérailles; Rapsodie espagnole; Folies d’Espagne et Jota aragonesa)
13 luglio

In collaborazione con AFAA e Fondation EDF

 

DEBUSSY, ALBÉNIZ, BARTÓK, RAVEL
di Andrea Scazzola

“L’anima vostra è un paesaggio singolare
che incantano maschere e bergamasche
suonando il liuto e danzando, e quasi
tristi sotto i travestimenti fantastici”.

Sono queste “masques et bergamasques” che il poeta Paul Verlaine evoca tenui nel suo Clair de Lune, ad ispirare Claude Debussy (1862 – 1918) nella composizione della Suite Bergamasque, che apre il concerto del pianista Roberto Cominati.
Debussy scrisse questo ciclo pianistico nel 1890, ma lo modificò più volte fino alla pubblicazione nel 1905. Accanto alla poesia di Verlaine, che amava molto, è la tradizione musicale dei grandi clavicembalisti francesi del Sei-Settecento la fonte cui attinge il compositore, soprattutto nel Prélude e Passepied; mentre le delicate atmosfere del poeta delle Fêtes galantes prevalgono nel Minuet e nel sognante e sfumato Clair de Lune, brano tra i più celebri del pianismo di Debussy.

Il programma prosegue con il secondo quaderno di Iberia, raccolta pianistica dello spagnolo Isaac Albéniz (1860 – 1909). Opera dalla raggiunta pienezza espressiva, la sua composizione occupa gli ultimi anni di vita di Albéniz, ormai stabilitosi definitivamente a Parigi. Iberia è come uno sguardo nostalgico verso la Spagna lontana, una rievocazione impressionistica di luoghi e atmosfere, anche se assai raramente si ricorre a citazioni vere e proprie di autentiche melodie popolari. Il secondo quaderno, completato nel giugno del 1906, comprende tre brani; Rondeña, Almería e Tirana, memorie sonore della terra di Andalusia. Ancora richiami nazionali nella Suite op.14, composta nel 1916 dal musicista ungherese Bela Bartók (1881-1945): dei suoi quattro movimenti, infatti, i primi due (Allegretto e Scherzo) derivano direttamente dagli infaticabili studi etnomusicologici di Bartók sul canto popolare della sua terra. Il terzo movimento (Allegro molto), invece, rielabora temi arabi raccolti dall’autore nell’isola di Biskra, durante un viaggio in Algeria nel 1913. Se l’atmosfera della Suite è data da una forte impronta ritmica, caratterizzata da un ossessionante incalzare, l’ultimo movimento (Sostenuto) è, all’opposto, di una cupa tristezza, come una dolorosa meditazione posta a suggello di una pagina di assoluta vitalità.

Conclude il concerto Le Tombeau de Couperin, suite per pianoforte che Maurice Ravel (1875 – 1937) compose nel 1917 in omaggio a sei amici caduti durante la prima guerra mondiale. Tombeau, letteralmente “sepolcro”, è il nome di una composizione musicale dedicata ad un defunto, una forma strumentale francese del XVII secolo che rendeva omaggio ad un determinato personaggio. In questo caso la dedica esplicita è a François Couperin, il grande clavicembalista e compositore del Settecento, ma il riferimento va inteso più in generale a tutta la musica francese di quel secolo. Ravel rivisita quell’epoca con un senso di profonda nostalgia, restituendola in chiave moderna con una raffinata eleganza. Ad ognuno dei suoi amici è dedicato uno dei sei brani: Prélude, Fugue, Forlane (una danza popolare italiana entrata nella musica d’arte già dal XVI secolo), Riguadon (rustica danza provenzale), Menuet e Toccata, dedicata quest’ultima al capitano de Marliave, alla cui vedova Ravel affidò la prima esecuzione l’11 aprile 1919. In questo malinconico Tombeau, però, qualcuno ha anche voluto vedere un estremo omaggio reso da Ravel a sua madre, morta proprio nel gennaio del 1917.

 

DUE PIANOFORTI ED UN PIANOFORTE A QUATTRO MANI
di Erasmo Valente

Hélène Mercier, canadese, viene da Parigi; l’altra, Ana Maria Vera giunge dall’America. Soliste di straordinario smalto, si incontrano e si scontrano in un invogliante programma a quattro mani e per due pianoforti. L’incontro è indispensabile diremmo, nelle musiche che stringono le quattro mani nello spazio di una sola tastiera. Chissà, poi, chi fu ad avviare una letteratura pianistica “quadrumane”. Accadde, certo, dopo che l’aristocratico clavecin (piaceva a Voltaire) fu sopravanzato dal nuovo strumento gradito alla borghesia: il pianoforte, che non piaceva a Voltaire cui sembrava un’invenzione da calderaio. Ma sono pettegolezzi che il duo Mercier/Vera mette subito da parte, celebrando nelle quattro mani, non il decadimento del suono in una Hausmusik, ma la sua esaltazione nel clima di un incontro particolarmente intenso. Ce ne accorgiamo nel mozartiano Andante e Variazioni K.501 (1786), ricco di una interna felicità. La Sonata per due pianoforti , K.448 (1781), si muove alla grande, certamente, e nell’opulenza dei tre movimenti e d’una tecnica preziosa, ma, a sentir bene, troviamo che la musica K.501, a quattro mani, forse vuol essere proprio un superamento di quella per due pianoforti. Stare in due in un piccolo spazio, può essere più confortante e desiderabile che starsene uno qui, l’altro lì.

C’è adesso da ricordare Darius Milhaud nel ventesimo anniversario della morte (1892-1974) ed ecco che i due pianoforti si scontrano nell’accendere le diavolerie di ritmi brasiliani. Milhaud fece parte del gruppo “Les Six”, ma si era “appropriato” del Brasile, quando visse per qualche tempo a Rio de Janeiro, segretario di Paul Claudel, ambasciatore di Francia in Brasile. Brazileira, in ritmo festoso di samba, conclude la suite intitolata Scaramouche ricavata da Milhaud dalle sue musiche di scena per lo spettacolo Le medicin volant (da Molière), rappresentato a Parigi nel 1937 nel Teatro Scaramouche.
È bello, infine, il generoso abbraccio a Ravel. Anche lui parte da una visione affettuosa e intima del pianoforte suonato a quattro mani: situazione ideale per assaporare il clima fantastico delle favole. Quelle della raccolta Ma mère l’oye (1908-10), così lievitanti nel preziosismo timbrico e nell’incantato respiro melodico.
È “curioso”, in Ravel, il frequente rimbalzo tra pianoforte e orchestra. Nel 1911, le favole suddette ebbero una veste orchestrale, magica anch’essa. Nel 1919-20 trascrisse, dapprima per uno e poi per due pianoforti, la partitura del balletto La Valse, che non era piaciuto a Diaghilev e fu rappresentato soltanto nel 1929. Ma ebbero intanto successo le versioni pianistiche. Doveva essere un omaggio a Vienna e al Danubio, che Ravel trasforma nell’inquietudine di angosciose e tragiche visioni.
Con La Valse si conclude il programma che ha ancora indugio sui due pianoforti con l’Introduction et Allègro (1905-06), derivante dalla omonima composizione per arpa, flauto, clarinetto e quartetto d’archi. L’ansia trascriptoria di Ravel culminò nel 1922 con la miracolosa realizzazione per orchestra dei pianistici Quadri d’una esposizione di Musorgskij. Ma è un’altra cosa. Basti ora essere grati alle due pianiste che, dal gioco di incontri e scontri, hanno rafforzato in Ravel la presenza del grande compositore che ebbe – come osservò Luigi Ronga – “la sorte felice di riunire nell’ammirazione i nostalgici della melodia e i ricercatori di esatte risoluzioni artistiche”.

 

AL PIANOFORTE
di Erasmo valente

Ecco Roger Muraro che si prende la rivincita. Conclude lui il ciclo concertistico di solisti a Villa Medici. Ed ecco Liszt. Inaspettato “Messia”, avviò lui, a Parigi e consolidò a Roma – avendola accresciuta nei giri per tutta Europa – la speranza della musica, la musica come nuova speranza del mondo. Ed è in questo senso il più straordinario, il più geniale musicista che il mondo abbia mai avuto. Del resto, fu qui, a Roma, nel 1839, che Liszt “inventò” il tipo di concerto, di recital solistico, che ancora oggi, si tramanda. Chiamò questo nuovo tipo di concerto, che era un a tu per tu con se stesso, con il nome di “soliloquio”. E un fantastico “soliloquio” lisztiano rievoca Roger Muraro, indugiando su pagine tra le più affascinanti di Liszt. Il soliloquio si avvia con una riflessione su Bach ed è come un inchinarsi alla suprema maestà del mondo musicale.

Liszt aveva composto in due versioni organistiche (1855 e 1870) un Praeludium und Fuge über den Namen Bach e da quelle trasse, nel 1871, la reinvenzione pianistica, intitolata Fantasia e Fuga su Bach, che dà il senso grandioso di una panica vibrazione delle famose note (si bemolle, la, do, si naturale) corrispondenti alle lettere del nome Bach. Poi il suono si assottiglia e si volge alle iridescenti luminosità del secondo e terzo (La leggerezza – Un sospiro) dei Tre Studi da concerto (1848) e alle sognanti meraviglie foniche delle Armonie della sera e della Ricordanza: undicesimo e nono brano delle dodici Etudes d’exécution trascendante (Carl Czerny ne ha la dedica), risalenti al 1851. Ma prima di questi due Studi, il soliloquio avrà avuto un approfondimento con l’ultimo dei sette brani che costituiscono la seconda serie del pellegrinaggio in Italia. Diciamo del brano Après une lecture de Dante, composto a bellagio, sul Lago di Como, in compagnia di Marie d’Agoult che dette a Liszt tre figli (Blandine, Cosima – la futura sposa di Wagner – e Daniel), decidendo poi di abbandonarlo, ingelosita da una attraente Maria Montes. Assumendo il nome maschile di Daniel Stern, Marie d’Agoult pubblicò poi un romanzo, Nélida, per esaltare le virtù di una donna straordinaria (lei stessa) e raccontare la turpitudine di un uomo malvagio (Liszt, si capisce). Il quale Liszt si innamorò, invece, riamato, della principessa russa, Jeanne Carolyne Sayn-Wittgenstein, autrice di decine e decine di libri sulla storia della Chiesa e filosofici, alla quale dedicò – composti tra il 1845 e il 1852 – i dieci brani delle Harmonies poétiques et religieuses che, al n° 7 recano gli emozionanti Funérailles: un brano che, nella ostinazione della mano sinistra, riprende una invenzione di Chopin, che, attraverso Liszt, arriverà al Debussy del Preludio rievocante La cathédrale engloutie.
“Soliloquio”, dicevamo. Altro che soliloquio, la Rhapsodie espagnole (1863) è una esplosione di forze vitali, ruggenti in una fantastica ansia di demònico virtuosismo. È una variazione su un’antica danza spagnola, la folìa (in francese folies d’Espagna – le Folies Bergère, di là da venire indicheranno un teatro nato nel 1872) che interessò anche Corelli e interesserà anche Rachmaninov.
L’incontro di Roger Muraro con i soliloqui di Liszt ci porta ad una sconvolgente apoteosi del suono pianistico.

 

LE STAGIONI GIAPPONESI
di Erasmo Valente

E il Mediterraneo è come un Haiku nei confronti del cosmo. Un Haiku essenziale, carico di eventi e di storia. Non diversamente, i due protagonisti – Roman Vlad e Michiko Hirayama – sono, a loro volta, il segno vivente d’una forza musicale e culturale che, dall’Europa si protende all’Oriente.
Che cosa è Haiku? È la più antica forma di poesia giapponese: un grumo aforistico, un’ansia di fissare il “sentimento del tempo” (diremmo con Ungaretti) nelle microstrutture di tre versi: due quinari, con al centro un settenario, che diano in totale diciassette sillabe. Un’audacia e anche un tormento che, da secoli, si rinnova nella cultura giapponese, ricca di migliaia di Haiku. Roman Vlad ne ha scelti settanta e li ha messi in musica per un vertiginoso omaggio alla illustre cantante giapponese Michiko Hirayama, un pilastro della nuova musica. Settanta per solennizzare un compleanno importante.
Gli Haiku e cioè le stagioni: primavera (Haru), estate (Natsu), autunno (Ari), inverno (Fuyu). Vlad ha messo in musica quattro serie di tre Haiku, per un totale di quarantotto brani, ai quali ne ha poi aggiunti altri ventidue. L’ultimo risale allo scorso mese di maggio. Ha utilizzato diverse scale della musica giapponese, stabilendo rapporti tra le vocali e le note che delineano il canto. Le vocali “u” e “i” sono i punti rispettivamente più basso e più alto, tra i quali si muovono le altre: “o”, “a”, “e”, “y”.
In meno di un’ora (cinquanta minuti), i suoni delle stagioni giapponesi svelano una gamma infinita di situazioni della vita di fronte al mutare delle cose che si avvicendano nel corso delle stagioni. Canto e suoni avvolgono trasalimenti, stupefazioni, incantesimi e realtà della vita quotidiana, fissati in una meraviglia di paesaggi umani e naturali, nei quali l’uomo si riconosce, ma dai quali anche si distacca, diremmo. Si hanno visioni “oggettive”, che il fremito della voce o d’una vibrazione fonica possono trasformare in eventi la cui luce nasce dal profondo dell’animo umano. I salici che non fioriscono; l’erba che si insinua tra antiche rovine; il fiore rosso dell’ibisco, che sta nel verde come un bimbo cieco in un angolo; il brivido dell’acqua mossa da un ramo (anche il “ramo” è “amor” come “Roma” che è “ramo” anch’essa capace di muovere l’Europa); la neve che si scioglie tra giochi di bambini; l’affiorare di vecchi ricordi tra le nebbie della sera (è l’Haiku che conclude la raccolta): si succedono nella musica di Vlad e nel canto di Michiko come i colori nel sorgere di un arcobaleno acquietante. Ancora un Haiku?

 

Rassegna stampa

“Si tratta, per Vlad, di un capolavoro della sua fantasia creativa e, per Michiko, di un capolavoro di stile interpretativo. Avvolta nella solenne semplicità di un chiaro kimono, la cantante stupendamente ha realizzato gli Haiku in una gamma di mille accenti musicali e gestuali. La “cosa” dura un cinquanta minuti, ed è un vero dono culturale”.
(Erasmo Valente, Roman Vlad travolto dagli Haiku, l’Unità, 9 luglio 1994)

“La Hirayama ha eseguito la propria parte, bellamente ignorando le presunte leggi dell’età. Maliziosa, ilare e ammiccante quanto grave, lirica e tragica, il soprano ha sfornato a ripetizione moduli vocali e gestuali estremamente variegati: una prestazione esemplare nella sua versatilità. Vlad, alle prese con il genere aforistico – un Haiku è composto di soli tre versi – si è mosso con altrettanta duttilità e freschezza: sulla carta e alla tastiera”.
(Guido Zaccagnini, Quel tragico canto che viene dall’Oriente, L’Informazione, 6 luglio 1994)

 

VIOLONCELLO E PIANOFORTE
di Erasmo Valente

Si dischiude, con la giovane Anne Gastinel, una serata a gloria degli affetti celebrati, in una ricchissima gamma, dal suono caldo del violoncello. “Oh, stru – stri, mio violoncelletto”, diceva Mozart (magnus, corpore parvus) alla sua Costanza (omnium uxorum pulcherrima), e un segno di affetto viene ricambiato a Maurice Marechal, illustre violoncellista francese, ricordato nel trentesimo della scomparsa (1892-1964). Il quale, in uno slancio affettuoso nei confronti del compositore spagnolo, aveva trascritto per il suo strumento le Siete canciones populares, per canto e pianoforte, composte da De Falla nel 1914-15.
Un adattamento al violoncello si registra anche nell’Adagio e Allegro op.70, composto da Schumann nel 1848 per corno, e poi destinato ad esecuzioni anche per violino e violoncello. Nel corno si celebrano i richiami di un timbro romantico per eccellenza, ma la versione violoncellistica (e piaceva a Pablo Casals) assicura ugualmente slancio e tensioni romantiche.
Il violoncello nella sua originaria voce, riappare con Debussy e Rachmaninov. È il 1915 (c’è la guerra all’esterno e c’è, all’interno, il malanno che porterà alla tomba il compositore). Debussy, come ascoltando la voce lontana di Mozart, compose tre Sonate dedicate ad Emma Debussy, la moglie. C’è in queste pagine la sua consacrazione di musicien français e la riconferma dell’amore (Emma era la seconda moglie) per il quale aveva sopportato ostilità e isolamento. È una Sonata in tre movimenti che Debussy stesso eseguì con il violoncellista Joseph Salmon. C’è una piena di ricordi di sue antiche composizioni che si affacciano a punteggiare il Prologue, c’è una magica Serenade con “pizzicati” che adombrano fervori di chitarre, tamburini e mandolini; c’è lo scatenamento di un “finale” con accensioni anche virtuosistiche, che hanno un momento, bellissimo, “molto rubato con morbidezza”. Nel manoscritto Debussy lasciò l’avvertenza al pianista di “non lottare con il violoncello, ma di accompagnarlo”. C’è al pianoforte Roger Muraro che prende il posto – e le raccomandazioni – di Debussy. Avrà modo di rifarsi con la tumultuante Sonata op.19 di Rachmaninov, in tre movimenti, che punta al contrario, quasi più sul pianoforte che sul violoncello. Il quale, tuttavia, ha il suo peso nel delineare già in questa composizione (Rachmaninov ha ventotto anni: siamo nel 1901) gli ideali di un far musica caro all’autore: “La musica deve esprimere il paese di nascita del compositore, i suoi amori, la sua religiosità, i libri che l’hanno influenzato, le pitture che ama. La musica deve essere la somma delle sue esperienze… La musica nasce solo dal cuore e si rivolge al cuore. È amore. Sorella della musica è la poesia, e madre è la sofferenza”.

(in Catalogo Romaeuropa Festival 1994)